Parte prima – Le radici di un’esperienza

 SETTE ANNI DA GABBIANO

Storia di una esperienza amministrativa nelle Eolie dal 1994 al 2001 fra speranze, progetti, problemi e risultati 

 Capitolo I – La metafora del gabbiano

Questa è la storia di un’esperienza: l’Amministrazione delle Eolie dal luglio del 1994 fino al giugno del 2001.

Esperienza per alcuni versi particolare. Innanzitutto perché le Eolie sono un  universo di grande rilievo culturale e naturalistico, quindi il progetto di farne uno dei punti di eccellenza sullo scacchiere turistico internazionale non può non suscitare interesse. In secondo luogo perché l’esperimento si colloca nei primi anni in cui decolla il nuovo ente locale con il Sindaco eletto direttamente e quindi in qualche modo l’idea del grande progetto delle Eolie si coniuga con quello di fare delle Eolie un laboratorio amministrativo. Infine, in terzo luogo, la sfida di dare vita ad una esperienza amministrativa caratterizzata dalla progettualità e dalla partecipazione popolare – valori che avevano caratterizzato il mio impegno sociale e la mia attività professionale[1] – proprio nel cuore di una regione e di una provincia dove la politica era sempre stata dominata da potentati democristiani consolidati ed agguerriti.

La metafora del gabbiano, come emblema del Sindaco e del suo movimento intorno a cui ruota questa esperienza, nacque alla vigilia della campagna elettorale del giugno 1994. Bisognava cercare un simbolo che colpisse l’immaginazione ed esprimesse plasticamente l’idea di progetto, l’idea forza si direbbe oggi dopo la stagione di Agenda 2000 e dei PIT, che si voleva proporre agli elettori. Un simbolo per la scheda ed uno spot televisivo per la campagna elettorale. “Io sono il gabbiano delle Eolie…” recitava una voce fuori campo che accompagnava un pennuto che passeggiava su uno dei bagnasciuga delle isole.

Come in tutti i luoghi di mare il gabbiano è un uccello di casa nelle Eolie ma oltre a questo e forse più di questo giocarono alcune reminiscenze letterarie. Dalla poesia di Vincenzo Cardarelli, “I gabbiani”,a Richard Bach col suo gabbiano Jonathan Livingston. Soprattutto Bach.

“La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare alla costa dov’è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo…piaceva librarsi nel cielo”[2] La figura antropomorfica del “gabbiano dalla barba grigia”, grigia com’era all’ora quella del Sindaco, fu creata come divertissement e letta in una festa fra amici durante la campagna referendaria del maggio 1996, quella dove la gente fu interpellata se voleva che Giacomantonio restasse Sindaco o andasse a casa. Poi venne utilizzata come metafora d’ingresso in alcune Relazioni semestrali per esprimere, sotto le forme della fantasia, stati d’animo di soddisfazione, di preoccupazione e di travaglio che non era facile affidare alla razionalità della prosa.

Per la precisione il gabbiano compare in tre relazioni che fotografano tre momenti diversi. Il primo – quello successivo al risultato referendario – lì  ritrae indubbiamente la fase più alta dell’esperienza amministrativa dove i consensi sono al massimo livello; i grossi nodi politici sembrano tutti risolti e si può dare il via a quei progetti che il Consiglio Comunale aveva fino ad allora bloccato o frenato.

Il secondo – del 10 luglio 1999 – coglie una fase in cui le nuove difficoltà sono tutte delineate. “Il gracchiare dei corvi a sera aveva preso a farsi arrogante”. Ma non è perché sono divenuti forti. La loro forza sta nella nostra debolezza che deriva dalle nostre divisioni.

Le divisioni sei mesi dopo – il 10 gennaio del 2000 – sono ancora più visibili e già si profila quella che sarà la ragione della crisi: l’apostasia dei gabbiani. Un esercito sempre più scompaginato ed in ordine sparso, con gruppi reciprocamente diffidenti, in permanente conflitto. Un esercito con tenenti e sergenti più attenti alle difficoltà del quotidiano che amplificando il mugugno della gente divenivano ormai incapaci di leggere la trama del grande disegno e indisponibili a difendere la virtù dell’amministrazione. L’interlocuzione col “corvo nero carbone” serviva ad evidenziare i problemi che indubbiamente c’erano, ma non potevano essere esasperati e tanto meno letti in maniera unilaterale. Chi era questo corvo? Molti e nessuno in particolare. Innanzitutto il riferimento al corvo di “Uccellacci e uccellini”[3] ma anche a qualche personaggio reale. Tutto sommato una figura scomoda ma non ostile, ipercritica ma non prevenuta. L’evocazione di una presenza di cui avvertivo l’esigenza e l’assenza allo stesso tempo.

I diciotto mesi che vanno dal gennaio 2000 al 18 giugno 2001, giorno della sfiducia, sono forse fra i più duri di un’esperienza a cui non sono certo mancate pagine luminose.

Indubbiamente non sono riuscito a padroneggiare la crisi. Non credo però che questo sia avvenuto per carenze strategiche o tattiche. In realtà la risposta sta forse proprio nella metafora del gabbiano. Non un gabbiano qualsiasi, ma un gabbiano come Jonathan che credeva nella bellezza del volare.

Qui il problema era quello del consenso. Il consenso è vitale per il politico, come il cibo lo è per il gabbiano. Ma la ricerca del consenso non poteva essere fine a se stessa, serviva a realizzare il progetto. Il grande progetto delle Eolie. Forse il mio gabbiano continuò a volare in alto alla ricerca del grande progetto e si dimenticò di garantirsi il cibo.

 Capitolo II – Il “grande progetto delle Eolie”

Il grande progetto delle Eolie poteva essere circoscritto con una frase: valorizzare in termini anche economici le grandi risorse naturalistiche e culturali del territorio salvaguardando, anzi esaltando, l’identità locale.

In un’epoca in cui la cosiddetta letteratura grigia delle relazioni e dei documenti della vita politica ed amministrativa ha invaso librerie, tavoli, computer, internet, queste parole rischiano di scivolare come acqua su una superficie riarsa senza lasciare traccia alcuna. Eppure per me e per molti che hanno creduto nel “grande progetto” hanno un senso preciso che strada facendo si è venuto approfondendo, affinando, chiarendo.

Ricordo una sera di maggio del 1999  a Tenerife, in margine al convegno “Island Solar Summit” promosso da Insula Unesco. A cena, in una coopertativa di pescatori appena fuori del porto, con “Dick” D’Ayala, di Insula; Angelici, esperto per i problemi ambientali del Presidente della Regione Siciliana ; e Franco Cavallaro, allora mio consulente per i problemi dello sviluppo. La conversazione si focalizza proprio sul tema della valorizzazione e si fa subito incandescente. Cavallaro ed io sosteniamo con convinzione che fra la tutela tutta difensiva degli ecologisti e le esperienze omologanti delle Baleari, Creta, Cipro ecc. sia possibile costruire una terza via della crescita oculata e sapiente, che crea ricchezza ma nel rispetto dell’ambiente e della tradizione. Angelini e D’Ayala negano che sia possibile.

