Archivi del mese: agosto 2012

Fino a quando avremo l’acqua con le navi?

Non so se gli eoliani hanno la consapevolezza che per loro la cosiddetta “spending review” – manifestatasi con la messa in discussione dell’ospedale, della pretura e in parte dei collegamenti marittimi – potrebbe essere solo agli inizi e riguardare sacrifici più pesanti e drammatici. Penso in particolare al rifornimento idrico, quello che avviene col trasporto per navi, che costa allo Stato un occhio della testa: se non vado errato circa 20 milioni di euro per tutte le isole minori. Ma ciò che mi preoccupa di più è il vedere che nessuno ci pensa e che anche quei pochi passi fatti in questa direzione dal Comune di Lipari più di dieci anni fa – mi riferisco al recupero dei reflui all’interno del progetto del ciclo dell’acqua e la creazione della seconda rete per i bisogni delle campagne e dei giardini – sono stati sconsideratamente cancellati da quel flagello che è stata l’Amministrazione Bruno.. Ed invece l’impegno per l’autosufficienza idrica – come anche l’autosufficienza energetica e l’autosufficienza nello smaltimento dei rifiuti solidi – dovrebbe essere una delle priorità. Concentriamoci un istante sull’autosufficienza idrica. Che cosa bisognerebbe fare? Penso soprattutto a tre cose essenziali: riproporre con urgenza la depurazione dei reflui per le esigenze dell’agricoltura e dell’arredo urbano; puntare sul recupero quanto più è possibile delle acque piovane che scorrono, quando piove, sulle nostre strade cementate e nessuno pensa a recuperarle; penso alla dissalazione – visto la grande risorsa del mare – non solo attraverso strutture pubbliche che vanno potenziate ma anche attraverso dissalatori privati come quelli previsti dal progetto “Zeus” e sollecitati dall’Unesco. Dissalatori privati, per i quali esistono tutte le tecnologie necessarie, e che potrebbero riguardare, in un progetto pilota, tutti gli alberghi delle isole. Mi rendo conto però che affrontare questo problema, come quelli dei rifiuti e dell’energia, pretende una rivoluzione culturale che porti ogni cittadino a responsabilizzarsi e pretende un intreccio di iniziative convergenti fra amministrazioni pubbliche e privati. E’ opportuno che con urgenza la nuova amministrazione cerchi di attivare quei finanziamenti UE che riguardano azioni di “awareness” fra i cittadini cioè di presa di coscienza, di consapevolezza dei problemi, di condivisione delle soluzioni mirate all’autosufficienza in questi settori.

Quel silenzio assordante sull’Immacolata.

 Mercoledì 22 agosto verrà proiettato nella Chiesa dell’Immacolata il film di Luchino Visconti, “La terra trema”. Un capolavoro del grande regista e sicuramente un film di tutto rispetto. Non sarò quindi io a sollevare il problema che esso venga proiettato in una chiesa consacrata. Ma e c’è un ma. E se al posto di “La terra trema “ fosse stato proiettato il film Vulcano, o Stromboli, o L’avventura, o Caro Diario…? Tutti film importanti che hanno visto le Eolie come teatro delle vicende ma forse non adeguati ad essere proiettati in una chiesa consacrata? Il film Vulcano era in programmazione in quei giorni ma è stato dirottato altrove. Ha vinto la prudenza ed il buon senso? Ma chi decide? Chi è il detentore della prudenza e del buon senso nelle scelte del Centro Studi? Pongo questi interrogativi perché ancora non ho capito a che cosa è stata destinata l’Immacolata. E’ ancora una chiesa? Vi è collocato ancora l’Auditorium intestato a Giuseppe Sinopoli? E’ divenuto definitivamente Museo del cinema e della civiltà del bello come ribadisce una nota del Centro studi del 14 agosto scorso parlando di un incontro in quella sede del Sindaco Giorgianni con “Numerosi giovani presenti” che sembrerebbe avallare la scelta del Museo? Sulla vicenda, malgrado una mia nota di qualche settimana fa, si stende un assordante silenzio del Sindaco, della Curia arcivescovile, dei Parroci di Lipari. Interessa solo a me il destino dell’Immacolata? E se è divenuto museo dobbiamo attenderci che oltre alla locandine che sono movibili vi possano essere degli stand fissi? Potremmo ammirare a fianco alla statua dell’Immacolata quella della Magnani o della Bergman? E i film che si proietteranno saranno tutti quelli girati nelle nostre isole anche se sconsigliati e vietati? Ed, ultima domanda, è vero come qualcuno sussurra ( ma sempre a bassa voce e senza assumersene la responsabilità) che tutto questo – museo, proiezioni, mostre,ecc. – avviene con l’avallo dell’arcivescovo mons. Calogero La Piana?

