La vita eterna comincia già qui

 Terrasanta 2 098

Aida sul fiume Giordano nel pellegrinaggio in Terrasanta con le Acli nazionali dal 3 all’8 febbraio 2005

Ricordo di Aida Camporeale Giacomantonio nel secondo anniversario del suo transito

Lipari 2 dicembre 2011 – 2 dicembre 2013

 

Il termine più usato da Gesù per indicare la vita oltre la vita terrena è “Regno di Dio”. Una realtà che inizia già qui, ora, in questo mondo. Solo una volta sulla croce, parlando al ladrone buono, usa il termine Paradiso.

Il termine “vita eterna” sta ad indicare pienezza di vita e non riguarda solo l’aldilà, ma inizia già in questo mondo. ”Chi crede ha la vita eterna… Chi mangi la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” annota l’evangelista Giovanni (3,15; 3,36, 6,54) e Luca ci assicura che “il Regno di Dio è già in mezzo a voi”(17,21). Sicuramente Regno di Dio e vita eterna hanno per Gesù lo stesso significato: acquisire la vita eterna vuol dire entrare nel Regno di Dio. E il Paradiso? Il termine Paradiso ha un’origine siriana, vuol dire “giardino” e se ne parla nell’Antico Testamento. Esso rimanda ad un mondo celeste in cui Dio vive con i suoi angeli ed è completamente altro dal mondo terreno. E’ l’al di là.

Gesù con la sua morte e la sua resurrezione rivoluziona questa realtà. Apre le porte del Paradiso non solo agli uomini ma anche alla creazione trasfigurata ed ai sentimenti positivi e le opere umane di valore anch’esse trasfigurate. E così il Paradiso diventa il Regno di Dio.

Una realtà non più al di là della vita terrena ma ad essa in qualche modo contigua, prossima, anzi – in modo misterioso – con essa intrecciata. Fra il mondo terreno e la vita eterna a fare da ponte ci sono l’amore, la santità, l’eucarestia. E c’è un operatore instancabile che tesse la tela di connessione: lo Spirito Santo.

Piccola mia,

tu sai che una delle domande che ho fatto e faccio a me stesso ed al Signore Gesù è perché tu dovessi andare ed io restare. Se avessi potuto – e tu lo sai – avrei dato la mia vita in cambio della tua. Credo che tu ti saresti adattata meglio a questa separazione perché sei sempre stata tu che hai tenuto le relazioni, hai coltivato i rapporti con tutti, parenti ed amici.

Perché tu e non io? Ho cercato di darmi delle risposte. La prima risposta è che per diventare degno di condividere con te l’eternità  io dovevo fare un supplemento di purgatorio su questa terra. Più passano i mesi ed io ripercorro con la memoria soprattutto quelli della tua malattia, più mi rendo conto di che grande anima ho avuto  al  mio fianco. Questo lo sapevo da tempo. Sapevo da tempo che io mi ritenevo esperto di teologia ma tu era quella che viveva e incarnava la fede. Tu era la mite, la misericordiosa, l’umile di cuore. Tutte virtù che sono andate crescendo nel tempo e soprattutto negli ultimi mesi. Eri soprattutto una donna forte, coraggiosa fino all’eroismo. Questo mi appare nitido se ripercorro le ultime settimane. Sono flash, frasi, gesti, comportamenti che avevo colto e rinchiuso nel cuore e nella mente senza scandagliarli a fondo anche perché ciò che coglievo immediatamente da loro era un messaggio di sofferenza che mi trafiggeva, mi sconvolgeva, mi procurava  pianto ed angoscia e quindi cercavo di ricacciare indietro. Non ho mai cercato di  rimuoverli però,  perché era parte di quella esperienza che volevo conservare, ma istintivamente volevo rimandarla ad un futuro quando avrei potuto attingere ad essa con maggiore serenità e meno dolore. Ammesso che questo futuro potesse mai esserci. Oggi so che molti di quei segni esprimevano probabilmente una sofferenza forte, profonda che tu  hai saputo controllare senza che mai esplodesse in pianto, in lamento, in dolore manifesto. Sofferenza fisica ma ancor più morale. Avevi accettato il tuo calvario anche se avevi un grande amore per la vita e lo dimostravi accogliendo con gioia i nipoti ed i parenti, partecipando volentieri alla convivialità familiare. Tu sapevi che te ne stavi andando, che ogni giorno vi erano cose che non riuscivi più a fare da sola, che ti mancavano le forze, che avevi bisogno di aiuto anche solo per alzarti in mezzo al letto.  Se voglio io posso disegnare un quadro di mezze frasi, di sospiri, di piccoli sfoghi subito contenuti. Tu soffrivi ma non volevi farlo pesare sugli altri e soprattutto su di me che ti ero il più vicino.

