Il Padre nostro, preghiera esemplare per le famiglie

Una spiritualità per le famiglie da vivere nella vita di tutti i giorni

E’ possibile contemplare e quindi pregare Dio nel rumore e nella complessità della società moderna, senza astrarsi da essa, senza dover fuggire nel chiostro, ma essendo protagonista di questa complessità e di questa polifonia che può apparire stridore e frastuono? E’ questa la grande sfida che si propone oggi ad ogni credente.

“La sfida è una teologia (un’intelligenza, non retorica, della fede ) – scrive Pierangelo Sequeri[1] –  di alto profilo e di ampio respiro che si mostra ‘istruita’ da una vita spirituale che vive sul basso profilo e sul corto respiro della condizione quotidiana della città postmoderna, frastornata pluralisticamente e politeisticamente, economicamente e mediaticamente. Questo, è l’obiettivo urgente di una teologia spirituale. O se si vuole, di una cultura cristiana dell’esperienza spirituale dell’uomo”.

Gesù che si consegna all’Abbà-Dio e che si prende cura del samaritano indica la possibile strada della spiritualità dell’oggi: essere contemplativi nella piena appartenenza al mondo ed al quotidiano. Sequeri parla di unificare il principio monastico ed il principio domestico dove il monachesimo superi la seduzione della separazione dalla vita del mondo che è interpretazione gnostica e non cristiana, mentre il cristianesimo domestico si convinca che anche la vita più comune non è incompatibile con la radicalità evangelica.

“La notizia di Dio – suggerisce Giuseppe Angelini – è scritta in maniera indelebile fin dall’inizio –soprattutto all’inizio – in tutte le forme dell’esperienza”[2]. La “qualità del tempo” può nascondere o stravolgere questa presenza ma non può dissolverla. C’è così nella vita immediata dell’uomo una verità inespressa che rimane operante in lui come una inquietudine muta o come una nostalgia che entra in contraddizione col presente anche se non sa indicare un futuro, una prospettiva.

L’accettazione della sfida di vivere una esperienza di fede nella società di oggi pretende quindi che si crei una distanza critica nei confronti della cultura diffusa giacché questo nostro tempo non nasconde solo il volto di Dio ma in molti modi ed in molti sensi nasconde anche il volto dell’uomo stesso, e persino nasconde ai nostri occhi il nostro stesso volto.

Il quotidiano della città post moderna, dei suoi lavori, delle sue emozioni, delle sue tensioni, delle sue relazioni, delle sue esperienze, vanno osservati con spirito orante, per individuare in essi – appunto con il discernimento spirituale –  l’azione dello Spirito che soffia dove vuole.[3]

“L’azione dello Spirito Santo, al di là di ciò che comunemente si crede, – ci ha ricordato Marie Dominique Chenu[4]  – non è riservata ad eventi eccezionali più o meno miracolosi, ma è il tessuto elementare della vita “. Appunto il quotidiano.

A proposito di discernimento spirituale non conosco definizione più ricca e stimolante di quella che ne da padre Congar:

“Dio è presente ed attivo nella nostra vita  mediante una potenza che non coarta la nostra volontà e che chiamiamo Spirito Santo. E’ lo Spirito che suscita la partecipazione, alimenta la creatività umana, dilata la nostra comprensione verso quel disegno di Dio che dà senso alla storia, all’economia, alla politica, alla scienza, alla tecnica. Un progetto di ordine sociale che, come ricorda la Gaudium et spes , pone al centro il bene delle persone e ha per base la verità, si realizza nella giustizia, è vivificato nell’amore, deve trovare un equilibrio sempre più umano nella libertà. Un progetto attraverso il quale lo Spirito di Dio ‘dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra’ (Gaudium et spes, n.26) e che Egli solo conosce pienamente e va sviluppando con lo svilupparsi della storia. A noi è dato di cercarlo, di discernerlo fondandoci sulla parola rivelata, contemplando e scrutando avvenimenti e processi che mai gli sono completamente estranei. E questo lasciandoci guidare dal grande criterio dell’amore giacché, ricorda San Giovanni, ‘chi non ama non conosce Dio, perché Dio è amore’ (1Gv 4,8).

Il discernimento spirituale presuppone una concezione del mondo e della storia, non ottimistica ma positiva anche se, come ci ricorda Angelini, non deve mai mancare una critica del tempo in cui viviamo.

