La chiesa profezia di misericordia

“Fa più rumore un albero che cade di
una foresta che cresce”.
Lao Tzu.

La misericordia in questo mondo.
Ma esiste ancora la misericordia in questo mondo? Il secolo scorso il XX è stato un secolo terribile: abbiamo conosciuto due sistemi totalitari brutali, due guerre mondiali con decine di milioni di morti, lo sterminio di massa, l’esplosione della boma atomica…E quello appena iniziato non sembra dover essere da meno visto che é stato salutato, nel suo primo anno, mentre continuano e si approfondiscono i drammi degli immigrati, lo sfruttamento dei bambini, l’emarginazione di ampi strati di popolo.
“Pietà l’è morta” diceva una antica canzone che gli alpini cantavano nella prima guerra mondiale. Si, sembra proprio che Dio sia morto e con lui la pietà e l’umanità per cui, per molti l’unica prospettiva, é la disperazione . Vengono in mente le parole di Albert Camus che scriveva che l’unico problema filosofico da prendere sul serio é il suicidio. D’altronde Habermas ci ha avvertito che “se le oasi utopiche si inaridiscono, si estende un deserto fatto di banalità e di sconcerto”.
Eppure non si può dire che la compassione e la misericordia oggi ci siano diventate del tutto estranee e ci manchino. La solidarietà che si manifesta di fronte alle catastrofi naturali, ai terremoti, alle alluvioni; le collette che si rincorrono a favore di ospedali in Africa, dei medicinali e delle cure in genere per i bambini e per i poveri, la solidarietà nelle famiglie e fra le famiglie, a livello di vicinato, di paese; tutto questo ci dice che compassione e misericordia non sono morte.
E allora ci torna alla mente un antico proverbio cinese che saggiamente ricorda che “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”. La misericordia non è morta ma forse, le sue opere, vanno sostenute, alimentate, opportunamente presentate…
Sono in molti oggi a comprendere che, a differenza di come sosteneva Nietzsche, la morte di Dio non porta alla liberazione dell’uomo ma alla perdita della sua dignità e della speranza. Sarebbe il trionfo dei violenti e dell’ingiustizia. Senza Dio non c’è più alcuna istanza a cui appellarsi, non c’è più alcuna speranza in un senso ultimo e in un’ultima giustizia.
Ma riconoscere questo equivale a riproporre con forza la concretezza della fede in Dio per cui l’ annunzio della sua morte e’ l’annunzio della nostra incapacità a comprenderlo, a comunicarlo, a testimoniarlo.
C’è da chiederci se gran parte della perdita di senso del divino per gli uomini del nostro tempo non sia dovuta al fatto che quello della misericordia sia divenuto, in molti casi, un sentimento trascurato e ripudiato come sentimentalismo, ingenuità, sintomo di debolezza. Spesso si contrappongono alle solidarietà ad ampio raggio le solidarietà corte, a piccolo raggio, come succede di fronte agli immigrati quando si sostiene che rubano il lavoro ai residenti, che inquinano l’ambiente contagiandolo con la criminalità, il commercio illegale, la prostituzione.
Oppure si preferisce ignorare la misericordia perché si pensa che quello che accade derivi da cause ineluttabili, lontane , spesso oscure e astratte come “il sistema”, i poteri forti”,…contro le quali non possiamo fare nulla se non soccombere. Si produce così un grandioso meccanismo di decolpevolizzazione che mette in discussione ogni responsabilità personale e quindi la stessa dignità umana.
È questo non solo nella cultura laica ma anche fra i cristiani. Il card. Kasper ha sottolineato come sebbene la misericordia di Dio abbia un’ importanza centrale nell’Antico e nel Nuovo Testamento, questo tema compare tutt’al più in modo marginale nei lessici e nei manuali di teologia dogmatica. Essa vi è presentata come una delle proprietà di Dio fra le altre e, il più delle volte, solo brevemente dopo le altre proprietà che derivano dall’essenza metafisica di Dio: infinità, eternità ,onnipresenza, onniscienza, onnipotenza… Questo é dovuto al fatto che la teologia sul l’essenza di Dio parte da un approccio troppo metafisico e poco biblico. La misericordia infatti non risulta da un approccio filosofico ma dall’auto rivelazione storica di Dio. Un altra conseguenza di questo approccio tutto metafisico é la difficoltà a concepire un Dio che soffre. Se Dio é la perfezione e la sofferenza un difetto allora Dio é incapace di soffrire. La dogmatica non può accettare un Dio compassionevole nel senso profondo del termine cioè che condivide la passione, la sofferenza con la sua creatura, come ci rivela la Bibbia. Tutt’al più arriva a concepire un Dio che si oppone alla sofferenza della sua creatura e lo aiuta (Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, q.21 a.3). Ma si chiede Kasper, ” un Dio pensato così apatico può essere veramente simpatico ?”.