“Una volta che metti in moto il meccanismo della crescita economica non lo fermi più”, osservano i nostri interlocutori. “Nuovi porti turistici, nuovi centri di interesse, nuovi alberghi, crescita delle presenze, entrata nel circuito dei tour operators diventa una spirale che prende a ruotare vertiginosamente, con l’offerta cattiva che mirando esclusivamente al profitto finisce con lo scacciare l’offerta buona, rispettosa dei valori”.

“E’ un rischio che bisogna correre – ribattiamo noi – munendoci di strumenti di controllo e di governo adeguati. Arrendersi di fronte al rischio non è saggio. La gente delle isole ha sofferto a lungo la fame e le privazioni ed ora che ha finalmente la possibilità di godere dei flussi del turismo internazionale e delle occasioni che essi offrono è praticamente impossibile imporle di rinunciarvi. Una politica di limitazione e compressione delle potenzialità rischia di essere velleitaria. Gli investimenti che scacci dalla porta rientrano dalla finestra, sotto forma dell’abuso e dell’illecito, imbarbarendo l’ambiente sia sotto l’aspetto fisico sia sotto quello morale. Vedi che cosa è accaduto finora con la politica dei divieti e dei limiti delle riserve terrestri e marine, dei piani paesistici, della perimetrazione delle aree archeologiche, ecc. ecc. Tutti vincoli che arrivano dall’esterno, che cadono dall’alto e che vengono vissuti come vessatori.  Puoi invece cercare di coinvolgere gli operatori in una crescita virtuosa, facendo comprendere che la natura e la cultura sono la gallina dalle uova d’oro che va tutelata senza tirargli il collo, ma non puoi chiedere loro di fare i custodi di un museo. Certo, nessuno può nascondersi che ci troviamo di fronte a territori limitati e fragili, per cui invece di dividerci fra fautori della tutela integrale e sostenitori della possibilità di intervento, forse daremmo alle isole un contributo più concreto se approfondissimo insieme alcuni temi cruciali, come ad esempio quello del carico di turismo che le isole possono sopportare e degli strumenti per limitare e scoraggiare gli afflussi.

Quest’idea di una valorizzazione rispettosa dell’identità locale, come vedremo, non fu un’ improvvisazione alla vigilia della campagna elettorale. Vi era una trama di progetto – alla quale si lavorava almeno fin dal 1989  –  ora definita con una certa puntualità, ora solo delineata. La definizione e il completamento di questa trama venivano offerti all’elaborazione corale dei militanti e degli elettori, o rinviate a occasioni future. A fondamento vi erano indubbiamente gli articoli e le ricerche di Questeolie – la rivista da me fondata nel luglio del 1991 di cui parleremo in seguito – ma vi contribuivano anche alcune sintesi precedenti, a cominciare dall’opuscolo “Vivere le isole da protagonisti” che avevo redatto a nome delle ACLI di Lipari nel marzo 1991, a seguito di un convegno voluto dall’ENAIP per promuovere i suoi corsi di formazione professionale su Lipari.

Questa la tesi sostenuta. Il modello di sviluppo, che aveva dominato la scena degli ultimi quarant’anni, si era esaurito perché la sua natura fortemente individualistica e privatistica non riusciva ad aver ragione delle nuove connessioni sociali e della complessità del sistema. Ora si puntava invece su un nuovo progetto di società che doveva correggere i limiti e le carenza del vecchio in tre direzioni: 1. una concezione più ampia di benessere, promuovendo una migliore convivenza sociale (creazione di luoghi di incontro, di dibattito e di associazione, momenti culturali e formativi soprattutto indirizzati alle famiglie ed agli insegnati); 2. il privilegio della dimensione sociale del benessere su quella individuale e privata (strutture ed iniziative per riequilibrare il sistema formativo, per aiutare i giovani ad inserirsi nel sistema produttivo, per soccorrere e combattere l’emarginazione sociale); 3. riaffermare la sovranità del cittadino creando strutture ed occasioni di partecipazione, dando trasparenza ai procedimenti amministrativi, riaffermando la logica dei diritti e dei doveri su quella dei favori.

Sul piano programmatico si indicavano come linee di azione:

.        difendere il patrimonio ambientale e riqualificare il turismo;

.        rilanciare industria, agricoltura, artigianato e pesca;

.        creare un centro per l’avviamento e la promozione di lavoro;

.        promuovere centri e cooperative contro l’emarginazione, dando vita ad una rete di agenti educativi.

Come si vede l’impostazione educativa e sociale dell’esperienza aclista aveva qui la prevalenza, così come l’attenzione alle politiche sociali – per la famiglia, per l’infanzia, per i giovani, per gli anziani, per i portatori di handicap – avrà un suo capitolo nel programma del Sindaco.

Indubbiamente il documento presentato come programma del Sindaco era molto diverso da quello che sarà il documento le “Eolie del 2000” che alla vigilia della partenza di Agenda 2000 verrà approvato dal Consiglio Comunale il 23 aprile 1999.

In realtà, per le elezioni del 26 giugno 1994 vi erano due versioni del programma. Entrambe si aprivano col il tema delle Eolie crocevia del Mediterranaeo.

“Innanzitutto dobbiamo pensare una coraggiosa prospettiva per le Eolie. Dobbiamo disegnare un ruolo per la nostra comunità in un mondo attraversato da gravi tensioni, ma ricco anche di attese e di forti suggestioni. Le Eolie possono tornare ad essere un crocevia della grande ed irrequieta piazza del Mediterraneo: momento di incontro, di conoscenza, di confronto, di dialogo, di pace. Questa può essere un’alta e legittima ispirazione, una sfida oltre le angustie del quotidiano senza però rimuoverle né dimenticarle. Un crocevia per il turismo, un crocevia per la cultura, un crocevia per la conoscenza e l’amicizia dei popoli, nell’incomparabile scenario naturale che ci è stato affidato e nell’ospitalità cordiale di cui è capace la nostra gente, per antiche e solide tradizioni. Questo vuol dire costruire nel mondo una nuova immagine delle nostre isole, ma vuol dire anche nuovo sviluppo, nuove potenzialità di lavoro, possibilità di realizzare la qualità sociale per tutti”.