Il mondo e la storia non sono il regno del Maligno ma sono opera del Creatore che “ha fatto buone tutte le cose” e sebbene vulnerate dal peccato sono anche il terreno in cui opera lo Spirito di Verità che continuamente promuove, sollecita e sostiene, itinerari di giustizia e di pace. Per questo il mondo e la storia sono ricchi di “luoghi teologici” cioè di esperienze umane in cui, più che altrove, è possibile discernere l’opera dello Spirito. E quale realtà più di quella familiare caratterizzata dall’amore, dalla gratuità, dal servizio, dall’accoglienza può essere definito “luogo teologico”? Ma oltre alle famiglie pensiamo alle mille micro-realtà del quotidiano delle nostre città promosse dalla creatività, dal senso di giustizia e dall’amore per il prossimo ( ad esempio: i servizi della Caritas, le attività di volontariato, di assistenza domestica gratuita soprattutto degli anziani e degli ammalati, ecc.).

Ma proprio riferendoci alle esperienze di ogni giorno come è possibile coniugare la radicalità del “si si,.no no” con stili di vita che sono dominati dal compromesso, dalla ricerca del favore e della raccomandazione, della piccola evasione quotidiana a cominciare dal non rilasciare o richiedere la ricevuta fiscale o lo scontrino dal negoziante, dal parrucchiere, dallo specialista…

E’ un problema che non ammette né fughe, né soluzioni semplificate. Non si può fingere che non esista, o sopprimere uno dei due termini, o accontentarsi dei compromessi. La tensione va mantenuta viva e aperta sapendo che non può essere risolta una volta per tutte e quindi mettendosi – ciascuno personalmente e insieme comunitariamente – in gioco fino in fondo.

Questa spiritualità  nasce dall’esperienza del quotidiano,  accetta positivamente la società in cui viviamo  anche  se con la consapevolezza che bisogna mantenere una vigilanza critica nei confronti dei comportamenti comuni e consolidati mettendo in conto il rifiuto ad adeguarsi ma anche la capacità di cogliere, col discernimento spirituale, le verità inespresse che l’uomo non riesce a dire ed anche a vedere. Una spiritualità che è capace di costruire ponti di pace fra gli uomini di buona volontà al di là delle frontiere etniche e culturali, ma anche capace di promuovere la virtù perfino eroica del rifiuto e della denuncia di fronte a degenerazioni anche gravi. Si pensi, ad esempio, al problema del pagamento del “pizzo” richiesto dalla criminalità ai commercianti. Una pratica che sembra, per fortuna, ancora assente nelle nostre isole che però non sono le isole felici e presentano altre sfide (il clientelismo, la ricerca del favore. Il pettegolezzo…).

La preghiera per le famiglie.

 Una vita cristiana animata da una spiritualità ricca e viva chiede innanzitutto di esprimersi nella preghiera. La preghiera prima di essere un atto specifico nella giornata del credente, è un modo speciale di vivere la propria giornata. E’ un modo di vivere interloquendo costantemente con Dio, rendendogli conto delle proprie azioni, chiedendo misericordia per gli errori e le debolezze, invocando aiuto nelle difficoltà ma soprattutto offrendogli ed indirizzandogli i nostri progetti e la fatica del realizzarli. E’ “il fervore delle nostre anime”, ci insegna San Giovanni Crisostomo[5], che rende la nostra preghiera degna di essere ascoltata. Quindi anche la preghiera muta di chi lavora, traffica in casa, opera nel campo sociale e civile..

Ma il Catechismo ci dice che se “Dio cerca adoratori in Spirito e verità e, conseguentemente, la preghiera che sale viva dalla profondità dell’anima”, “vuole anche l’espressione esteriore che associa il corpo alla preghiera interiore, affinché la preghiera gli renda l’omaggio perfetto di tutto ciò a cui egli ha diritto”[6]. Per questo quella di individuare una preghiera che le famiglie possano condividere come alimento ed espressione di una nostra spiritualità è una esigenza ineludibile..

E quale preghiera può dirsi più consona alla spiritualità delle famiglie di quella che Gesù ci ha insegnato e cioè del Padre nostro? Una preghiera di lode ma anche attenta ai problemi concreti degli uomini a cominciare dal pane e quindi dal lavoro. Non una preghiera fra le altre ma il modello di ogni altra[7].