Ma quale turismo vogliamo per Lipari?

 Ora che la stagione estiva volge al termine è necessario fare qualche riflessione sul tipo di turismo che ospitiamo e chiederci che cosa è possibile fare nella prospettiva della nuova stagione. Diciamo subito che quella di quest’anno non è stata una buona stagione e probabilmente non solo per la crisi generale che certamente ha influito. Soprattutto  queste due settimane di agosto hanno messo in risalto che è la qualità del turismo – domanda ed offerta – che va discussa. E questo soprattutto nell’isola di Lipari. Le altre in qualche modo si sono ritagliate una loro nicchia ed a parte Vulcano che aveva tentato, al di là dei fanghi e del termalismo, di darsi un tocco di mondanità che è svaporata, hanno mantenuto il loro target.

Lipari no. Lipari non capisce quale modello di turismo perseguire ed appare confusa fra l’offerta di un turismo di qualità che l’apertura di alcuni buoni alberghi, ristoranti, boutique lascerebbe sperare e invece l’affermarsi sempre più, soprattutto nelle settimane di agosto, di un turismo di ragazzini e di ragazzine che amano il chiasso e la confusione, che alla buona tavola ed ad un buon bicchiere di vino preferiscono pizza, arancini e fiumi di birra, che cominciano a vivere quando fa buio e vanno a dormire quando fa giorno, che la notte – soprattutto fra le 3 del mattino e le sette – imperversano per le strade ed i vicoli cittadini, urlando, imprecando, litigando, orinando, sfasciando quello che trovano a portata di mano, che gran parte della notte la passano in una balera o in un bar del corso o di Marina corta che offrono assieme a beveraggi vari, musica fuori controllo con altoparlanti che sputano innanzitutto chiasso assordante. Questo tipo di turismo non solo alimenta un mercato molto povero ma, al di là della sua stessa consistenza, pregiudica seriamente l’affermarsi di un turismo di qualità. E quando parlo di qualità non intendo solo un turismo dovizioso che spende ma ricco di interessi, attento alla cultura ed alla storia di cui le nostre isole e Lipari in particolare sono ricche. Il turismo che invece va affermandosi è nemico dei musei, dei parchi, del trekking, degli incontri ed eventi culturali, delle mostre.

La prima scelta che mi sembra sia necessaria ed impellente per Lipari riguarda proprio la scelta del tipo di turismo avendo il coraggio di limitare combattendolo nei risvolti perversi il turismo d’accatto. Sento dire di alberghi che sono allo stremo e rischiano di chiudere: sarebbe un peccato. E’ vero che lo sforzo fatto con i patti territoriali è stato monco perché non accompagnato da servizi appropriati a cominciare dalle fognature e dalla depurazione delle acque reflue, dalla portualità essenziale ( diga foranea di Sottomonastero), dalla promozione di nuovi centri di interessi e di nuovi eventi. Non mi pare che l’aver finalmente ultimato l’Auditorium abbia portato ad un programma di concerti di livello come il richiamo di Giuseppe Sinopoli faceva ben sperare. Piuttosto ha dato vita ad un tentativo confuso tipico del nostro provicncialismo di soppiantare l’Auditorium con un Museo del Cinema che sarebbe un centro di interesse notevole ma in una sede più appropriata.

Certamente non si può attribuire a questa amministrazione la stagione disastrosa che abbiamo di fronte. Purtroppo è giunta a cose fatte ed ha cercato di salvare il salvabile spesso rattoppando invece di creare cose nuove. Alcuni timidi tentativi vanno nella giusta direzione: l’isola pedonale con i servizi navetta, la videosorveglianza del centro storico e dei vicoli (purtroppo ancora stand-by per ragioni amministrative e tecniche), il proposito di moderare l’arrogante rincorrersi degli altoparlanti, la  volontà di riprendere a promuovere contenitori-evento di qualità, ecc.