Tu sapevi quanto io fossi fragile ed evitavi di angustiarmi, di allarmarmi, di farmi soffrire. Fino all’ultimo giorno quando ti chiedevo se avevi dolori forti e mi rispondevi di no: “Un po’ di affanno, un po’ di peso al petto…”. Ed invece soffrivi, in silenzio. Solo nelle ultime ventiquattro/quarantott’ore hai detto alcune frasi che si riferivano alla tua fine imminente ma con molta serenità, senza strazio, senza lamentarti. E quando il dolore era divenuto più forte, insopportabile, ti è sfuggito un “Vorrei morire…”. Ma lo dicesti una, due volte, non di più, perché vedevi la sofferenza che mi procurava. In quei giorni io ho continuato a osservarti, ad amarti, a cogliere la tua forza, la tua grande tenerezza. Può tutto questo dissolverai con la morte? Può rimanere solo memoria mia finché io vivo?  Non è giusto che tutto questo entri nel Regno di Dio assieme a tutto ciò che di positivo gli uomini, compiono e producono in questo mondo? Perché ci sarebbe stata data la capacità di sentimenti così sublimi se devono poi finire nell’obblio? Perché l’intimità non deve avere storia? Perché non deve emergere? Le Scritture sono piene della manifestazione di grandi intimità a cominciare da quella di Maria che dice “si” all’angelo ed accetta di diventare la madre del Messia. La vita eterna esiste anche perché risplenda la grandezza degli umili. Signore Gesù, io non so se quella di Aida sia stata una fede eroica, so di certo che è stata una fede forte e che il messaggio che vi scopro è che devo essere forte anch’io se voglio essere degno di lei. Se voglio riaverla per l’eternità.

La seconda risposta che mi sono dato è che il Signore vuole che io testimoni come l’amore può essere più forte della morte e la può vincere. Un amore fedele ma anche un amore vivo non fatto solo di ricordi ma di un rapporto coltivato al di là della morte. Così è maturato un dialogo con te sempre più intenso che si snoda lungo la giornata e che ha come punti fermi i momenti di preghiera ( i due Rosari del mattino e del pomeriggio nei quali chiedo che tu sia nel Regno di Dio e che io possa raggiungerti al più presto e riprendere la vita insieme), le visite al camposanto  all’alba e al tramonto con il bacio del buon giorno e della buona notte che ci scambiavamo durante la vita terrena e infine l’eucarestia quotidiana con l’apice nell’offertorio. Un dialogo accompagnato da segni. Da parte mia,  le tue foto in ogni parte della casa così posso vederti ovunque mi giri; i fiori davanti alla tua tomba ed a casa dinnanzi alle tuo foto, i fiori per i nostri morti a cui  tenevi

tanto: soprattutto per Saverio, Maria e la piccola Delia; il loro ricordo nelle preghiere e nelle Messe; il cero tutti i giovedì di fronte al crocifisso , le attenzioni ai pronipoti che tanto amavi, ecc. E tu ricambi con piccoli eventi: facendo ritardare la pioggia quando vado al cimitero, facendomi sentire la tua vicinanza in vari momenti della giornata come quando prego, ma soprattutto salutandomi con uno sguardo tutto particolare quando mi chino a baciare – un po’ trafelato per salita – la tua foto sulla tomba. Una foto con uno sguardo fra il tenero e l’ironico, eppure è la stessa foto che ho sul comò in camera da letto e che ho stampato sulle immaginette di ringraziamento dopo il funerale. E poi ci sono i