Una preghiera legata intimamente alla vita di Gesù. E’ stato detto giustamente infatti che “soltanto istruiti da Gesù stesso si arriva a pregare così e a comprendere questa preghiera”. Ma è anche vero, allo stesso tempo, che il Padre nostro è una preghiera molto elementare ed universale, per niente confessionale, che si concentra su ciò che è veramente importante per la nostra vita tanto che potrebbe essere ripetuta anche da qualsiasi ebreo, da qualsiasi mussulmano e forse anche da molti indù[8].

Pregare il Padre nostro giorno per giorno, una frase al giorno, riportando quella frase nella nostra vita di lavoro, di famiglia, nella comunità locale, nella esperienza che abbiamo della politica , dei grandi problemi che travagliano l’umanità: il sottosviluppo, la fame, le migrazioni, le guerre, il terrorismo, la pace…

Pregare ogni giorno ciascuno di noi, lungo la propria giornata, meglio quando ci ritrovano in famiglia, meglio ancora  nelle riunioni di comunità, di confraternita, di associazione.

Un modo di pregare che diventi costume  e coinvolga via via tutti i familiari, gli amici, i conoscenti, costituendone un tratto di identità con chiunque voglia condividere con noi questa esperienza spirituale, questa preghiera contemplante ed incarnata allo stesso tempo, soffermandoci sullo stesso versetto, rivivendolo in contesti similari anche se diversi (appunto: il lavoro, la famiglia, la comunità locale, la politica ed i suoi problemi).

E’ lo stesso Padre nostro che ci viene incontro con la sua struttura che possiamo pensare articolata in sette versetti[9].: le tre domande – tre la perfezione delle cose celesti –  del “grande desiderio” che ci invitano a conoscere meglio Dio ( sia santificato il Tuo nome, venga il Tuo Regno, sia fatta la Tua volontà) e poi le quattro domande – quattro è il numero con cui la Bibbia si riferisce alla terra – dei nostri più importanti bisogni per tendere a Dio ( il pane quotidiano, il perdono, la forza di non soccombere alle tentazioni, la liberazione dal male o dal Maligno).

Appunto sette versetti, uno per giorno della settimana, richiamando ogni giorno l’invocazione iniziale “Padre nostro che sei nei cieli”.

E come avviene per il Salterio, potremmo pensare ad un ciclo di quattro settimane in cui il Padre nostro si applica a quattro contesti specifici: la prima settimana al lavoro, la seconda alla famiglia, la terza alla comunità locale ed ai rapporti interpersonali ed interassociativi che si sviluppano in essa, la quarta alla politica ed alla pace.

Qui di seguito svolgeremo alcune considerazioni versetto per versetto che non hanno nessuna pretesa di regolamentazione, né di esaurire le possibilità interpretative, ma solo di lasciare intravedere la ricchezza di ogni richiesta.

Paternità di Dio, fraternità degli uomini

 “Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi… E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano con noi una cosa sola”   (Gv 17,11, 22).

Prima di affrontare specificatamente le singole richieste è bene che ci soffermiamo sull’invocazione “Padre nostro che stai nei cieli “. Un versetto ricco di significati.

Vorremmo richiamarne due in particolare. Uno riguarda lo spirito di tutta la preghiera anzi del nostro essere cristiani, Padre, o meglio Abbà, e cioè il suo corrispettivo intimo e familiare simile al nostro papà. E’ l’appellativo diretto con cui Gesù prega e vuole che preghiamo anche noi. Esso esprime la grande rivelazione del Nuovo Testamento e cioè la paternità di Dio[10]. Dio per noi uomini non è solo come un padre ma, da quando Gesù ci ha donato lo Spirito Santo, è divenuto il nostro padre che possiamo invocare con la stessa intimità e familiarità con cui lo fa Gesù.

Il secondo significato emerge da quel “nostro” che segue il Padre. Dio è padre di tutti gli uomini i quali, quindi, sono fra di loro fratelli. Una fraternità aperta, accogliente, universale[11]. La relazione con Dio è inseparabile dalla relazione con i fratelli. La prima è il fondamento della seconda.[12]

“ Il nome Abbà – osserva Candélari – che ti introduce nell’intimità col Padre, ti lega indissolubilmente a tutti gli uomini, nei quali riconosci dei fratelli. Questo vuol dire che tu non preghi mai solo ma sempre con tutti loro; e non chiedi mai per te soltanto ma anche per tutti loro. Questa preghiera ti lega a tutta quanta la famiglia umana, di cui Dio è Padre”[13].