Proponiamo però che prima della fine di settembre si convochi un’assemblea del turismo che chiami a raccolta tutti gli operatori e che si faccia un’analisi coraggiosa e approfondita della situazione.  Il turismo rimane ancora una delle grandi risorse delle isole ma occorre lungimiranza e professionalità. Ed occorre la forza non solo di fare scelte in positivo ma anche di dire dei no molto decisi.

 

Ancora sul museo del cinema all’Immacolata

Ho ritrovato su Eolie News di Salvatore Sarpi un mio intervento del 27 luglio 2009 nel quale discutevo di dove collocare Il Museo del Cinema e come fossi contrario alla scelta dell’Immacolata che sembrava essere quella dell’Amministrazione comunale di allora. Riporto qui appresso quell’intervento perché mi sembra presenti ancora una sua attualità ed anche per un’altra ragione che dirò subito dopo. Ecco l’articolo:

 lunedì 27 luglio 2009

 Auditorium, Museo del Cinema… occorre una pianificazione (di Michele Giacomantonio)

Mi sembra un fatto positivo che si sia aperta una discussione su dove collocare il Museo del Cinema è quale sia la migliore destinazione per l’Immacolata. Sono problemi concreti di tutta la comunità erroneamente ritenuti di competenza esclusiva degli amministratori. Anche perché, se li abbandoni agli amministratori accade quello a cui stiamo assistendo per il Museo del Cinema. Molto spesso si ha l’impressione che per loro non si tratti di inserire un centro di interesse di straordinaria importanza in una pianificazione dell’offerta culturale e turistica delle Eolie ma di trovar un qualche buco dove collocare, togliendosi dagli impicci, un dono un po’ fastidioso, come succede per il grande vaso demodée regalatoci da una vecchia zia. Così da anni si tiene sulla corda il Principe Alliata, come si è tenuto sulla corda, finch’è non è morto, il povero Spartaco Persiani con la sua tipografia d’epoca.
La discussione fra la gente permette a questa di riappropriarsi di un diritto di cui il “palazzo” tende ad espropriarla ed in qualche modo costringe il “palazzo” a programmare. Per esempio, qualcuno ha osservato, a mio avviso, non senza una qualche ragione, che forse le isole più deputate ad ospitare un “Museo del Cinema” siano Stromboli o Vulcano perché è stata proprio la “guerra dei vulcani” a richiamare l’attenzione sulle Eolie. Ed a questo proposito, proprio l’altro giorno, gente di Stromboli mi chiedeva che fine avesse fatto l’ idea della mia amministrazione di acquisire il vecchio mulino per farne un centro di interesse, museo o altro che fosse. Naturalmente morta e sepolta con quella amministrazione. Ecco questa potrebbe essere una bella ipotesi: aprire a Stromboli un museo del cinema acquisendo, da parte del Comune, il vecchio Mulino e ristrutturandolo.
Ma ce ne potrebbe essere anche un’altra che era stata avanzata dieci anni fa e provo a riproporre. A Lipari c’è un antico edificio ad angolo fra corso Vittorio Emanuele e via Emanuele Carnevale che un tempo era stato l’Ospedale San Giovanni e che ormai da circa un secolo non ha più questa destinazione. Dopo di allora ha ospitato per qualche tempo l’Ufficio del Registro e forse qualche altra attività, ma ormai da molti decenni è chiuso perchè pericolante. Credo che sia ancora nel patrimonio dell’Ospedale anche se non so a che punto sia arrivata la partita di dare e avere di immobili fra il Comune e la ASL. Nella trattativa erano entrati i locali di via Umberto primo che il Comune aveva fatti ristrutturare parzialmente, alcuni locali dell’edificio della ex Pretura in via Garibaldi, i locali del parco di Vulcano acquistati dal Comune e dati alla ASL per farne la guardia medica. Comunque non credo che sia un problema acquisirlo se già la ASL non ha un progetto su di esso. Perché quell’edificio sarebbe un’occasione splendida per farne il palazzo della cultura ed ospitarvi la Biblioteca comunale, il Museo del cinema che potrebbe divenire il Museo delle arti audiovisive e comprendere magari anche quella splendida collezione di “cunti” che la professoressa Marilena Maffei Lucchesi ha raccolto lungo trent’anni nelle nostre isole e rappresentano un patrimonio eccezionale della nostra cultura popolare. E’ un’ipotesi su cui bisognerebbe lavorarci con sensibilità, competenza e costanza per creare nel nostro arcipelago un altro centro di interesse di grande significato degno, in qualche modo, di essere affiancato al nostro Museo.
Moltiplicare i centri di interesse di qualità deve essere questo un impegno costante per promuovere quel turismo culturale che rappresenta futuro e lavoro.
Io l’Immacolata la lascerei alla sua funzione di chiesa e di auditorium per rappresentazioni di alto livello qualitativo ( concerti innanzitutto) che sono due destinazioni che possono camminare insieme. D’altronde non credo che sia nelle possibilità del Comune fare diversamente perché dovrebbe avere prima il consenso dell’Arcivescovo. E non credo che Mons. Calogero La Piana, per quanto vescovo aperto e sensibile alle istanze culturali più moderne, possa convenire che durante le celebrazioni religiose la pietà della gente invece che ai quadri  dei santi si rivolga ai volti delle attrici.”