fatti straordinari: come il tuo aiuto nella scelta del regalo per il compleanno di Matteo; la macchina che si blocca di fronte al santuario di Tindari e dopo la messa, avendo chiesto il tuo aiuto, riparte al primo tentativo. Può darsi che tutto questo sia frutto del caso e della mia immaginazione e che la realtà sia più banale. Ma d’altronde tutta la nostra vita e se vogliamo anche gran parte della storia dell’umanità ha valore o è banale a seconda dello spirito con cui la consideriamo. Se il nostro scetticismo ci impedisce di andare al di là dell’apparenza anche la stessa passione di nostro Signore finisce con l’essere una banale esecuzione di un ribelle come tante alla periferia dell’impero. Dobbiamo scegliere, se guardare la realtà con occhio scettico oppure con uno sguardo mistico che ci porta a discernere nella vita e nella storia l’irruzione dell’eterno ed i segni del Regno.

Testimoniare che l’amore è più forte della morte apre ad un terzo scenario, forse il più importante: testimoniare la concretezza e la prossimità a noi della vita eterna. E questo ho cercato e cerco di fare studiando e parlando dei misteri della fede e cercando di immaginare nella mia mente, come esercizio spirituale, quale potrebbe essere la vita tua e mia nell’eternità.

Già nella lettera dello scorso anno ho cercato di immaginarmi l’accoglienza alla mia morte e il grande banchetto per celebrare la ricorrenza del nostro matrimonio. In questo anno sono andato avanti nel pensiero e nella raffigurazione. Dove abiteremo? Ho pensato che la casa che abbiamo ristrutturato in via XXIV maggio ed abbiamo arredato con tanto amore e poi non siamo riusciti ad abitare perché la tua  malattia si è aggravata, potrà essere la casa della nostra eternità. Non ci serve di più se non forse un terrazzo come quello che abbiamo nella casa di vico Tarpea che guarda le colline ad anfiteatro di Lipari dove la sera potremmo incontrarci in modo conviviale con amici e parenti. Un terrazzo a cui si accede direttamente dal salone e dalla cucina, mentre la camera da letto potrebbe aprirsi sul mare con quella veduta che ammiriamo la mattina e la sera dalla tua tomba al camposanto. Questa mi piace pensare che possa essere la nostra casa dell’eternità in cui passare i lunghi momenti di serenità e di tenerezza e da cui contemplare il volto del Signore. E ho pensato anche come passeremo le giornate che non credo sia solo contemplazione anche se questa rimane il dato di fondo come la colonna sonora dei film. Tu potresti insegnare ai bambini a giocare, raccontando loro delle storie, disegnandole.  E fra questi bambini ci sarebbe anche Delia, la tua

sorellina che non hai mai conosciuta perché il Signore se l’è presa prima che tu nascessi, e con Delia tanti bambini di cui al camposanto si conservano le tombe. Io invece potrei cercare di fare quello che so meglio fare: dedicarmi all’organizzazione sociale non per risolvere delle criticità perché nel Regno non ce ne saranno, ma per creare momenti di incontro culturale, di festa, di convivialità. Potremmo visitare la storia di queste isole, di presenza, visto che non ci saranno più limiti temporali. Potremmo incontrare l’abate Ambrogio e il vescovo Ventimiglia, potremmo rivivere la controversia liparitana, potremmo assistere all’assedio del Barbarossa, ed io potrei fare da guida in queste escursioni. E potremmo anche fare dei viaggi nello spazio e nel tempo. Un giorno di settembre del 2011, all’ospedale di Milano, io ti confidai che speravo e credevo in un miracolo che ti avrebbe guarita e ti dissi che avevo promesso alla Madonna che la prima cosa che avremmo fatto sarebbe stato un viaggio a Lourdes. Tu mi guardasti con tutta la tenerezza che sapevi esprimere, mi stringesti la mano e mi dicesti: “Speriamo. Ma come primo viaggio io preferirei tornare in Terra Santa”.  Questa speranza non l’abbiamo potuta realizzare in questa vita ma rimane un impegno forte per quando saremo entrambi nel Regno. Allora organizzeremo un viaggio nella terra dove Gesù è nato ed è vissuto e sarà un viaggio non solo nella Palestina di oggi ma anche in quella del Suo tempo. Assisteremo ai momenti cruciali della Sua vita e del Suo Vangelo e sarà un viaggio di adorazione…