Questa meta forte – si diceva nella versione ufficiale, di sintesi – va sostenuta con l’iniziativa della gente, la solidarietà verso gli strati più deboli, che segnala in grado di civiltà di una comunità; con la realizzazione dei servizi sociali; la lotta “al degrado ed alla illegalità che hanno logorato e logorano la nostra comunità”. Nel concreto si propongono tre linee d’azione:

.        impulso all’economia locale, attivando la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio ambientale; facendo leva sul turismo per prolungarne la stagione e ampliarne il target di riferimento (termalismo, turismo studentesco e degli anziani, turismo culturale e naturalistico) senza dimenticare l’industria estrattiva (se compatibile con la difesa dell’ambiente), la pesca e l’industria del pescato, l’agricoltura, l’allevamento, l’artigianato;

.        governo del territorio tramite il completamento dell’iter del Piano regolatore e la creazione delle indispensabili infrastrutture (smaltimento dei rifiuti, rete fognarie e impianti di depurazione, servizio idrico, porti, approdi e collegamenti marittimi, eliporti, parcheggi, viabilità, strutture scolastiche e culturali, strutture sportive e del tempo libero…);

.        una struttura amministrativa agile, efficace e trasparente attraverso un reale decentramento nei quartieri, una valorizzazione delle professionalità e dell’impegno di dipendenti, un rapporto più cordiale e coinvolgente con i cittadini, la messa in funzione della figura del “difensore civico”.

La versione per i militanti  – dal titolo “E’ ora di cambiare “ – si dilungava per una ventina di fogli dattiloscritti che si aprivano con la citazione di Kennedy “..non chiedetemi cosa l’America deve fare per gli americani, chiedetevi piuttosto cosa gli americani possono fare per l’America”. Citazione indovinatissima in un arcipelago dove tutti reclamano ma nessuno vuole dare il proprio contributo né economicamente, né in termini di assunzione di responsabilità.

Alcuni paragrafi erano appena accennati, come ad esempio l’agricoltura; ad altri era dedicato un certo approfondimento, come per la “valorizzazione e fruizione del patrimonio storico e naturalistico”.  Ad una lettura attenta di questo documento ci sono almeno due cose che mi colpiscono oggi, pur volendo rimanere nell’ambito delle opere, senza affrontare l’insieme del disegno. Non si parla assolutamente dell’informatica e della telematica (salvo un rapido cenno in ordine all’Assistenza e le strutture sanitarie), sono modeste le proposte in relazione al rifornimento idrico rispetto al progetto di depurazione e riutilizzo delle acque per l’agricoltura, viene esclusa la realizzazione di un aeroporto indicando una soluzione nel comprensorio di Milazzo: tre temi invece che diventeranno in seguito forti cavalli di battaglia dell’ Amministrazione. Mentre invece sono già da allora ben chiari alcuni nodi qualificanti a cui l’Amministrazione si dedicherà con particolare impegno (anche se non sempre con conseguente successo):

.        dai presidî municipali nelle isole per dare sostegno e sostanza al decentramento amministrativo, all’esigenza di individuare una nuova collocazione per la centrale elettrica di Lipari;

.        dalle aree attrezzate artigianali (si indicano Canneto-dentro e Pianoconte) ad un programma per la pesca – superando la frammentazione delle cooperative, verificando le possibilità della maricultura, garantendo un futuro al comparto con una moratoria delle normative CEE e valutando modalità alternative di pesca – fino alla definizione di un Piano commerciale;

.        dal recupero della Chiesa dell’Immacolata, per destinarla a finalità culturali, fino ad un piano per riattivare e rilanciare le Terme di San Calogero;

.        da una prima articolazione strategica per affrontare i problemi dei rifiuti prevedendo aree di stoccaggio e pretrattamento nelle isole, fino a una chiara visione strategica delle esigenze portuali isola per isola;

.        dal problema dei parcheggi e dei nodi stradali da risolvere (copertura di Torrente Valle e Torrente Ponte, strada a monte di Canneto, by-pass di Pianoconte), fino al decreto per ridurre le possibilità di accesso degli autoveicoli al seguito dei turisti;

.        dal progetto di creare piattaforme eliportuali in tutte le isole (a Lipari si è per una collocazione non distante dall’Ospedale) fino al potenziamento della linea marittima Napoli-Lipari-Milazzo ed alla possibilità che gli aliscafi per Reggio Calabria e Palermo possano accedere direttamente ai rispettivi aeroporti delle due città;

.        dalla realizzazione del Palazzetto dello Sport, al parco giochi attrezzato, all’area verde attrezzata di Castellaro, alle politiche sociali per gli strati più deboli.

Bastava questo insieme di iniziative e di opere a fare delle Eolie “il crocevia del Mediterraneo”? Probabilmente no, ma alla vigilia delle amministrative del 1994 a me ed al gruppo che aveva scelto di condividere con me questa esperienza, non poteva chiedersi di più. Anzi, di fronte all’abbandono degli anni passati già quello che proponevamo appariva  abbondante ed azzardato. E probabilmente se non ci fossero stati i finanziamenti del passato andati in perenzione e che mi misi a recuperare uno per uno, a cominciare dai 32 miliardi di lire della legge regionale n.18 del 1987 riguardante opere pubbliche, eccessive ed azzardate le nostre proposte lo sarebbero state veramente, anche perché la mia amministrazione partiva senza interlocutori sia a livello provinciale, sia a livello regionale, sia a livello nazionale. Dovunque vi erano governi di centro-destra che mi elargivano sorrisi ma si guardavano bene dal darmi una mano. Inoltre ero diventato Sindaco con un Consiglio Comunale all’opposizione e quindi anche in casa remavo in salita.

Le idee nuove che maturano nel primo biennio – come quelle di promuovere un Patto Territoriale e di creare una società mista – devono aspettare, per essere varate, il dopo referendum del 1996. Ovvero quando il Consiglio Comunale viene sciolto e, prima i Commissari regionali, poi finalmente un Consiglio omogeneo (il più omogeneo e disponibile di tutti i sette anni di sindacatura… peccato che sia durato solo un anno e mezzo) appoggiano e sostengono le mie iniziative.

Finalmente dopo le elezioni del 1998, ritenevo fosse giunto il momento di pensare alla grande e far sì che la metafora elettorale sulle Eolie fosse supportata da un disegno coraggioso e di ampie prospettive che veramente potesse incarnarla.

L’immagine ambiziosa delle Eolie crocevia del Mediterraneo acquista una nuova concretezza nel documento “Le Eolie del 2000”, pensato in relazione ai finanziamenti europei 2000-2006 ma anche alla possibilità – con un opportuno marketing – di stimolare finanziamenti locali, giacché in questi anni sono maturate aziende private con buone capacità di investimento. Il documento prevede di richiamare investimenti ed imprese esterne attratte sia dal nome e dal fascino delle Eolie, sia anche dal ruolo che ad esse l’Amministrazione voleva fare giocare.

“Le Eolie sono – si legge in “Eolie 2000” – una grande potenzialità per tutta la Sicilia, come uno dei nodi, forse il più interessante, della promozione di una industria culturale che potrebbe rappresentare uno degli elementi propulsivi del Mezzogiorno d’Italia”. Perché questo fosse possibile, era necessario pensare ad un progetto di sviluppo che avesse una visione complessiva dell’arcipelago, operando in termini di sistema locale. Il che vuol dire sviluppo delle Eolie guardando anche alla costa tirrenica prospiciente ed al suo entroterra. Proprio per questo negli ultimi anni i Comuni eoliani hanno avviato insieme tutta una serie di iniziative e di strumenti di crescita: dalla promozione dell’iscrizione dell’arcipelago dell’Heritage List dell’Unesco, a un grande evento culturale nella prima stagione chiamato “Festadimaggio”, al Leader Eolie, ai Patti territoriali generalista e verde, al Consorzio “Ecosviluppo Eolie”, al Centro Servizi Turismo”.