Il rapporto fra giustizia e misericordia ha rappresentato una questione centrale nella teologia occidentale e l’idea di un Dio castigatore e vendicativo ha gettato molti nell’angoscia a proposito della loro salvezza eterna.

La misericordia nell’Antico Testamento.
Solitamente si ritiene che il Dio dell’Antico Testamento sia un Dio severo e persino irascibile, vendicativo. Eppure in Osea si leggono queste parole: “Come posso abbandonarti Israele?. .Il mio cuore non me lo permette, il mio amore è troppo forte” (11,8). Certo non mancano le affermazioni violente come al Salmo 110 . “Il Signore rimane al tuo fianco; /distruggerà i re/ quando esploderà la sua ira. /Condannerà le nazioni;/ farà montagne di cadaveri,/spezzerà teste in tutto il paese”. (110, 5-6).
Come abbiamo già osservato a proposito della resurrezione il Vecchio Testamento a proposito di alcuni temi presenta come una maturazione interna. Sembra quasi che più ci si avvicini alla pienezza dei tempi più i profeti mettono a fuoco alcuni temi centrali che acquisteranno senso pieno alla venuta del Cristo. Così è per la resurrezione dei corpi, così è per la misericordia di Dio.
I teologi descrivono questa maturazione come di “un processo della progressiva trasformazione critica dell’idea di Dio all’interno dello stesso Antico Testamento e del suo sviluppo intrinseco fino al Nuovo Testamento” (W.Kasper, Misericordia, pag.69).
Quindi al di là di alcune impressioni generali proprio l’Antico Testamento ci rivela un Dio paziente e misericordioso a cominciare dalla Genesi. Dio crea l’universo e constata che le cose che ha fatto sono tutte buone, anzi molto buone. Per ultimo crea l’uomo, a sua immagine e somiglianza, e gli affida il creato. Ma arriva subito la catastrofe: il peccato originale, la menzogna, la cacciata dal giardino. Dio non lascia però che l’uomo sprofondi e con la chiamata di Abramo pone un nuovo inizio. Proprio a proposito del rapporto di Dio con Abramo l’Antico Testamento ci offre una delle pagine più incisive della pazienza e della misericordia di Dio ma anche della considerazione che Egli ha del suo interlocutore. Mi riferisco all’intercessione di Abramo contro la distruzione di Sodoma (Gn 18, 23-33).
“…. Abramo stava ancora davanti al Signore. Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lungi da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?».
Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città».
Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere…
Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne trovo quarantacinque».
Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta».
Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta».
Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti».
Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola; forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».
Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abramo, se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione.”

Un altro momento rivelatore della pazienza e della misericordia di Dio è il dialogo con Mosé che intercede per il suo popolo che – dimentico di essere stato liberato dalla schiavitù d’Egitto, di aver traversato il mar Rosso, di essere stato sfamato e dissetato nella traversata del deserto, di aver ricevuto le tavole della legge – ha rinnegato il Signore e si è messo ad adorare un vitello d’oro. E Dio malgrado l’infedeltà e la cocciutaggine del popolo non lo abbandona al suo destino ma accoglie la preghiera di Mosé e gli ordina di riprendere il cammino verso la terra promessa.
“Io però – dice il Signore – non camminerò in mezzo a voi perché avete la testa troppo dura. Finirei per sterminarvi lungo la strada” (Es 33,3).
“Se tu non vieni con noi – incalza Mosé – non farci neppure partire di qui. Solo se cammini insieme a noi, si potrà sapere che io e il tuo popolo godiamo delle tua fiducia. Solo la tua presenza ci distingue da tutti i popoli della terra”.
“Farò come tu hai detto: tu hai la mia piena fiducia perché ti conosco bene!” (Es 33, 15-17).