Questo duplice richiamo alla paternità di Dio ed alla fratellanza con tutti gli uomini deve accompagnare la nostra preghiera lungo tutta la settimana e va quindi ripetuto insieme al versetto del giorno: “Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome”, “Padre nostro che sei nei cieli venga il tuo regno”, “Padre nostro che sei nei cieli sia fatta la tua volontà”.

Il nome del Signore

 “O Signore, nostro Dio, /quanto è grande il tuo nome

 su tutta la terra: /sopra i cieli si innalza la tua magnificenza”                         (Salmo 8,1-2)

“Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini” (Gv 17,6)

 Cominciamo quindi a meditare il Padre nostro iniziando dalla  domenica, il giorno del Signore, e ci soffermiamo sulla prima richiesta: ” sia santificato il tuo nome”.

Che cosa significa santificare il nome di Dio? Poiché il nome è la sintesi della conoscenza, quando si dice che Dio santifica o glorifica il suo nome, si intende che egli purifica la conoscenza che gli uomini hanno di lui[14]. E’ quindi ci libera da ogni idolatria: dell’ideologia, del denaro, del potere, del sesso…, delle mille incombenze che finiscono per totalizzare la nostra esistenza non lasciando più spazio nemmeno per la preghiera e per tutte quelle opere che ci riportano a Dio che è misericordia. E’ con la sua totale obbedienza sulla croce che Gesù ha permesso al mistero di Dio di “trasparire”. Dicendo che il nome di Dio sia santificato noi esprimiamo il desiderio che Dio manifesti pienamente la sua gloria con la consapevolezza però che tocca a Dio manifestarla[15].

Santificare la domenica e le feste vuol dire che almeno in quel giorno la gloria di Dio, a cominciare dalla preghiera e dalle opere di misericordia, abbiano la priorità assoluta su qualsiasi altra incombenza. “Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt. 9, 13).

Che cosa vuol dire per noi santificare il nome di Dio? Andare a messa.. e poi? Come pratichiamo la misericordia?

Il Regno di Dio

Il Regno di Dio, non viene in modo da attirare l’attenzione e nessuno dirà:      Eccolo qui, eccolo là.. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!””.(Lc. 17, 20-25).

“Il Regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole “ (Rm 14,17-19)

Il lunedì riflettiamo su “venga il tuo Regno”. E’ la prima giornata di lavoro della settimana ed è giusto che meditiamo su qual’è la realtà che ci circonda e quale dovrebbe essere se pienamente venisse in terra il Regno di Dio. Sul Regno di Dio ci sarebbe molto da dire perché è la grande rivoluzione realizzata da Cristo che ha cambiato non solo il mondo ma anche l’eternità[16]. Su questa terra il Regno – con la venuta di Gesù – è già presente ma in modo non ancora compiuto: come un seme[17]. E’ un inizio che garantisce e prefigura la pienezza anche se questa pienezza è legata ad un avvento futuro unico e decisivo. Il Regno è allo stesso tempo quindi presente e futuro – ora e non ancora – ed il cristiano vive la gioia di un incontro già presente e il desiderio di un evento ancora atteso.

Venga il Regno di Dio vuol dire chiedere che venga la felicità per tutti gli uomini e Paolo ci ricorda che la felicità non sta nelle cose materiali ma nella giustizia, nella pace e nella gioia. Giustizia, pace e gioia non sono aspirazioni impossibili per l’uomo e quindi da rinviare tutte al Paradiso? Non è così. Noi siamo chiamati a incarnare nella storia i segni del Regno. Soprattutto noi laici secondo le parole della Lumen Gentium : “E’ proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (n.31). E la Gaudium et spes ci ricorda  che l’”attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione, che adombra il mondo nuovo””( n.39).

La volontà del Padre

 I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono    le mie vie  –  oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie    sovrastano le vostre vie, i miei   pensieri sovrastano i vostri pensieri.” (Isaia 55,8-9)

“Padre mio, se è possibile passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!… Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà” ( Mt 26, 39 e 42)

Martedì riflettiamo su “sia fatta la tua volontà”. Accettare la volontà di Dio vuol dire che esiste una visione più grande del tuo particolare punto di vista al quale – anche con sofferenza e con tremore – aderisci liberamente perché sai che amplia il tuo orizzonte. E’ accettare il disegno di Dio anche al di là della nostra comprensione, sapendo che la nostra comprensione è limitata.