La strategia prevedeva tre stadi fra loro profondamente interconnessi, dei quali si può dare una sequenza logica ma non necessariamente cronologica. Il primo è quello di fare conoscere ed apprezzare le Eolie a livello mondiale operando anche all’interno di un rilancio generalizzato delle isole minori italiane, ripensate come sede di un turismo e di uno sviluppo in grado di offrire tutte le opportunità e gli agi del turismo moderno, pur conservando ed esaltando la loro identità. Quindi la creazione di un volano di finanzieri ed imprenditori disposti a giocare questa scommessa di ecosostenibilità tanto di protezione quanto di valorizzazione. Infine la definizione di un progetto di sviluppo – individuando opere ed iniziative necessarie per la valorizzazione – corredato da uno studio di fattibilità, che garantisca a chi investe la potenzialità ed i tempi di un ritorno economico.

Quando il “grande progetto delle Eolie” compie questo salto di qualità – nella mia mente e nella mia determinazione, prima ancora che in quelle del gruppo che mi sostiene – e da programma di opere ed iniziative per il territorio, tutto sommato nella tradizione dei programmi comunali, si delinea come strategia più ambiziosa, un vero e proprio marketing territoriale, allora insieme all’eccitazione per l’ambizione del progetto, avverto uno senso di vertigine accompagnato da un profondo scoramento. Sarei stato all’altezza di una tale impresa, indubbiamente la più ardua e rischiosa che mi fossi trovato di fronte nella mia vita? A chi avrei potuto appoggiarmi per avere sostegno e consiglio? Avrebbero capito i miei amici del gruppo che mi rimproveravano spesso di volare troppo alto?

L’esito del progetto, almeno in questa fase, porterebbe a dare a questi interrogativi risposte tutte negative. Si deve quindi parlare di una sconfitta. Ma è proprio così? Una risposta più articolata può venire solo dalla rilettura della vicenda nella sua interezza e complessità.

Ma come raccontare questa storia? È dal luglio del 2001 che tento di affrontarla con esiti che non mi hanno mai soddisfatto. Certo era bene innanzitutto che passasse del tempo per evitare di scrivere sotto l’onda dell’emozione e del risentimento. Ma se questo era necessario non era però sufficiente. Vi era il rischio che sovrapponessi alle vicende reali una ricostruzione personale fortemente idealizzata. Così alla fine è prevalsa la scelta di raccontare l’esperienza attraverso le relazioni semestrali[4] da me puntualmente redatte – ogni sei mesi, appunto – riflettendo sulle vicende, sui problemi e sulle difficoltà. Con tali relazioni adempivo ad un dettato della legge; nello stesso tempo informavo il Consiglio Comunale ed i cittadini sul lievitare del grande progetto e sugli sforzi per tradurlo in pratica. Le relazioni semestrali così come sono state pubblicate con qualche annotazione essenziale, per una lettura a posteriori.

Capitolo III – Il ritorno alle Eolie. Due incontri decisivi.

 Ma quando ha inizio un’ esperienza? Dal giorno in cui parte ufficialmente la mia funzione di Sindaco e cioè dal 7 luglio 1994, quando giuro di fronte al Prefetto di Messina? Oppure prima, quando in qualche modo comincio a pensare che deve esistere un grande progetto per le Eolie? Oppure da quando si affaccia concretamente la possibilità che io faccia il Sindaco?

Il “grande progetto delle Eolie” è un canovaccio che va scrivendosi nel tempo. Viene da lontano ma non da troppo lontano. Non si possono progettare le Eolie rimanendone all’esterno. Ed anche se sul destino di queste isole ci riflettevo da sempre, da eoliano innamorato delle Eolie che di professione fa l’osservatore dei temi dello sviluppo e dello sviluppo locale in particolare, è soprattutto a partire dalla fine degli anni Ottanta che il discorso si fa più puntuale ed organico, cioè quando maturano, un passo dopo l’altro, le condizioni per un mio ritorno stabile alle Eolie.

Tutta una serie di circostanze che mi “costringono” a dedicarmi a queste isole  in modo sempre più coinvolgente. In una visione retrospettiva se devo indicare le circostanze più significative, non posso non parlare di due incontri e di tre esperienze. Gli incontri sono quelli col Centro Studi Eoliano e con il Vescovo Mons. Francesco Miccicché . Le esperienze sono quelle del movimento degli operatori economici della primavera del 1991, di consigliere comunale dal giugno 1991 all’autunno 1993, del mensile Questeolie pubblicato fra la primavera del 1992 e gli inizi del 1994.

Il Centro Studi Eoliano era l’organizzazione, operativa dall’inizio degli anni Ottanta, che si distingueva per continuità e qualità delle iniziative. L’allestimento in estate, innanzitutto, di una rassegna di film che si erano imposti all’attenzione della critica e del pubblico nel corso dell’anno; quindi la promozione di alcuni dibattiti che si tenevano e tutt’oggi si tengono nel giardino dietro la sede di via Maurolico, su opere di recente pubblicazione o su argomenti che avevano sollecitato l’interesse locale o nazionale; infine  l’avvio di una encomiabile attività editoriale con la pubblicazione – fra l’altro – di opere di viaggiatori che avevano visitato le Eolie nel Settecento e nell’Ottocento.

Il Centro coinvolgeva diversi giovani e meno giovani di Lipari ma il ruolo guida era di Nino Paino che lo condivideva con Nino Saltalamacchia e ad essi si aggiungeva Nino Allegrino, più impegnato sul fonte dell’assistenza sociale. Giovani che avevano dimostrato di sapere operare prima che parlare, cosa rara a Lipari dove invece tutti sono bravi a giudicare e criticare ma pochi si rimboccano le maniche per darsi da fare. L’esperienza ha ormai superato largamente i venti anni di vita e dimostra come alla capacità di fare questi giovani aggiungevano intelligenza ed un intuito di tutto rispetto.

Proprio questa operatività in un settore complesso e difficile come quello della cultura fa loro perdonare, se non addirittura giudicarla un merito, una certa spregiudicatezza che, in una realtà difficile come la Sicilia, li porta a dialogare e magari anche accreditarsi su tutto il variegato scacchiere politico.