Il Signore non acconsente però a che Mosé lo possa vedere in volto, non potrebbe. Lo vedrà solo di spalle dopo che è passato (Es 33, 18-23). Lo potrà riconoscere solo a posteriori, dopo che ha fatto la storia e lo riconoscerà sulla base della sua parola rivelatrice e interpretativa.
Questo Dio della Genesi e dell’Esodo è un Dio che accetta l’uomo come interlocutore, che si lascia convincere dalle sollecitazioni ad aver misericordia malgrado le colpe per rispetto dei giusti. Purtroppo a Sodoma non ne trova neppure dieci ma nel deserto gli basta il solo Mosé: tu hai la mia piena fiducia.
L’apice della rivelazione della misericordia dell’Antico Testamento però si trova in Osea. E’ Osea che cita il comando che Gesù riprenderà per ben due volte ( Mt 9,13; 12,7) “Misericordia voglio non sacrifici” (6,6). Ed è ancora Osea che fa spiegare a Dio perché è misericordioso alla fine di un rimprovero che invece che in ira si tramuta in un canto forte di amore:
“Quando Israele era giovinetto,
io l’ho amato
e dall’Egitto ho chiamato mio figlio.
Ma più li chiamavo,
più si allontanavano da me;
immolavano vittime ai Baal,
agli idoli bruciavano incensi.
Ad Efraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano,
ma essi non compresero
che avevo cura di loro.
Io li traevo con legami di bontà,
con vincoli d’amore;
ero per loro
come chi solleva un bimbo alla sua guancia;
mi chinavo su di lui
per dargli da mangiare.
Ritornerà al paese d’Egitto,
Assur sarà il suo re,
perché non hanno voluto convertirsi.
La spada farà strage nelle loro città,
sterminerà i loro figli,
demolirà le loro fortezze.
Il mio popolo è duro a convertirsi:
chiamato a guardare in alto
nessuno sa sollevare lo sguardo.
Come potrei abbandonarti, Efraim,
come consegnarti ad altri, Israele?…
Il mio cuore si commuove dentro di me,
il mio intimo freme di compassione.
Non darò sfogo all’ardore della mia ira,
non tornerò a distruggere Efraim,
perché sono Dio e non uomo;
sono il Santo in mezzo a te
e non verrò nella mia ira.”
Dio ha amato Israele con tenerezza ma Israele non ha corrisposto e si è rivolto a dei pagani. Quindi meriterebbe di essere abbandonato, di tornare nella schiavitù d’Egitto, di subire stragi e stermini… Ma Dio non può fare questo. Il cuore di Dio si capovolge. Il concetto espresso nella lingua originale è più forte di “commuovere”. Nel cuore di Dio avviene come un sommovimento profondo, un terremoto e così egli e getta via la giustizia per fare spazio alla misericordia. E questo non malgrado ma proprio perché è Dio e non un uomo. Questa è la risposta: la misericordia e di Dio. “La santità di Dio, il suo essere totalmente diverso rispetto all’umano, non si manifesta nella sua giusta ira, neppure nella sua trascendenza inaccessibile e insondabile per l’uomo: l’essere Dio di Dio si manifesta nella sua misericordia La misericordia è espressione della sua essenza divina”(W. Kasper, idem, pag. 82).
Anche nell’Antico Testamento la misericordia di Dio è rivolta in particolare ai deboli e ai poveri e questo ci dice che non si tratta solo di un messaggio spirituale ma fortemente concreto. Infatti Dio condanna l’oppressione e lo sfruttamento dei forestieri, delle vedove, degli orfani (Es 22, 20-26), l’usura (Es 22, 24-26), fa obbligo della decima per i poveri, chiede di proclamare ogni cinquant’anni un anno giubilare in cui si restituiscono i terreni, i campi non vanno coltivati, i debiti devono essere condonati e tutti gli schiavi devono essere rimessi in libertà (Lv 25, 8 e ss.,27,14 e ss.). E Anna nel primo libro di Samuele, anticipando la Maria del Magnificat, annunzia che il Signore : “Solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero, per farli sedere con i nobili e assegnare loro un trono di gloria”(1 Sam 2,8).

La misericordia di Dio proclamata da Gesù .
La novità del messaggio di Gesù rispetto all’Antico Testamento sta nel fatto che egli predica la misericordia di Dio in maniera definitiva e per tutti. Non solo a pochi giusti, ma a tutti Gesù dischiude la via di accesso a Dio, per tutti c’è posto nel regno di Dio, nessuno escluso. Dio ha messo definitivamente a tacere la propria ira e ha fatto spazio al suo amore e alla sua misericordia (W. Kasper, idem, pag.103).