“ La volontà di Dio può anche chiedere un totale cambiamento dei nostri pensieri. Non perché Dio li rinneghi o li trascuri, ma perché li dilata. In cambio di ciò che chiediamo, il Padre ci offre di più”[18]

Dal si di Maria al si di Gesù, al si di Francesco, al si di Padre Kolbe agli innumerevoli si pronunciati nella storia in cui un disegno più grande, l’amore dei fratelli e l’amore di Dio, ha prevalso, per accettazione libera e spontanea, su quello che poteva essere l’interesse e la comprensione personale a cominciare dalla salvezza della propria vita.

Che cosa significa accettare la volontà del Padre, non necessariamente di fronte a scelte grandi o eroiche, come quelle evocate, ma a cominciare dalla nostra quotidianità alle prese con i problemi del lavoro, della famiglia, della comunità, della vita politica quando ci si chiede di rinunciare a qualcosa anche di importante per un bene più grande? Spesso il nostro punto di vista ci sembra l’unico e il solo giusto. Spesso facciamo assumere al nostro progetto connotati di universalità…

Invece Gesù ci invita  nella preghiera ma innanzitutto con la testimonianza della propria vita a superare noi stessi facendoci, come lui si è fatto, trasparenza della volontà del Padre, proponendoci un modo del tutto nuovo di vivere globalmente la nostra esistenza[19].

Il pane e il lavoro

 “Non affannatevi dicendo: che cosa mangeremo? Che cosa berremmo? Che cosa indosseremo?(…) Il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta … Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Chi tra di voi al figlio che chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che glieli domandano?” (Mt 6,31-34; 7,7-11).

 “Sono stato fanciullo e ora sono vecchio,

non ho mai visto il giusto abbandonato

né i suoi figli mendicare il pane” (Salmo 36,25).

Mercoledì diviene il giorno dedicato alle nostre esigenze più immediate e forse più materiali – ” dacci oggi il nostro pane quotidiano” – a cominciare naturalmente dal lavoro., ma anche quel progetto sociale in cui abbiamo sperato tanto, quel disegno di legge tanto atteso e per cui ci siamo battuti e mobilitati.

Se ci sembrano cose utili o addirittura essenziali per la nostra vita e quella della nostra famiglia, soprattutto se rappresentano un beneficio per una categoria sociale svantaggiata, per la nostra comunità locale, per gli abitanti di un paese assillato dal sottosviluppo è giusto chiedere, con la fiducia che la tua richiesta sarà esaudita.

La sottolineatura del “nostro” ci dice che la nostra preghiera deve abbracciare il mondo. Questo non vuol dire che oltre ai nostri bisogni bisogna pregare anche per quelli degli altri, ma vuol dire che i nostri bisogni vanno inquadrati in quelli dei fratelli, di tutti gli uomini del mondo. “Occorre liberarsi dall’ossessione delle cose, per fare spazio alle relazioni. La bellezza delle cose non sta nel possederle, ma nel goderle insieme, trasformando le cose in relazione”[20].

Così il “dacci oggi” correlato col termine “quotidiano[21]” ha il significato di sobrietà che è il contrario dell’affanno. Si prega per il necessario, per il pane del bisogno e del sostentamento, per “il pane della nostra ristrettezza”[22], “non per il superfluo che serve soltanto all’avidità del cuore umano”[23]. Una sobrietà che può mettere in conto anche l’insicurezza quando questa è frutto – come lo è stato per Gesù  ( “ Il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” Mt 8,20)- di una scelta di universalità, di libertà, di amore della verità.

Così per quanto importanti siano le cose che si chiedono esse non possono distrarci dalla ricerca del Regno di Dio anche perché può anche darsi che proprio questa ricerca relativizzi le cose che chiediamo o cambi ad esse prospettiva e significato.

Pensiamo al nostro lavoro che ci preme molto perché rappresenta il sostegno della famiglia e pensiamolo anche in relazione al lavoro nella nostra azienda o nel nostro territorio, alla qualità del lavoro, alla disoccupazione, alla precarietà ed alla disperazione di tanti immigrati terzomondiali, allo sfruttamento dei bambini, alla fame ed al sottosviluppo nel mondo. E chiediamoci anche – sempre prendendo a spunto il lavoro nostro e di chi ci vive a fianco – quanto esso concorra, così com’è, alla creazione ed alla redenzione (Laborem excenses) ed in caso negativo che cosa possiamo fare per migliorarlo e qualificarlo.