L’impegno più forte di questi mesi, Piccola mia, è stato di cercare e sperimentare la porta di accesso all’eternità, di imparare a scavalcare il confine che segna la contiguità, a entrare in rapporto con te che sei al là del confine. Oggi so che una porta di accesso è l’amore, un’altra è l’eucarestia. L’eucarestia, nel suo significato profondo, intesa come il fare memoria del Signore nella donazione totale, nell’accoglienza degli ultimi per quanto molesti e difficili essi siano, nell’accettare la sofferenza che non si può alleviare. Uno dei momenti centrali della nostra spiritualità condivisa, la mia e la tua, è stata la Messa quotidiana.  Da quando tu sei andata via essa è diventata anche il  momento più forte di incontro con te, soprattutto all’Offertorio. All’Offertorio ho imparato a porre sull’altare un frammento del nostro rapporto e della nostra vita. In principio, ogni giorno un frammento diverso. Ma era difficile trovare ogni giorno una cosa nuova. E così mi sono detto che nella

Messa si fa memoria sempre dello stesso sacrificio del Signore non di un momento qualsiasi della sua vita terrena. Perché allora non fare la stessa cosa per la nostra offerta? E quale poteva essere questo momento nostro che rappresentava il culmine del  sacrificio del nostro amore, della nostra vita in comune? Ecco, c’è un episodio negli ultimi giorni della tua sofferenza  prima della tua dipartita, di cui ho parlato altre volte, ma che vale la pena ricordare ora sotto una nuova luce. Non ricordo più se fosse di mattina, di pomeriggio, di sera o addirittura di notte. Forse era il tuo ultimo martedì o mercoledì. Eravamo nel nostro letto che era diventato l’altare della tua sofferenza, della nostra sofferenza, della mia tenue speranza, delle nostre preghiere. Ad un certo punto mi dici:”Ciccetto (così mi chiamavi nell’intimità), ti devi fare forza, devi farti coraggio..”. Io capii subito che cosa intendevi. Capii che ti rendevi conto che erano gli ultimi giorni di vita in questo mondo e cercai in qualche modo di respingere questa tua lucida consapevolezza, e ti risposi: “Come faccio a farmi coraggio, amore mio? Sei tu il mio coraggio, sei tu la mia forza…”. Tu mi stringesti forte la mano ed io ti diedi un bacio sulle labbra.

Terrasanta 3 150

L’altare della Crocifissione nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme

Ripensato ora questo momento mi sembra la celebrazione della nostro sacrificio. Una esperienza di amore che, sotto questa forma, si stava esaurendo e noi non potevamo farci niente, non potevamo trattenerla. Dovevamo solo chinare il capo ed offrire al Signore questa nostra impotenza confidando che lui la riscattasse e ci ridonassi il nostro amore nell’eternità. Questo non l’abbiamo fatto con le parole e non so nemmeno se l’ho fatto nel mio animo perché ero troppo impegnato a chiedergli il miracolo della guarigione. Certamente, nel mio animo, io gli ho chiesto di aiutarmi. E lo stesso penso abbia fatto tu. Ma se non l’abbiamo fatto allora esplicitamente lo posso fare oggi, sicuro di interpretare anche la tua volontà. Anzi oggi io oso fare un altro passo. Ricordando il gesto di Gesù sulla croce, poco prima di “rendere lo Spirito”, io  dico al Signore, oggi per allora, oggi per tutti questi giorni che sono trascorsi dalla tua dipartita: “Ecco Signore io ho fatto quanto era umanamente possibile, ora affido Aida a te, prendila nel tuo Regno come tua sorella, come tua figlia, e sono sicuro che avrai per lei un occhio di riguardo perché ha molto sofferto e lo ha fatto in silenzio per amore. E non dimenticarti di me, consentimi di riprendere con lei il comune cammino e questa volta per l’eternità. Amen”.

Ho pensato, Signore, che questa celebrazione del nostro amore deve essere ripetuta ogni giorno nella messa, all’offertorio. Un momento di dolore che diventa speranza che collochiamo, io e Aida, a fianco al pane ed al vino perché insieme al pane ed al vino diventi il tuo corpo ed il tuo sangue.

Michele

Terrasanta 4 056

A Betlemme nella grotta dove S.Girolamo tradusse la Bibbia

 

La vita eterna comincia già qui

 

 

 

 

 

 

 

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