Gesù non predica un amore dei lontani, ma un amore dei vicini. Tale amore non è legato a vincoli familiari, all’amicizia, a un appartenenza religiosa o etnica, ma il suo criterio nell’uomo sofferente e bisognoso di aiuto concreto, che incontriamo lungo la via. Paradigmatica è la parabola del buon samaritano. Un uomo di Samaria, un eretico, uno scomunicato, è l’unico che prova misericordia per chi è stato aggredito, ferito ed abbandonato e se ne prende concretamente cura. L’amore che predica Gesù è un amore fattivo per chi soffre ma soprattutto per chi vive in uno stato di sofferenza continua come i bisognosi, i poveri, i piccoli, per chi è umanamente insignificante. E non importa se essi siano peccatori anzi proprio i peccatori sono i destinati privilegiati del suo messaggio. Ad essi non impartisce lezioni non chiede l’impegno a convertirsi ma offre la sua compagnia, pranza con loro, frequenta le loro case e saranno essi, liberamente, spontaneamente, a decidere di cambiare vita.
Un’altra parabola illuminante è quella del padre misericordioso impropriamente conosciuta come la parabola del figliol prodigo. Il padre ,quando vede arrivare da lontano il figlio che era andato via in malo modo pretendendo la sua parte di eredità, gioisce e, senza sapere perché torna, gli va incontro per abbracciarlo. E raggiuntolo, lo vede lacero, smagrito, affaticato. Capisce tutto ma non lo rimprovera e ancor prima di sapere che è pentito, lo accoglie, gli da vesti nuove ed i segni della dignità perduta e quindi fa festa con lui e per lui. Per lui che aveva perso ed ora ha ritrovato.
Questo padre della parabola è immagine del Padre che Gesù chiama Abbà, con quel tono familiare che gli evangelisti hanno voluto tramandare e che è stato conservato anche nel contesto greco(Rm, 8,15; Gal 4,6). Dio è Padre ed un padre particolarmente misericordioso: non condanna ma perdona, dà e dona oltre ogni misura. “La misericordia di Dio – osserva Kasper – è, per così dire, spropositata e supera qualsiasi misura”. (pag.105). Il Padre nostro che è la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato a pregare, esprime la relazione che il credente deve avere con Dio: “una relazione personale con il tu divino, che ci conosce e ci ascolta, ci sorregge e ci ama”(idem).
Ma dove l’amore e la misericordia di Dio si manifestano in maniera sublime è nel grande mistero della Nuova Alleanza attraverso l’incarnazione, la morte e la resurrezione del Figlio che ha riscattato l’uomo, le opere buone da lui realizzate, il creato e trasfigurandoli tutto ha indirizzato nel suo regno. Abbiamo parlato altre volte di questo grande mistero che é il cuore del mistero dell’universo. Qui ci basta ricordare che Gesù prende liberamente, in nostra rappresentanza vicaria, il peccato su di sé, anzi diventa lui stesso peccato ( 2Cor 5,21). Essendo però Figlio di Dio, non può essere vinto dalla morte, ma vince la morte; la sua morte è la morte della morte. Infatti la resurrezione non è solo quella di Gesù ma anche quella dei morti che lo hanno preceduto e di quelli che lo seguiranno. Con la resurrezione il Paradiso degli angeli diventa il Regno di tutti dove troveranno posto, Trasfigurati , le cose buone di questo mondo. La resurrezione di Gesù è diventata per noi la porta di ingresso della vita. In lui Dio si è mostrato ancora una volta e definitivamente come il Dio pieno di compassione (Ef 2,4 e ss.), per renderci possibile un nuovo inizio e rigenerarci nella sua grande misericordia (1 Pt 1,3).
La sconfinata misericordia di Dio può indurci a pensare che alla fine tutti si salveranno? Nella Scrittura esistono due diverse serie di affermazioni all’apparenza fra loro inconciliabili.
Da un lato l’affermazione chiara e incontrovertibile: Dio vuole, in Gesù Cristo, la salvezza di tutti gli uomini (1 Tm2,3). Gesù dice di essere venuto al mondo non per giudicarlo ma per salvarlo (Gv 12,47) e ha promesso : “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”(Gv 12,32). Paolo ha ripreso questo messaggio è ha affermato che in Cristo, Dio volle riconciliare tutto ciò che è in cielo e sulla terra (Col 1,20). Per mezzo di Gesù Cristo Dio vuole essere alla fine tutto in tutti (1 Cor 15,27 e ss.; Rm 11,32).