E’ stato osservato che la richiesta del pane à la richiesta centrale del Padre nostro per cui questa preghiera avrebbe una composizione concentrica[24] che svela nuovi significati proprio a partire da questo versetto. Al di là dei formalismi degli esegeti possiamo notare che questa considerazione esalta l’importanza di questa richiesta materiale che , forse, non è solo materiale. Infatti, chiediamo il pane quotidiano ma con la consapevolezza di un San Francesco che ci ricorda che il nostro pane quotidiano è prima di tutto il Signore nostro Gesù Cristo[25]: il pane terreno quindi può diventare figura di quello celeste. “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,50).

 Il perdono

 “Io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti…. Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.” (Mt 5,45-46; 6,14-15)

 Giovedì, diventa il giorno del perdono. “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Se la misericordia è ciò che differenzia Dio radicalmente dagli uomini e lo rende Santo (Osea 11,9) allora il perdono è l’atto che più ci santifica e ci avvicina a Dio. Dio è felice di accordarci il perdono richiesto giacché perdonare è per Lui una gioia , valga per tutela parabola del figliol prodigo. Anzi, è stato fatto osservare, che il Vangelo parla di una speciale solidarietà di Gesù con i peccatori di cui la Croce è icona luminosa dove il Figlio di Dio non solo muore per i peccatori, ma muore insieme a loro e come loro[26].

Chiedere perdono non è solo frutto della nostra volontà ma un vero dono di Dio che ci dà un cuore nuovo, sostituisce il nostro cuore di pietra con un cuore di carne  (Ez 36,26).

Solo il confronto con la Parola di Dio  permette di scoprirci peccatori e di andare alla radice delle molte e svariate trasgressioni e cioè il rifiuto del Padre e la fuga da Lui (Lc 15,11 e ss). Così chiedendo a Lui il perdono riconosciamo la nostra impotenza, proclamiamo la fiducia nella Sua misericordia, ci affidiamo alla Sua potenza che rinnova.

Dio accorda il perdono ma chiede che si faccia per gli altri quello che lui fa per noi. Non si tratta di una condizione per ottenere il perdono.  La parabola del debitore spietato ( Mt 18,21-35) è chiarissima in questo senso.

Il perdono di Dio è del tutto gratuito ma esso trova un momento di verità, una validazione, una verifica che esso è stato veramente accolto nel profondo del cuore modificandolo, nella nostra capacità – da quel momento in poi – di comportarci con misericordia.

Perdonare, vuol dire essere capaci di dimenticare i torti che abbiamo subìti, vincere la tendenza che spesso abbiamo a supervalutare quelli che abbiamo ricevuti ed a minimizzare quelli che abbiamo fatto. Ma in maniera più profonda vuol dire acquisire la consapevolezza che “i rapporti profondi, proprio quei rapporti di cui l’uomo ha maggiormente bisogno per vivere, non si reggono sulla sola giustizia, ma sull’amore che è più ampio della stessa giustizia”[27]

La tentazione

 “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto ma la carne è debole” (Mt 26,41)

“ Ringraziamo il Signore Dio nostro che ci mette alla prova, come ha già fatto con i nostri padri. Ricordatevi quanto ha fatto con Abramo, quali prove ha fatto passare ad Isacco e quanto è avvenuto a Giacobbe in Mesopotamia di Siria, quando pascolava i greggi di Libano suo zio materno. Certo, come ha passato al crogiolo costoro non altrimenti che per saggiare il loro cuore, così ora non vuol fare vendetta di noi, ma è al fine di correzione che il Signore castiga coloro che gli stanno vicino” (Giuditta 8,25-27).

La riflessione del venerdì è sulla tentazione “Non ci indurre in tentazione” o meglio “ non permettere che entriamo in tentazione[28] ” giacché Dio non tenta. Ci ricorda San Giacomo: “Nessuno, quando è tentato, dica : ‘Sono tentato da Dio’ ; perché Dio non può tentare e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce” (Gc 1, 13-14).

Ma se Dio non tenta, può invece mettere alla prova. Infatti se la tentazione morale non viene da Dio, la prova della fede sì. Infatti nel Genesi si dice che Dio mise alla prova Abramo (21,1).