La loro prima grande iniziativa promossa, quella sul confino ed i confinati di Lipari  del maggio del 1985 che seguiva di due anni l’organizzazione di una tavola rotonda sull’antifascismo precedente la Resistenza,  li aveva messi in relazione con personaggi come Giuliano Vassalli, Aldo Rosselli, Mario Ferrari Aggradi, Giovanni Ferro, Mario Mammuccari. A partire da lì i rapporti si allargano al mondo più in generale della sinistra intellettuale da Leonardo Sciascia a Pompeo Colaianni, a Giuseppe Fiori, a Vincenzo Consolo e soprattutto della sinistra cinematografica (Moretti, Antonioni, i fratelli Taviani, Scola…). Questo non  ha impedito loro, giustamente, di continuare a sollecitare l’interesse dei politici  democristiani siciliani più attenti alle Eolie, per avere garantiti i finanziamenti per le iniziative culturali. E, visto che nella logica democristiana imperante all’inizio degli anni Novanta, non si fa niente per niente, non si sono preclusi di mettere lo zampino nelle varie correnti del partito di maggioranza producendosi a volte in slalom da mozzafiato.

Una politica delle relazioni a largo raggio forse opportuna, anzi indispensabile ed encomiabile per un Centro Studi. Anche se questa pratica, eretta a sistema, in un mix di intelligenza ed opportunismo, poteva prestare il fianco a cadute strumentali, col rischio di togliere credibilità alla struttura. Cosa che non sembra si sia verificata, proprio per l’abilità e l’accortezza dei manovratori..

Anch’io, a partire dal 1986, entrai a fare parte di questa politica culturale e con sempre maggiore frequenza, durante l’estate, venivo invitato a presiedere o intervenire ad iniziative culturali promosse dal Centro come la presentazione dell’intervista di Minà a Fidel Castro, del libro di Melo Freni su Sciascia, a un confronto con Tano Grasso sulla camorra e la mafia nel comprensorio, ecc. ecc. Inviti che mi giungevano particolarmente graditi perché – senza caricarmi di responsabilità alcuna – rappresentavano un diversivo nell’ozio estivo e mi permettevano di sviluppare un contatto sociale con una realtà eoliana che mi incuriosiva sempre più.

Mons. Francesco Miccicché, era il nuovo vescovo ausiliare della Diocesi di Messina, Lipari, Santa Lucia del Mela, nominato nei primi mesi del 1989 ed insediatosi a Lipari nella funzione di Vescovo di Lipari.

Da  qualche anno la Diocesi di Lipari era stata accorpata a quella di Messina, pertanto Lipari aveva smesso d’essere sede vescovile.

La nomina di un vescovo, seppure ausiliare ma con la destinazione ad occupare stanzialmente la sede vescovile di Lipari, viene accolta da tutti gli eoliani con grande soddisfazione e forti manifestazioni di gradimento. Delegazioni di amministratori e di popolo si recano a salutare il presule designato a Monreale, la sua Diocesi di appartenenza, e molto più saranno le autorità, i fedeli ed i curiosi che assistono alla sua consacrazione. Questa nomina appare come una parziale correzione del provvedimento di accorpamento della vecchia diocesi e quindi in qualche modo il riconoscimento di uno speciale privilegio per le Eolie nella nuova diocesi. In oltre il nuovo vescovo è giovane, è colto e, cosa che non guasta, è anche di bell’aspetto. Sono gli elementi che suggestionano le intelligenze ed infervorano gli animi. Così l’accoglienza a Lipari e l’insediamento in Cattedrale vede le folle delle grandi occasioni.

Indubbiamente Mons. Miccicché ha la formazione, la cultura e l’intuito, cioè le caratteristiche essenziali per rappresentare una guida sicura per il popolo eoliano. Ha fatto propria fino in fondo la lezione del Concilio con una forte tensione cristocentrica che lo porta a ridimensionare il devozionalismo, di cui è satura la religiosità di queste isole; crede nel ministero dei laici e quindi alla loro partecipazione piena alla missionarietà della Chiesa; sostiene che il cristianesimo non può limitarsi alla preghiera ma deve incarnarsi nella storia, incidendo nel tessuto sociale e nella vita politica.

Una fede forte ed incisiva quella di Mons. Miccicchè,  che viene subito a confrontarsi con una vita sociale apparentemente pigra ma investita da processi sotterranei anche intensi di trasformazione ed omologazione, che rischiano di spazzare via ogni tradizione ed ogni valore.

Il passaggio dalla povertà al benessere è stato in queste isole così repentino che la gente non appare ancora del tutto convinta di vivere un’ esperienza veramente nuova. Nel turismo non si riesce a vedere la possibilità per investimenti di grande respiro con lo sviluppo di nuove professionalità e nuovi mestieri meno duri e gravosi di quelli tradizionali; si considera piuttosto l’occasione per accaparrare e moltiplicare risorse a salvaguardia dei periodi di crisi, che potrebbero tornare così come si sono dileguati.

Inoltre, si insinua nel pensare comune l’idea che se il turismo porta ricchezza allora i suoi stili di vita non possono che essere superiori a quelli  conosciuti nelle ristrettezze. I valori dell’accoglienza, della parola data, dell’unità della famiglia cedono il posto ad un individualismo edonistico, che primeggia su tutto e su tutti. Un individualismo che logora la famiglia, come logora ogni centrale educativa. Persino la Chiesa rischia di trasformarsi in un assemblaggio di riti popolari come le decine e decine di feste che si svolgono in ogni frazione con processioni, canti in piazza e giochi pirotecnici che rasserenano e tranquillizzano la coscienza dei singoli, con l’elargizione di qualche lira e l’accompagnamento di una processione.

Quella in atto è di fatto una mutazione antropologica che non può non inaridire gli animi, moltiplicando e approfondendo quei comportamenti e quegli atteggiamenti tipici dell’insularità come di tutti gli ambiti chiusi e dalle dimensioni ristrette: la diffidenza e la litigiosità nei confronti dei vicini; una propensione a sparlare e denigrare chiunque, ma soprattutto chi si mette in vista, chi dimostra di sapere e volere fare;  quindi un’ invidia che diventa facilmente cattiveria, il ricorso alla denuncia, una concezione tutta personale e strumentale dei diritti e delle leggi.

Tutto questo di fronte ad una opinione pubblica sempre più volatile, senza più grandi parametri di riferimento, spesso alla mercé di chi si è organizzato un ruolo di opinion maker stazionando in un bar. Probabilmente è un aspetto comune a tante piccole comunità, ma qui nelle isole assume una rilevanza particolare sia per il numero di queste figure, composte da funzionari pubblici senza una reale cura, o da professionisti con parecchio tempo a disposizione o ancora pensionati, alle prese con la monotonia del quotidiano… sia per la ridondanza che si riesce a produrre in un ambiente chiuso e troppo spesso provinciale.