Dall’altra, nella Bibbia c’è il messaggio del giudizio universale corredato da tutta una serie di affermazioni. Basti fare riferimento al grande discorso di Gesù sul giudizio che si trova in Matteo( 25,31-46) nel quale a quanti si saranno dimostrati misericordiosi verso i poveri, i bisognosi e i perseguitati viene promesso il regno di Dio, mentre coloro che si saranno comportati senza misericordia saranno condannati ad una pena eterna. Anche Paolo parla del giorno dell’ira (Rm 2,5) e della ricompensa dei buoni e dei cattivi (2 Cor 5,10; Ts 1, 5-10).
La teoria della redenzione universale e quella del giudizio universale, con una propensione a pensare che fosse la gran massa ad essere dannata, si sono susseguite nel corso della storia e se fino a qualche decennio fa quella del giudizio era prevalente fra i teologi e i credenti oggi si assiste ad un netto cambiamento di mentalità. Il tentativo di una soluzione fu tentata da Hans Urs von Balthazar che ha trovato fra i teologi sostenitori importanti ma anche critici radicali. E’ la tesi che fu banalizzata, tradendo il pensiero del grande teologo, con la formula “l’inferno esiste ma è vuoto”.
Secondo questa teoria, invece, entrambe le due serie di affermazioni vogliono essere prese sul serio. Le affermazioni salvifiche universalistiche sono affermazioni di speranza per tutti ma non vogliono dire che effettivamente tutti singolarmente si salveranno perché Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini, ma non la vuole senza gli uomini, non la vuole passando sopra alla loro libertà. Viceversa le affermazioni che parlano di giudizio e fanno riferimento all’inferno non intendono dire di nessun uomo e men che mai della maggioranza degli uomini che sono caduti nella pena dell’inferno. Più chiaramente: di nessun esser umano concreto ci è stata rivelata la dannazione eterna e la chiesa non ha mai insegnato in modo dogmaticamente vincolante a proposito di nessuno che egli sia caduto nella dannazione eterna. Nemmeno di Giuda che pure tradì Gesù e poi condannò se stesso impiccandosi.
Perciò né un ottimismo a buon mercato nei riguardi della salvezza, né un pessimismo che incute la paura dell’inferno corrispondono alle affermazioni bibliche. Possiamo sperare nella salvezza di tutti ma di fatto non possiamo sapere se tutti si salveranno.
La libertà di Dio, così come la libertà dell’uomo sono un mistero insondabile. L’unica risposta sulla base della testimonianza biblica è che la misericordia di Dio mantiene aperta una possibilità di salvezza per ogni essere umano, c he è in linea di principio disposto a convertirsi e si pente della propria colpa, anche se tale colpa fosse enormemente grande ed egli avesse sprecato tutta la propria vita precedente.
Forse una ulteriore riflessione può aiutarci a sondare meglio questo mistero. Il problema non è solo la polarizzazione fra salvezza e condanna ma anche, se la salvezza è il dono di potere entrare nella grazia e nella beatitudine di Dio, sapere in che misura riusciremo a godere di questa grazia. E come il godimento di un’opera d’arte (un quadro, una musica, un film…) sarà per noi tanto maggiore quanto più avremmo affinato la nostra capacità di comprensione e di penetrazione, così riusciremo ad entrare nella gloria di Dio nella misura in cui, durante la vita terrena, avremo imparato ad amarlo nei poveri, negli emarginati, nello straniero.

Beati i misericordiosi.

Se Dio è misericordioso e la misericordia è la sua perfezione anche noi siamo chiamati ad essere misericordiosi cioè perfetti come il Padre che è nei cieli (Mt 5,43-48).
Nel grande discorso del giudizio universale (Mt 25,35-39, 42-44) è detto che ci verrà accreditato o addebitato se abbiamo dato da mangiare agli affamati, dato da bere agli assetati, ospitato i senza tetto, vestito gli ignudi, visitato i malati e i prigionieri non la partecipazione alla messa, la frequentazione delle novene e nemmeno l’accostamento all’eucarestia. Torna qui l’eco delle parole di Osea “Misericordia voglio non sacrifici”.