Questo l’articolo di tre anni fa. L’ho riprodotto perché ieri sera un mio carissimo amico del Centro Studi mi rimproverava di non avere manifestato per tempo la mia critica alla scelta dell’Immacolata per il Museo. Ecco dimostrato che la mia posizione è di almeno tre anni fa…. Ma poi, un conto è la mia posizione ed un conto è il fatto. E’ vero o è falso che a Lipari sia nato un museo del cinema e che questo sia stato collocato all’Immacolata? E’ falso ed i giornali a cominciare da Repubblica hanno pubblicato una notizia non vera. Ecco qui appresso la notizia pubblicata da Repubblica:” i capolavori del cinema alle Eolie raccolti in un museo”.

  I capolavori del cinema

 Io mi sono limitato a dire che il…re era nudo cioè che la notizia era falsa. E l’ho fatto dopo essere caduto io stesso nell’errore ed avere raccolto informazioni dirette dal Sindaco e dalla Curia arcivescovile. Per quello che sono riuscito a capire, vi era una vecchia determina del vecchio Sindaco che indicava la Chiesa dell’Immacolata come Museo del cinema e ne affidava la gestione al Centro Studi Eoliano. Ma l’ex Sindaco non aveva chiesto il benestare della Diocesi per questa scelta e l’Arcivescovo nulla sapeva di questa decisione per cui rimaneva in vigore il compromesso stipulato circa 15 anni fa fra Mons. Marra allora Arcivescovo di Messina, Lipari, S. Lucia del Mela e l’allora Sindaco di Lipari cioè lo scrivente. E il compromesso consentiva al Comune di Lipari di restaurare l’Immacolata con la finalità di farne un Auditorium pur continuando a rimanere chiesa consacrata. Di più, anche a proposito delle rappresentazioni il documento aggiungeva che dovevano essere consoni alla sacralità del luogo.

Vorrei aggiungere un’altra considerazione a proposito di quanto ha scritto l’amico Pietro Lo Cascio. Trasformare la Chiesa in un museo non è la stessa cosa che ospitare una mostra. Mettere delle locandine, che non presentino scene censurabili, per qualche settimana che vengono tolte quando la mostra si conclude non è lo stesso che apporre degli stand stabili a fianco agli altari che certamente continueranno a fare bella mostra di sé anche durante le funzioni religiose.

Nessun museo del cinema all’Immacolata

I capolavori del cinema

 http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/08/05/foto/da_rossellini_a_moretti_i_set_di_lipari_in_un_museo-40409519/1/

 
Malgrado le notizie diffuse dalla stampa e dai blog a Lipari, e da me riprese nella nota di questa mattina, non è nato nessun museo del cinema a Lipari e tantomeno nella chiesa dell’Immacolata. Vi era stata una determina di indirizzo in questo senso dell’ex sindaco dott. Bruno che aveva preso questa decisione senza nessuna autorizzazione da parte della Diocesi. Ma la prudenza e la saggezza del nuovo sindaco Marco Giorgianni ha impedito che fosse messa in atto un’azione che poteva tradursi nella crisi dell’accordo firmato 14 anni fa fra Comune e Arcidiocesi. E questo malgrado vi fossero state forti pressione perchè si addivenisse ad una decisione a dir poco sconsiderata. Se sarà il caso parleremo di questa vicenda che ha tutto il sapore della vecchia politica paloeodemocristiana con tentativi di influenzare  assessori e con interventi di deputati messinesi. Ma forse è il caso che su di essa – visto l’ insuccesso  -cali un velo di pietoso silenzio.