Anche la politica sottostà a questa crisi, anzi ne è un volano moltiplicatore. In una comunità caratterizzata dalle solidarietà corte come quelle dei legami familiari, o – più correttamente – familistici, la politica non ha mai rappresentato un grande valore. Amministrare non ha mai significato concretizzazione di un progetto, il voto non è mai stato l’espressione di un forte convincimento personale. Si è amministrato mediando fra gli interessi forti e si è sempre chiesto il voto per amicizia o per interesse. Col tempo essendo cresciuti gli interessi e cominciando le Eolie a divenire appetibili, le mediazioni degli interessi si sono spostate altrove, a Messina, a Palermo, a Roma, dove operavano i padrini potenti. Il voto è sempre più diventato merce di scambio per ottenere un posto o un favore che queste figure cercano di intercettare e di indirizzare. Sull’ala di quello che accadeva in Italia ed in Sicilia, il gruppo di potere politico – qui soprattutto democristiano – si è venuto via via frazionando e strutturandosi in una sorta di sistema feudale, dove alcuni signori designano sul territorio vassalli, valvassini e valvassori. La gestione del potere per il potere annulla qualsiasi prospettiva e qualsiasi progetto, riducendo tutto alla gestione del quotidiano. La lotta fra le correnti ed i gruppi immobilizza la situazione, giacché ogni obiettivo diventa obiettivo di una parte che l’altra si premura subito di bloccare, annullare, protrarre all’infinito. Quando finalmente arriva un finanziamento lo scontro è sulla sua gestione, sulla ripartizione sul territorio, sugli incarichi professionali, in una lotta furibonda che mette in conto la stessa perdita del finanziamento.

Nel 1987 la Regione siciliana aveva destinato una somma considerevole per opere pubbliche nelle isole minori ed al Comune di Lipari erano spettati circa 35 miliardi di lire. Proprio questo finanziamento era risultato emblema della forza e della debolezza del potere democristiano capace di individuare risorse economiche rilevanti,  e poi incapace di utilizzarle.

E’ questa l’immagine delle Eolie che si presenta a Mons. Miccicchè appena giunge a Lipari. Più che i travagli della transizione egli scorge un piano inclinato dove tutto sembra scorrere inesorabilmente verso la dissipazione. Su chi fare conto? I preti sono ormai quasi tutti anziani, presi per lo più in una piatta routine liturgica, con scarso interesse non solo per la vita sociale ma per lo stesso impegno pastorale che non sia quello delle funzioni e delle processioni. Inoltre molti di loro hanno provveduto ad integrare la povera congrua con altre attività ed operano in particolare nel campo della  ricettività turistica in estate. La partecipazione dei laici – al di là della organizzazione delle feste padronali – è scarsa, si esaurisce quasi completamente nella esperienza neocatecumenale delle comunità di preghiera. Da dove cominciare? Dal mondo politico che forse è il più compromesso ma che indubbiamente avrebbe strumenti per incidere?

Ed è proprio “agli Amministratori di Lipari , a quanti servono il Comune e lo Stato, a tutti gli uomini di buona volontà che vivono nelle Isole Eolie” che il nuovo Vescovo indirizza la sua prima lettera pastorale l’11 luglio 1989, festa di San Benedetto Abate, patrono di Europa. La lettera inizia con un riferimento ad Isaia: “Per amore di Sion non tacerò” e così il titolo della pastorale, ciclostilata e diffusa in centinaia di copie a cura delle ACLI locali, diventa “Per amore delle Eolie non tacerò”.

Quando la lettera viene letta nelle chiese, durante la messa domenicale, è subito polemica. Ha riferimenti forti oltre che alla Bibbia, alla costituzione conciliare Gaudium et Spes ed alle encicliche sociali pontificie. Ma non è per questo che crea scandalo e meraviglia. Sono piuttosto alcune frasi dette “sine glossa” che chiamano in causa gli amministratori locali ma anche alcuni politici democristiani originari delle Eolie che da Messina, Palermo o Roma tirano le fila della politica locale.

E’ indubbiamente ad essi che fa riferimento quando sollecita i liparoti a ritornare “ a ragionare con la propria testa, a compiere libere ed autonome scelte, a non fare il gioco di “potenti” pupari che certamente non vogliono il bene delle Eolie, ma si servono delle isole per i loro illeciti profitti”. E più avanti: “Non è pensabile che possano esistere elementi che mettano in ginocchio un paese con la loro infida politica di ostruzionismo, di presunta legalità, di perbenismo stucchevole. Il popolo benpensante rifiuta presenze di principotti che gestiscono la cosa comune con metodi feudali”.

Ma più che una lettera di denuncia e di invettive – come l’hanno subito definito i tre o quattro corrispondenti liparesi che scrivono sulle pagine locali dei quotidiani di Messina e riferiscono la sera alla TV isolana e  come l’anno accreditato  gli orchestratori del cicaleccio da marciapiede – questo di Mons. Miccicchè appare, a rileggerlo oggi, soprattutto un accorato appello.

“Cari politici di qualunque colore e corrente voi siate, nel nome di Dio vi supplico di ‘smetterla di divorarvi a vicenda’ (Gal 5,15), guardate come si è ridotto il tessuto sociale; fate in modo di ricucirlo, adoperatevi per fare rivivere la speranza nel cuore di tanta gente, la fiducia nelle istituzioni, la volontà fattiva nell’interesse di tutti…Il terreno infido dei favoritismi, la corsa sfrenata al denaro, intrecciano una rete di rapporti squallidi tra le persone che diventano vittime del ricatto, compromessi in un illecito che a Lipari è diventato purtroppo legge”.

“Si è messo a fare politica”, è il primo commento di molti politici locali che ritenendo di essere gli unici depositari di questa disciplina e non tollerano che il loro operato venga discusso da chicchessia. “Ma questo a chi appartiene?”, è la domanda che segue immediatamente giacché non concepiscono che possano esistere uomini liberi che appartengano innanzitutto a se stessi ed alla propria coscienza. “Bella gratitudine…” è invece il commento di chi  – facendo sfoggio di una particolare sensibilità venale ancora oggi non estinta – lamenta la somma che il Comune ha speso per il tradizionale regalo di benvenuto.

Partono da qui riserve, illazioni, false notizie alimentate proprio dagli operatori del cicaleccio che tendono a ridimensionare l’immagine del Vescovo, la sua credibilità, la sua affidabilità. Riserve, illazioni e notizie che non hanno posto su nessun giornale e su nessuna televisione locale, ma che si propagano ugualmente fra la gente a cominciare da quella più sprovveduta. E proprio perché sono informazioni e considerazioni che circolano in maniera sotterranea attraverso il passaparola e non hanno mai una manifestazione pubblica, risulta impossibile averne ragione, affrontarle, discuterle, contraddirle.

“Ha mancato di prudenza” è infine il giudizio di chi non nega né il diritto, né la sostanza ma ne fa una questione di forma. E fra questi vi sono anche preti attenti al Concilio ed all’impegno nel sociale, però traumatizzati dall’idea di una Chiesa che vede proprio il Vescovo all’attacco. Il Vescovo ha sempre svolto un ruolo di mediazione e di composizione…Un prete può avere una funzione di sfondamento ma purché ci sia dietro e sopra un Vescovo che media e riequilibra il discorso. Per questo la Chiesa è millenaria.

La mediazione e la prudenza di una Chiesa che volendo essere di tutti ha finito spesso con l’abbandonare gli ultimi a se stessi.