Nella parabola del servo spietato (Mt 18, 23.35) Gesù spiega che dobbiamo essere misericordiosi con coloro che ci devono qualcosa, così come Dio è misericordioso con noi”. E nel Padre nostro ci insegna a chiedere a Dio che ci rimetta i nostri debiti così come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12;Lc 11,4). Nella nostra misericordia diventa concretamente reale per il nostro prossimo la misericordia di Dio; nella nostra misericordia verso il nostro prossimo il regno di Dio irrompe segretamente.
Quando a Gesù gli fu chiesto quale fosse il comandamento più grande egli rispose nello spirito dell’Antico Testamento: l’amore di Dio e l’amore del prossimo (Mc 12,29-31; Mt 22,34-40; Lc 10,25-28). In Gesù questi due comandamenti sono indissolubilmente collegati e vengono estesi a tutti gli uomini. Paolo ci ricorda, in quell’inno sublime all’amore riportato nella prima lettera ai Corinzi (1 Cor 13), che senza l’amore, senza la carità tutto il resto – profezia, conoscenza dei misteri, sapienza, fede, .. – non vale nulla, è senza valore, infruttuoso. “Se non avessi la carità sarei come un bronzo che rimbomba o come un cimbalo che strepita” (1 Cor 13,2 e ss.). Infine Giovanni parla di un comandamento nuovo: “Come io ho amato voi così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli se avete amore gli uni per gli altri “(Gv 13,34 e ss.).
La richiesta dell’amore al prossimo avanzata da Gesù è radicale. Bisogna amare anche i nemici e pregare per i nostri persecutori, non bisogna opporsi ai malvagi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia tu porgigli anche l’altra…
“Non solo il singolo cristiano, non solo gli stati – osserva Kasper – ma pure la chiesa ha faticato e fatica a praticare il comandamento dell’amore dei nemici” (pag.212). Si pensi alla persecuzione degli ebrei e degli eretici, alle crociate, alle guerre di religione. E i Padri della chiesa sono stati consapevoli di questa difficoltà tanto che Ambrogio ha cercato di graduare questa misericordia ed ha suggerito di non ricambiare il male con il male come dovere e di ricambiare il male con il bene come perfezione (Sui doveri 48, nn.233-239). E Agostino ha sollecitato il credente a perdonare almeno coloro che gli chiedono il perdono perché chi non perdona non sarà neppure perdonato dal Padre celeste (Enchiridion 73 e ss.).
La misericordia cristiana per il prossimo non consiste solo in un amore generale degli uomini, nella compassione per il sofferente, ma consiste nell’incontrare nei sofferenti, nei poveri, nei bisognosi lo stesso Gesù Cristo. In ciascuno di essi mi si fa incontro lo stesso Gesù Cristo. Perciò la misericordia del cristiano non è in primo luogo una questione di morale ma è una questione della fede in Cristo e dell’incontro con Cristo.
Madre Teresa pregava: “Mio Signore, fa che io possa vederti oggi e ogni giorno nei malati e, mentre li accudisco, che io possa avvicinarli a te. Anche se ti nascondi dietro le sembianze poco invitanti della persona irritata, esigente scriteriata, fa che io possa comunque riconoscerti” (Madre Teresa di Calcutta, Parole d’amore).
E madre Florenzia alle suore missionarie in Brasile che prestavano la loro opera negli ospedali scriveva: “Oh, come sarebbe bello se in uno dei tanti ammalati trovereste Gesù in persona! Ma se non lo trovate visibile, Lo troverete sempre invisibile. Quindi quando avvicinate l’ammalato andate con quel pensiero che vedete Gesù”(Florenzia che ha svegliato l’aurora, pag.428). Sempre Florenzia alle sue suore insegnava che : “Quando un povero bussa alla nostra porta, bisogna accoglierlo ed aiutarlo, perché in lui c’è l’immagine di Gesù Cristo”(idem.)

La chiesa sacramento dell’amore e della misericordia.