Tutti d’accordo con l’insediamento del Museo del Cinema nella chiesa dell’Immacolata?

Apprendo dai giornali e dai blog che il cosiddetto Museo del Cinema si è insediato nella chiesa dell’Immacolata divenuta nel frattempo auditorium Sinopoli ed esprimo tutto il mio profondo dissenso e la preoccupazione per un atto amministrativo che, se non avesse il consenso dell’Arcivescovo, potrebbe risultare illecito e mette a rischio l’uso ventennale dell’edificio da parte del Comune di Lipari.

Perché sono contrario al fatto che si sia allocato il museo del Cinema in questa Chiesa? Perché al contrario di quello che molti credono la Chiesa dell’Immacolata non è sconsacrata ma pienamente funzionate come luogo sacro anche se le celebrazioni non sono frequenti. Infatti l’8 dicembre si celebrò la Messa dell’Immacolata, solo per fare un esempio. E perché ritengo non congruo l’utilizzo di una chiesa come museo che prevede degli stand dedicati all’illustrazione di film ed ai suoi protagonisti. Non ritengo rispettoso questa commistione fra sacro e profano e cioè affiancare ad un’altare che raffigura l’assunzione della Vergine in cielo una Magnani fra le fumarole di Vulcano o una Bergman che litiga con le popolane di Stromboli. Nel Medioevo quando dovevano scegliere i dipinti con cui decorare le chiese discutevano a lungo la scelta delle immagini perché ritenevano che dovessero essere di stimolo alla pietà dei fedeli e molte furono le discussioni fra Michelangelo e papa Giulio su come rappresentare il Giudizio Universale. Ora per decorare una chiesa divenuta museo del cinema basta una decisione del Centro Studi. Ma io sono un cattolico un po’ tradizionalista, forse uno dei pochi visto che nessuno mi risulta che si sia lamentato di questa scelta. Non si è lamentato un laico e nemmeno un prete. Mi risulta che qualche parroco ha storto la bocca ma a tutti è “mancata la voce”.

Non so che cosa ne pensi l’Arcivescovo di questa decisione e spero che sia stato interpellato perché esiste un protocollo riguardo all’utilizzo della Chiesa da parte del Comune sottoscritto dodici o tredici anni fa dal Sindaco dell’epoca che era il sottoscritto e Mons. Marra che era l’Arcivescovo. Ed il protocollo è molto preciso: la chiesa dell’Immacolata, che rimane chiesa, può essere utilizzata per spettacoli musicali e sempre che siano consoni alla sacralità del luogo. Allora pensavamo ai concerti come quello che Sinopoli fece in Cattedrale per la celebrazione del Constitutum il 9 maggio del 1995. E i concerti non richiedono stand e immagini profane. Fu fatta anche una mostra di dipinti ma il soggetto era San Bartolomeo.

Discutere di un libro: quello di Gregorio Monasta

 

 

 

Ho letto il libro di Gregorio Monasta, “Se’ tu già costì ritto Benedetto?”, con tre sentimenti  che si affacciavano, si inseguivano, si intrecciavano e si scontravano nella mia mente via via che procedevo di capitolo in capitolo.

Il primo sentimento era quello della familiarità e della simpatia perché molti dei personaggi che Monasta ha conosciuto, amato ed hanno su di lui influito nella sua giovinezza, sono stati anche quelli che considero i miei maestri. Da don Lorenzo Milani di “Esperienze pastorali”, “L’obbedienza non è più una virtù”, di “Lettera ad una professoressa”, a padre Davide Turoldo e padre Ernesto Balducci che ho avuto modo di conoscere e frequentare personalmente, a Paulo Freire e Franz Fanon che sono stati determinanti per la mia formazione politica e culturale, alla Teologia della liberazione che ho cominciato a conoscere attraverso le frequentazioni di p.Diaz Allegria, p.Giulio Girardi, Ramos Regidor, a Giorgio La Pira che ho considerato il modello di Sindaco a cui avrei voluto somigliare. Il secondo sentimento era quello del rispetto e dell’ammirazione per una esperienza di vita coraggiosa e radicale che forse mi sarebbe piaciuta vivere ma che non ho mai avuto la forza ed il coraggio di affrontare così legato ad una sicurezza borghese. Il terzo sentimento è stato però quello dello sconcerto e del disagio profondo fino al rifiuto per molti giudizi sulla religione, sulla Chiesa, sul Papa.