Registro queste reazioni che mi irritano ma non mi meravigliano. Mi colpisce invece fino al turbamento il fatto che un Vescovo così, conciliare, aperto ai problemi sociali, combattivo, sia potuto maturare nella terra di Sicilia e quindi sia stato inviato alle Eolie. E mi turba ancora più il fatto che abbia voluto legare a San Benedetto la sua prima lettera pastorale. San Benedetto è il fondatore dell’ordine monastico dei benedettini. Benedettini erano i monaci che nel 1083 accettarono la proposta di Ruggero il normanno di ricostruire, a Lipari, il tempio e l’abbazia di San Bartolomeo come punto di forza per il ripopolamento delle isole, dopo il sacco saraceno dell’838.

E siccome ho imparato da Giorgio La Pira che nulla accade a caso nella storia degli uomini e dietro gli avvenimenti c’è sempre un disegno provvidenziale, raccolgo questo turbamento e lo serbo nel profondo del mio cuore.

Mi piace ricordare che la crescita del mio interesse per queste isole fino alla decisione di dedicarvi il resto della mia vita, e quindi anche la mia candidatura a Sindaco, sia legata a Mons. Miccicché come, in qualche modo e con un diverso significato, anche al Centro Studi Eoliano.

Capitolo IV – I conti con la realtà eoliana

Ma prima dell’esperienza di Sindaco c’è quella di consigliere comunale e prima ancora la promozione del movimento degli operatori economici. A monte di tutto, poi, c’è la presa di contatto con il mondo politico eoliano, per me una pagina tutta da scoprire visto che ero andato via da Lipari da bambino e i ritorni estivi erano pura e semplice vacanza. Inoltre anche se a Pavia prima e poi a Roma avevo fatto e facevo politica, era un mondo del tutto diverso. D’altronde la mia esperienza politica, salvo una breve parentesi giovanile, era tutta legata all’associazionismo e quindi al tema dei contenuti, della formazione, dell’iniziativa sociale. Così, la sera del 18 agosto 1989 fu un’occasione importante per conoscere questo mondo che fino allora avevo osservato di sfuggita e dall’esterno.

A questo proposito, fu istruttivo non tanto il dibattito che quella sera si svolse sulla lettera pastorale del nuovo Vescovo nel giardino del Centro Studi organizzato dalle ACLI di Lipari, che poi eravamo il Centro Studi ed io. Fu un dibattito affollato come pochi, dove in molti presero la parola a cominciare dai sommi referenti della DC locale. Però non poté che registrarsi la povertà di idee sullo sviluppo delle Eolie ed il grande imbarazzo di questi democristiani a parlare di fede e politica, avendo della religione una visione tutta formale e strumentale. Ciò che a me fu chiarissimo era la crisi della vita politica eoliana che dipendeva innanzitutto dalla mancanza di un progetto condiviso per le Eolie. Mancando questo progetto di lungo respiro tutto cadeva, necessariamente, nella mediazione spicciola e nel clientelismo.

Ancor più istruttivo fu il dopo dibattito, quando si andò tutti insieme a cena in un ristorante di Pianoconte: Vescovo, onorevoli, amministratori, giovani del Centro Studi ed il sottoscritto.

Ho quell’evento ben scolpito nella memoria. Lo scenario del terrazzo del ristorante in una di quelle sere d’agosto eoliano calde ma non afose, dove tutto invita alla convivialità e quindi a diluire e smussare i punti di contrasto; la tavolata con decine di commensali, che conosci per lo più a distanza scambiando sì e no un buongiorno e buonasera, che diventano tuoi interlocutori diretti mentre sei sollecitato a fare discorsi impegnativi; la ragione politica della cerimonia – perché di questo si trattava con un suo rituale preciso che credevo esistesse solo nella letteratura – rimaneva evanescente, come dissimulata da un alone di pudore, mozziconi di discorso accennati en passant dai leader nella conversazione, parole buttate lì come distrattamente di tanto in tanto. che ad un ascoltatore poco attento apparivano avere ognuna capo a sé e che invece per orecchie esperte ed aduse, che non erano certo le mie, costruivano un discorso preciso ed inequivocabile.

Una cena consumata tutta all’insegna della riappacificazione delle diverse correnti democristiane: questo l’obiettivo del convivio che allora in qualche modo intuivo, ma che mi venne spiegato nella sua raffinatezza liturgica solo più tardi.

La concordia delle correnti e delle forze politiche che il Vescovo aveva auspicato aveva ben altro spessore ed altro significato di quello che emergeva nella cerimonia conviviale.

“Ridurre il suo forte monito – pensavo – ad una riappacificazione intrademocristiana, che nulla mutava del modo di governare, era decisamente mortificante e mistificante”.

Ciò che appariva chiarissimo a me non poteva non esserlo per Mons. Miccicché, il quale d’altronde veniva da Palermo, la capitale di questo ritualismo bizantino.

Personalmente, oltre all’indignazione, avvertivo anche tutta la difficoltà e forse l’impossibilità di dialogare con questi personaggi. Ciò che mi colpiva era la completa assenza di un atteggiamento autocritico, la sicurezza e l’arroganza di perseverare nei propri comportamenti politici. La loro era la vera ed unica politica, una politica diversa non esisteva e non poteva esistere, la sua evocazione erano fantasie e romanticherie. Poteva fare gioco mostrare una qualche attenzione alle voci critiche, ma non più di tanto. Era appunto, il gioco, “pi’ fissiari”, ma la realtà seria e concreta rimaneva la loro, eterna ed immobile.

Questo pensavo, mentre intorno a me, nel cicaleccio di conversazioni che si intrecciavano ed si accavallavano, si dissolvevano grandi portate di maccheroni alla casereccia, di risotti alla pescatora, di arrosti misti di pesce e di carne.

Un’esperienza traumatica. Da far passare ogni idea di ritorno alle Eolie, se questa idea non fosse stata radicata nel profondo della coscienza più che nella consapevolezza.

La lettera ai politici di Mons. Miccicché non rimane un fatto isolato. Già il 7 ottobre  il vescovo pubblica “Il Piano Pastorale per l’anno sociale 1989-90” dal titolo “Insieme missionari nelle Eolie” nel quale si ribadiva che “la fede deve incarnarsi e diventare stile di vita, modo di essere nel sociale, nel politico, lì dove l’uomo vive la sua esistenza” e si affermava la scelta dei giovani come priorità pastorale (la seconda era la famiglia): “La teologia della speranza deve farsi strada nel cuore e nelle menti di noi tutti attraverso una sincera e profonda attenzione ai giovani, speranza della Chiesa e del mondo”. La scelta dei giovani doveva articolarsi lungo tre linee: la politica, la fede e le varie vocazioni.