Il tema della misericordia è un punto di vista privilegiato per parlare della Chiesa. Infatti la misericordia non è un comandamento valido solo per il credente ma anche e ancor prima per la chiesa nel suo complesso. Essa infatti non è un’agenzia sociale e un club benefico ma la chiesa è e vuole essere corpo di Cristo sacramento della presenza permanente ed efficace di Cristo nel mondo. La chiesa deve rendere presente nella storia e nella vita del singolo cristiano il vangelo della misericordia ed è quindi sacramento universale di salvezza. Al tempo stesso però è anche oggetto della misericordia di Dio perché è formata da uomini peccatori e deve perciò essere continuamente purificata per essere pura e santa. Ecclesia semper reformanda. Quindi la chiesa sa che solo Cristo è l’unico e universale mediatore della salvezza per cui se, come ci ricorda il Concilio Vaticano II, essa possiede la pienezza dei mezzi di salvezza, lo Spirito Santo opera mediante molti doni propri anche al di fuori dei suoi confini visibili (Lumen gentium 15).
Ancora il Concilio ci ricorda che la Chiesa prima di essere caratterizzata dalla sua gerarchia, dal Papa e dai Vescovi, è Popolo di Dio. Se è accetto a Dio chiunque lo teme ed opera la giustizia tuttavia, ci ricorda ancora il Concilio, Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità”(L.G. 9). Questo popolo è un popolo regale in quanto partecipa della regalità di Cristo servendolo soprattutto nei poveri e nei sofferenti; è un popolo di sacerdoti chiamati ad offrire se stessi come vittima viva, santa gradevole a Dio (Rm 12,1). E’ anche un popolo di profeti che partecipa dell’ufficio profetico di Cristo e quindi chiamato, anche in forza dei carismi che lo Spirito distribuisce, a testimoniare la misericordia senza delegarla ad altri, come esperienza personale e comunitaria.
Questo rapporto della chiesa con il Padre, con il Figlio e lo Spirito Santo fa dire a Bruno Forte che la Chiesa è Chiesa della Trinità. Infatti è popolo di Dio e perciò Chiesa del Padre, Corpo di Cristo e perciò chiesa del Figlio, è Tempio dello Spirito e perciò Chiesa dello Spirito Santo .
Questa testimonianza della misericordia la chiesa deve praticarla attraverso la predicazione, deve esercitarla a partire dal sacramento della misericordia, deve viverla nei fatti.
Innanzitutto la chiesa deve predicare la misericordia ricordando che tutta la storia umana è traversata dalla misericordia di Dio e sta a noi saperlo scoprire applicando il discernimento spirituale cioè il percorso dello Spirito nelle vicende degli uomini. La Scrittura è sotto questo punto di vista un modello che rende esplicita la presenza e l’intervento di Dio, la sua continua ricerca di avere l’uomo come interlocutore, come partener nella costruzione del Regno. La storia della salvezza di allora diventa, per così dire, storia della salvezza di oggi e di conseguenza la storia della vita di noi uomini di oggi.
Particolare attenzione bisogna avere, a cominciare dalla predicazione, a temi particolarmente sensibili come quello degli immigrati dove spesso si cerca di contrapporre alla solidarietà verso i nuovi arrivati quella nei confronti dei residenti che si vedrebbero insidiati nel diritto al lavoro, alla casa, all’assistenza; o come quello verso i carcerati a cui viene contrapposto un perbenismo borghese che non vuole sentire parlare di investire nella qualità delle carceri, o nel proporre amnistie e indulti.
Dinnanzi ai problemi ed alle difficoltà che investono la vita quotidiana degli uomini la chiesa deve chinarsi con misericordia e dire che , al di là di tutte le nebbie e spesso anche delle tenebre del nostro mondo, vigila il volto misericordioso di un Padre che conosce ed ama ogni singolo e sa di che cosa abbiamo bisogno ( Mt 6,8.32).
Nell’udienza del 15 marzo che Papa Francesco ha rivolto a tutti i cardinali ha detto “Non cediamo mai al pessimismo e allo scoraggiamento” e nove giorni dopo, il 24 marzo, in Piazza San Pietro in occasione della Giornata mondiale della gioventù ha esclamato con forza: “Per favore, non lasciatevi rubare la speranza! Quella che ci da Gesù”.
Tutti i sacramenti sono sacramenti della misericordia di Dio a cominciare dal battesimo che inserisce il battezzato nella comunione della chiesa che è comunione di vita e di amore. Nella chiesa primitiva si aveva forte la consapevolezza che il battesimo faceva del catecumeno una nuova creatura liberato dal modo di vivere e dei vizi del vecchio mondo. Il sacramento della penitenza fu concepito come una seconda tavola di salvezza dopo il naufragio del peccato e come un secondo faticoso battesimo, non mediante l’acqua ma – come osservava Gregorio di Nazianzio – mediante le lacrime (H.Rahner, Il naufragio e la tavola di salvezza, in La ecclesiologia dei Padri, Paoline, Roma 1971).