Dico subito che condivido l’impostazione di base che mi sembra costitutiva della visione di Monasta: la distinzione fra quella che lui chiama spiritualità e cioè il senso del sacro che nasce spontaneo negli uomini, e l’organizzazione , il sistema, la chiesa che si pone come intermediaria fra gli uomini e la loro spiritualità. Una distinzione che potrei riportare, mi sembra, a quella a me più congeniale fra fede e religione e anche fra profezia ed istituzione. E che sia naturale l’esistenza di una tensione e spesso un conflitto fra spiritualità e organizzazione, come fra fede e religione, come fra profezia ed istituzione è un dato storico che mi sembra difficilmente si possa negare. Spiritualità, fede, profezia sono una sorgente viva che da senso all’esistenza; organizzazione, religione, istituzione ne rappresentano una incarnazione, forse necessaria in una qualche misura, che molto spesso tende ad imbrigliarle e ricondurle ad una logica che spesso è quella della cultura dominante e del potere. Per questo gli “atei devoti” – da De Maistre al senatore professor Pera, giù giù sino a Giuliano Ferrara –  sposano le religioni e le chiese ed abborriscono spiritualità, fede e profezia.

Quando il messaggio di Gesù di Nazareth diventa religione cioè viene incapsulato in uno schema culturale prima che istituzionale? Con S.Paolo come suggerisce Monasta? Certo S. Paolo ha scritto e riflettuto sul messaggio di Gesù e lo ha filtrato attraverso il suo pensiero e la sua etica.  Ma facendo questo è stato “il primo traditore” dell’universalismo di Gesù? E traditori sarebbero stati anche Agostino e Tommaso perché lo hanno catturato nel pensiero occidentale – platonico e aristotelico – cioè in una filosofia e in una cultura?

Ecco è questo radicalismo che mi sconcerta e mi irrita in questo libro che giudico, come dirò, per molti versi pregevole. Mi sembra che si rischia qualche volta di cadere in quella supponenza di cui si accusano i responsabili delle organizzazioni e della Chiesa. Forse è difficile o addirittura impossibile trasmettere un messaggio come quello di Gesù senza in qualche modo contaminarlo e opacizzarlo con la nostra cultura per renderlo in qualche modo, non dico compatibile, ma almeno transitabile nella nostra esperienza. Non è questo tentativo che, a mio avviso, va condannato. Ne va condannata l’assolutizzazione, il pretendere che lo strumento con cui si veicola sia l’unico ed il solo in grado di farlo, rischiando di confondere il nucleo del messaggio con la forma che assume. Per questo il rapporto fra fede e religione se è necessario deve essere però anche dialettico e bisogna avere la forza, il coraggio e la sapienza di sapere sempre andare al nocciolo della fede al di là della cultura e della struttura in cui si è incarnato in un periodo o in una situazione.

E’ quanto, per esempio, ha cercato di fare il Concilio Vaticano II, opponendo all’”ecclesia nulla salus” la consapevolezza che Dio è più grande della sua Chiesa e che lo Spirito soffia dove vuole.

La critica, certo, è necessaria ed utile proprio per rilevare limiti e distorsioni nell’implementazione del messaggio. Per questo è prezioso il libro di Monasta. Prezioso per quanto dice a proposito del rapporto scienza- religione, sul celibato dei preti, sul ruolo e la concezione della donna nella Chiesa, sui privilegi, sulle missioni in Africa, sulle vere cause della tragedia africana; ecc. ecc.