Riflettiamo sulle mille tentazioni a cominciare da quella più grave per un cristiano di rinchiudersi nel privato, negli interessi personali dimenticando le mille urgenze che la società ci mette sotto gli occhi, oppure di quella dell’amministratore locale che utilizza la propria posizione per accrescere il proprio potere o la propria ricchezza, invece di fare il bene della comunità. Ma anche la tentazione di mandare all’aria la famiglia per una infatuazione, …

Ci sono prove eccezionali ma anche quelle delle quotidianità, la routine dei problemi concreti, degli interessi e degli affanni del lavoro e della professione divenuti assorbenti ed esclusivi, che possono sfiancare e spegnere la fede, che possono insidiare la volontà del discepolo che ha fatto del Regno l’unica ragione della sua esistenza. Da questa prova, sia che si racchiuda in un evento specifico e speciale, sia che si snodi nella “normalità” dell’esistenza, non possiamo chiedere di essere preservati ma di essere aiutati a superarla.

La liberazione dal Maligno

 “Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per Padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8, 43-44).

 “Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio “ (Mt 12,28).

 “Non chiedo che Tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno” (Gv 17,15).

 “Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo…perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato le prove” (Ef 6,10-13).

Il sabato, chiudendo la settimana, preghiamo infine “Padre nostro che sei nei cieli liberaci dal Maligno”. La tentazione del Maligno ha una dimensione personale ma ha anche una dimensione sociale e storica perché toccano le comunità e i popoli come tali, e quindi influiscono sul corso della storia dell’umanità per cui chiedere la liberazione dal Maligno vuol dire chiedere la liberazione di tutta l’umanità.

La tentazione del Maligno è spesso sottile. Come con Gesù nel deserto (Mt 4,; Lc 4 ) non chiede direttamente di disobbedire a Dio ma piuttosto di interpretare a modo proprio la sua volontà: disporre nella potenza a proprio piacimento e per la propria gloria[29].

Inoltre, “le forme di tentazione, al di là della loro varietà che le caratterizza in superficie, rimandano ancora una volta alle tre tentazioni di Gesù:il pane, il successo, il potere”[30]. In queste tre domande, scriverà uno degli autori più penetranti e tormentati dell’800, “è come riassunta in blocco e predetta tutta la futura storia umana, e sono rivelate le tre forme tipiche in cui verranno a calarsi tutte le irriducibili contraddizioni storiche della storia umana sulla terra intera” (F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov).

Chiedendo di essere liberati dal Maligno,  – si legge nel Catechismo[31] – noi preghiamo nel contempo per essere liberati da tutti i mali, presenti, passati e futuri, di cui egli è l’artefice o l’istigatore. In quest’ultima domanda la Chiesa porta davanti al Padre tutta la miseria del mondo. Insieme con la liberazione dai mali che schiacciano l’umanità, la Chiesa implora il dono prezioso della pace e la grazia dell’attesa perseverante del ritorno di Cristo. Pregando così, anticipa nell’umiltà della fede la ricapitolazione di tutti e di tutto in colui che ha ‘potere sopra la Morte e sopra gli Inferi’ (Apocalisse 1, 18), ‘colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!’ (Apocalisse 1, 8).

Un’ultima osservazione. E’ stato osservato che il Padre nostro non viene concluso da una lode o da un ringraziamento, ma resta sospeso in un pressante grido di miseria[32]: liberaci dal male o dal Maligno. Così esso si apre con l’invocazione al Padre e si chiude con la parola Maligno Perché? E’ stato suggerito perché il Padre nostro è la preghiera del frattempo, non del definitivo; della domanda, non del possesso; della terra, non del cielo. Per questo la sua finale resta in qualche modo inconclusa, sospesa sulla domanda, anche se sostenuta dalla ferma certezza che il definitivo si è dischiuso. Fra l’invocazione al Padre, sorretta dalla preghiera di Gesù, e l’azione del Maligno c’è una tensione continua ma la preghiera di Gesù è più forte di Satana.[33]


[1]Pierangelo Sequeri , La spiritualità nel post moderno, in “ Il Regno” n. 18 del 15 ottobre 1998. Si veda anche il bel saggio di Giovanni Bianchi, Un inquietante paradosso, in Quaderni di azione sociale, n. 42, novembre-dicembre 1985. E quello di padre Mario Castelli s.j. ,Peculiarità della preghiera cristiana, sempre in Quas, n.48, novembre – dicembre 1986, pag. 65 e ss.