Perciò il sacramento della penitenza è il sacramento della misericordia di Dio per eccellenza, che ci perdona di nuovo e ci offre di continuo una nuova possibilità ed un nuovo inizio.
Infine non basta che la chiesa parli di misericordia, soprattutto oggi che essa è giudicata per le sue azioni, il suo messaggio deve fare sentire i suoi effetti sulla prassi concreta e promuovere una cultura della misericordia in tutta la sua vita. E questo a cominciare dalle parrocchie che sono il terminale più prossimo alla gente e quindi ai poveri ed ai bisognosi. Le parrocchie non possono essere solo luogo di preghiera e di culto devono essere anche centro di solidarietà per la loro comunità e anche oltre. Per questo sono importantissime le attività di volontariato rivolte agli ammalati, alle famiglie in difficoltà, agli immigrati, a non normodotati; i banchi alimentari e i banchi farmaceutici, le mense di solidarietà, i centri di ascolto, le case di accoglienza, la cura dell’infanzia a cominciare da quella abbandonata, ecc..
Nella chiesa primitiva la prassi caritativa non veniva lasciata solo alla religiosità privata ma praticata come comunità in forma istituzionalizzata. Negli Atti degli apostoli si legge che il servizio alle mense aveva raggiunto già nella comunità di Gerusalemme dimensioni tali che gli apostoli non riuscivano più a farvi fronte e istituirono per questo i diaconi (At 6, 1-4). Tertulliano racconta che la sollecitudine dei cristiani per i bisognosi riempiva di stupore il loro ambiente pagano tanto che questi non potevano far a meno di riconoscere “Guardate come si amano!” (Tertulliano, Apologia del cristianesimo, Rizzoli, Milano).
Una prassi di misericordia non può non interpellare in maniera forte la chiesa sul suo rapporto con i beni e la ricchezza. Se la chiesa predica Gesù Cristo che per amor nostro si è spogliato della sua divinità e si è fatto povero e schiavo non può essere credibile se non segue Cristo su questa strada della spogliazione. Il Concilio ricorda ( L.G. 8,3) che se la Chiesa ha bisogno, per compiere la sua missione, di mezzi umani “non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione”. E papa Francesco il 16 marzo, mentre spiegava ai giornalisti perché e come aveva scelto il nome Francesco ha esclamato: “Come vorrei una Chiesa povera, e per i poveri!”.
E forse una chiesa povera e per i poveri è quella che può parlare con autorevolezza agli stati ed ai potentati di pace, di giustizia sociale, di solidarietà verso i dannati della terra che continuano ad aumentare quanto più nel mondo aumenta il benessere e la ricchezza.

Maria madre di misericordia.
Nel grande progetto della misericordia di Dio per recuperare l’uomo come interlocutore, Maria ha un posto unico. Maria è redenta come tutti gli altri redenti, ma diversamente da essi fu redenta fin dal primo istante della sua esistenza da ogni macchia di peccato.
Maria è anche colei che intercede senza nulla togliere alla unicità della mediazione di Cristo. Nella sua intercessione Maria realizza invece in modo particolare e unico l’intercessione degli uni in favore degli altri che deve caratterizzare ogni cristiano. E’ una di noi, la prima di noi.
E questo primato non fu dato a Maria gratuitamente ma essa se lo è conquistato in almeno due momenti della storia della salvezza. Quando disse si all’arcangelo Gabriele e permise così l’incarnazione del Figlio per dare il via al grande progetto della kenosis lungo il percorso dell’incarnazione, della morte e infine della resurrezione. Un si talmente consapevole che la portò ad esplodere nel grande canto del Magnificat in cui riassume tutta la storia della salvezza e la descrive come una storia della misericordia di Dio che viene esercitata “di generazione in generazione” (Lc 1,50).
E il secondo momento è sotto la croce del figlio. Non è fuggita come gli altri ma stava sotto la croce: stabat mater iuxta crucem ( Gv 19,25).
Maria non solo anticipa nel Magnificat le beatitudini dei poveri, afflitti, perseguitati del discorso della montagna (Mt 5, 2-12; Lc 6,20-26), ma le ha anche sperimentate personalmente.

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