Spesso però dentro questa critica che non può non essere dura si introduce quella supponenza di cui si diceva e si rischia di gettare via il bambino con l’acqua sporca. Faccio un esempio. La purificazione delle religioni passa attraverso la loro laicizzazione, come si sostiene nel libro a proposito delle loro implicazioni con la violenza, oppure sta nella capacità di andare al nocciolo genuino della fede, di ricondurre il messaggio alla profezia liberandolo dalle incrostazioni che lo hanno limitato o anche distorto e stravolto? E che cosa vuol dire laicizzazione? L’affermarsi della logica e della razionalità, come sostiene Monasta? Cioè alla affermazione che “solo tutto ciò che è razionale è reale” e che non esiste niente al di là della razionalità? Quindi non esiste il mistero, non esiste lo spirito, non esiste un aldilà. E come farebbe ad esistere un “amore che fa miracoli” come anche Monasta riconosce? Infatti se non ci fosse il mistero, se non ci fosse lo spirito, se la frontiera dell’umanità fosse la laicizzazione cioè la riduzione di tutto a logica e razionalità mi risulterebbe difficile spiegare – senza dover ricorrere a sindromi maniacali  e cose simili – che possano esistere quei miracoli che pure il libro indica ed esalta come la scuola per bambini ciechi di Shashamane, suor Lem Lem di Adis Abeba, l’ospedale di Attat…. un san Francesco.

Ecco, mentre leggevo il libro e mi imbattevo nella accusa ricorrente di un cristianesimo tradito anche da quelli che sono stati i suoi santi, mi andavo chiedendo che cosa Monasta ne pensasse di Francesco. Perché per me l’esperienza del santo di Assisi è stata centrale per almeno due ordini di ragioni: a) perché Francesco ha voluto dare vita ad un movimento che tornasse all’essenza del messaggio di Gesù; b) perché ha voluto vivere questa esperienza dentro la Chiesa senza uscire dai confini dell’ortodossia pur avendo consapevolezza di cosa fosse allora la Chiesa gerarchia ed istituzione e quanto lontano fosse dal messaggio di Gesù.

Ed è stato con piacere che ho constatato che il giudizio che su Francesco dava Monasta non era molto distante dal mio. Certo lui usava tinte e colori più forti, sceglieva riferimenti biografici e storici più graffianti da quelli a cui io avrei dato credito, ma il ritratto che ne risultava non era inconciliabile con quello che avrei potuto delineare io. C’è un Francesco da riscoprire sotto una agiografia stravolgente e luoghi comuni devoti e dolciastri. Ma è un Francesco fedele alla sua vocazione fino alla morte. Fedele a Cristo e a Madonna Povertà. Un Francesco splendente, come dice Monasta, di umanità e di spiritualità che rimane fedele ad una Chiesa, ieri come oggi, che pecca di ipocrisia, sensibile alla ricchezza, connivente con i potenti e persino ingannatrice degli umili. E vi rimane fedele perché crede che essa può essere riformata e deve essere sempre riformata grazie agli uomini come Francesco che sanno appoggiarsi allo Spirito.

Ecco è proprio questo passaggio ultimo, questa fiducia nella riformabilità, che a me sembra manchi nel libro come all’esperienza di Monasta.

E manca perché, mi sembra, che l’autore non abbia fatto fino in fondo i conti con ciò in cui crede veramente. Ad un certo punto del libro infatti dice che è un laico e non un credente anche se l’incontro con don Lorenzo Milani l’aveva fatto accostare alla fede cristiana.

“Per la prima volta nella mia vita, e per qualche anno, mi sentii profondamente attirato dal cristianesimo e me ne sentii anche parte”. Ma fu, dice, una esperienza passeggera: “capii anni dopo che non potevo restare nella Chiesa solo perché ero in sintonia con lui: la Chiesa, se ancora ne avesse avuto potere, lo avrebbe bruciato nel rogo”. Così finì, afferma Monasta, la sua esperienza cristiana e le sue scelte sono state da allora sempre basate su convincimenti politici e di etica laica.

Questo afferma l’autore. Eppure la mia impressione, una volta finito di leggere il libro è che esso è una testimonianza critica, fortemente critica, persino astiosa che parte però  più dall’interno che dall’esterno. Mi sembra parta dall’essere ancora in qualche modo, anche inconsapevole, inserito nell’esperienza cristiana. Ed anche l’atteggiamento duro, aggressivo nei confronti di Benedetto XVI, fin dal titolo del libro, in cui lo paragona a Bonifacio VIII potrebbe spiegarsi con un sentimento di amore tradito. Di amore per il cristianesimo, intendo.