[2] G. Angelini , Assenza e ricerca di Dio nel nostro tempo, Centro Ambrosiano, Milano 1997, pag. 10.

[3] Sul discernimento spirituale rinvio al mio “Ascoltare e dire Dio oggi” pubblicato in Quaderni di azione sociale, n. 61, gennaio-febbraio 1988 pag.67 e ss.

[4] “La secolarizzazione è nel piano di Dio”, intervista pubblicata su Quaderni di azione sociale, n. 40, luglio-agosto 1985, pag. 155.

[5] De Anna, sermo 2,2.

[6] Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte IV, Saz.I, Cap.III,art. 1, n.2703.

[7] Bruno Maggioni, Padre nostro, Vita e pensiero, 1998.

[8] G.Theissen, La porta aperta, Variazioni su testi biblici, Claudiana, Torino 1993,90;

[9] Si discute molto se il Padre nostro sia composto di sei domande oltre all’invocazione iniziale o invece di sette domande non contando l’invocazione “Padre nostro che sei nei cieli”. La differenza sta in chi vuole separare “liberaci dal male” da “non ci indurre in tentazione” o nel tenere le due richieste unite in un unico versetto. Non solo gli studiosi ma anche i Padri della Chiesa hanno, a questo proposito, pareri diversi. Gregorio di Nissa, Ambrogio e Tertulliano sembrano essere per sei richieste mentre Tertulliano, Cipriano, Cassiano e Agostino ne contano sette. In un primo tempo anche noi avevamo optato per sei richieste lasciando una giornata alla riflessione dell’invocazione Padre nostro e questo confortati dal parere del biblista Bruno Maggioni (op.cit.) poi però ci hanno convinto i ragionamenti di don Raffaello Ciccone e le sue osservazioni su “I numeri nella Bibbia” ( testo dattiloscritto) e la documentazione di Roland Meynet s.j. in “La composizione del Padre nostro” in Liturgie 119 (2002).

[10] Henri Caldérali, Padre. Il tuo nome è preghiera, Paoline,2002.

[11] B. Maggioni, op.cit., pag. 34.

[12] H. Caldérali, op. cit,  pag.40.

[13] Idem, pag. 40.

[14] H. Troadec, Seigneur, apprendons-nous a prier, Ed. Mame, Parigi, 1976, pagt.33.

[15] B. Maggioni, op.cit. , pag. 40 e ss.

[16] M. Giacomantonio. Il Regno di Dio fra vita eterna e vita quotidiana, in www.michelegiacomantonio.com.

[17] B. Maggioni, op.cit. pag. 41 e ss.

[18] B.Maggioni, op.cit. ,pag. 61.

[19] Idem, pag.63

[20] B. Maggioni, idem, oag. 78.

[21] Pietro Citati, L’enigma del padre nostro, in “La Repubblica” del 30 gennaio 2003 ora in www.korazym.org .L’autore riflette sul termine inusuale di epiousion –  che viene tradotto con il vocabolo “quotidiano” – probabilmente tratto dalla lingua parlata greca per tradurre un altro termine popolare aramaico.

[22] P.Citati, art.cit, Così la versione siriana del padre nostro traduce il termine epiusion.

[23] Idem

[24] R, Meynet, op.cit.  La composizione del Padre nostro riprodurrebbe la forma del candelabro a sette braccia e fra le diverse spiegazioni di questa  centralità  del “dacci oggi il nostro pane”,segnaliamo quella che osserva come mentre le ultime tre richieste sono di liberazione da realtà malvagie ( i debiti, la tentazione, il male o il Maligno), il pane è una richiesta buona come le prime tre: il nome, il regno, la volontà.

[25] Parafrasi del “Padre nostro” in Fonti Francescane, Editrici Francescane, 1995, pag. 141.

[26] B. Maggioni, op.cit. pag. 92.

[27] B. Maggioni, op.cit. pag.104.

[28] B.Maggioni, op.cit., pag.107 e ss.

[29] B. Maggioni, op.cit., pag. 117 e ss.

[30] Dionigi Tettamanzi, Liberaci dal maligno: il grande tentatore, Lettera per la Santa Quaresima 2001, in www.italicattolica.it .

[31]  Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2854.

[32] O.Clement- B. Standaert, Pregare il Padre nostroQiqajon, 1989, p.19.

[33] B. Maggioni, op.cit.

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