Il 13 febbraio del 1990, in occasione della ricorrenza dell’arrivo a Lipari delle spoglie di San Bartolomeo, Mons. Miccicché inviava una lettera aperta al nuovo Sindaco di Lipari sul problema della casa che in quei giorni era esploso nel capoluogo dell’arcipelago con urgenza e tragicità. Dopo il richiamo alle motivazioni religiose che lo spingevano a scrivere, il Vescovo dava voce ad una precisa denuncia politica: “Vive Lipari l’emergenza casa soprattutto a partire dal terremoto del 1978. Una maldestra politica, priva di idealità umanitarie, ha preferito non tentare la via di una radicale soluzione del problema che ha volutamente, caparbiamente ignorato le decine, anzi le centinaia di famiglie poste in locali provvisori di fortuna e che, dopo 12 anni, aspettano ancora un’ equa risposta. L’edilizia popolare non è decollata come era auspicabile, i fondi per i terremotati hanno preso vie scandalisticamente improprie, quel che rimane resta congelato, il vestito che Lipari indossa è logoro e stracciato; è necessario chi ci sia chi si ponga all’opera per ricucirlo pazientemente…”. Una denuncia precisa che ridà fuoco alle polveri della polemica.

Nell’attenzione ai gravi problemi locali il Vescovo non poteva non imbattersi in quello dei lavoratori della pomice. Miccicché comprende subito che questo sarà uno dei nodi duri della sua esperienza pastorale giacché da sempre si tratta di un fronte infuocato, sul quale si intrecciano problematiche sindacali, sociali e politiche.

Oggi non ci sono più i gravi problemi della salute che avevano caratterizzato le cave di Lipari nel corso degli anni ‘50 e ‘60 ed erano state oggetto di indagini universitarie e di denunce politiche. Ma rimaneva comunque il fatto che il contratto locale risultava fortemente arretrato rispetto a quello nazionale di settori similari quali i lapidei; inoltre pesava sulle cave l’incognita del futuro di questa industria, sia di fronte alle evoluzioni del mercato internazionale sia di fronte alla nuova coscienza ambientale che andava maturando.

“Patron” dell’industria della pomice è il dott. Enzo D’Ambra. Anch’egli fa parte della cerchia degli uomini politici locali. Ma la dinamicità e la fattività del personaggio, le frequentazioni di amicizia che lo legano ad un certo mondo politico e culturalesempre democristiano ma più aperto al confronto ed al dialogo, un’asserita condivisione di massima dei giudizi della lettera pastorale sui politici locali, una sua dichiarata disponibilità alla collaborazione, uniti ad una serie di contatti avuti con i sindacalisti e con alcuni operai del Consiglio di fabbrica, fanno ritenere al Vescovo che sia possibile stabilire con l’imprenditore un rapporto diverso e che questo possa dare anche frutti positivi, soprattutto sul piano della pace sociale e del miglioramento delle condizioni di lavoro delle maestranze.

La collaborazione parte con la sponsorizzazione da parte della Pumex[5] del Convegno sui giovani che si terrà in giugno in Cattedrale con la partecipazione di esponenti politici regionali e studiosi universitari.  Ed è forse anche per questo che il Convegno non entrerà nel merito delle condizioni di lavoro in quest’industria. Anzi, nella relazione dei giovani, si darà un giudizio sostanzialmente positivo dell’escavazione giudicandola una attività industriale non inquinante ed ormai – con santa ingenuità – parte integrante dell’ambiente delle Eolie.

Sono queste le premesse che portano alle tre esperienze che preparano il mio ritorno alle Eolie.

Il 1992 è un anno importante perché a giugno si rinnoverà il Consiglio Comunale e sembrano essersi create a Lipari, anche per le posizioni del Vescovo, aspettative di rinnovamento. Questo sembra particolarmente avvertito fra gli operatori economici e  turistici in particolare preoccupati per una politica amministrativa latitante come quella degli ultimi anni, con crisi continue ed una forte litigiosità fra gli amministratori. Come dare una scossa salutare? Un gruppo di operatori interpella il Vescovo prima di Pasqua ed il Vescovo suggerisce loro di interpellarmi.

Ma che posso fare io che vivo a Roma con impegni onerosi? E che contributo posso dare visto la mia scarsa conoscenza del mondo eoliano? Posso fare da animatore mettendo al servizio di un gruppo di lavoro le mie conoscenze in ordine allo sviluppo locale che sono un po’ il nocciolo della mia professionalità. Ma quante volte potrò andare alle Eolie prima delle elezioni? Due, quattro al massimo e saranno sufficienti questi incontri per trovare una soluzione al problema?

Comunque non dico di no. L’esperienza mi tenta e mi stimola. Era l’occasione per sperimentare in concreto quella alleanza dell’associazionismo con le piccole e medie imprese che potevano essere il tessuto connettivo di uno sviluppo autopropulsivo. Avessi conosciuto meglio gli Eoliani, a cominciare proprio dagli operatori economici, mi sarei guardato bene dal buttarmi in questa avventura. Scoprii un po’ alla volta che molti, forse la gran parte degli operatori delle nostre isole, non godevano di una reale autonomia. L’economia, com’era in genere per il Mezzogiorno, era tributaria al potere politico di aiuti e sostegni, favori e finanziamenti che attendevano un ritorno sul piano elettorale. In occasione delle elezioni nazionali e regionali ma anche di quelle comunali, infatti attraverso i Comuni si gestiva la rete locale degli interessi e delle clientele.

Tutte cose che conoscevo bene a livello teorico, su cui avevo scritto e dibattuto. E allora? Forse presuntuosamente pensavo che le Eolie potessero rappresentare un punto di rottura? E perché mai? Per l’azione di alcuni personaggi paracadutati dall’esterno, anche se uno di questi era un vescovo illuminato e coraggioso? Oppure perché l’interesse al rinnovamento poteva essere divenuto lì particolarmente forte, sotto le sollecitazioni di un’inedita domanda turistica maturata a livello mondiale, contro la conservazione rappresentata dal sistema democristiano?

Certamente giocarono un misto di presunzione, di illusione e di generosa incoscienza. Il fatto è che mi gettai in questa esperienza senza mezze misure, mettendo fra parentesi persino il mio lavoro e il mio impegno nelle ACLI. Ed il risultato non poté essere che disastroso.

Non è che gli operatori economici snobbassero l’iniziativa. Tutt’altro. Si creò un comitato – sempre molto partecipato – che cominciò a lavorare sullo statuto dell’associazione e sul programma. Si fece anche una assemblea all’ex cinema Eolo[6], allora unico locale pubblico di una certa capienza dove si potevano fare assemblee. Si parlava apertamente di una lista civica promossa dall’Associazione Operatori  Economici Eoliani, si discuteva di organizzazione, di sviluppo, di programmi…

E mentre si vivevano settimane di fervore con l’illusione di tracciare una via nuova per le Eolie, in luoghi più discreti si riuniva il comitato cittadino della DC per discutere di come andare alle elezioni. Anzi a dire il vero più che discussioni, quelle loro, per ciò che mi era dato sapere, erano delle lunghe partite silenziose come quelle che nei paesi si fanno con le carte, dove alcuni di tanto in tanto calano una carta e gli altri stanno intorno a guardare. Di fatto si stava giocando una partita dei nervi fra i due schieramenti che erano venuti definendosi negli anni e che facevano capo ai due notabili locali, con responsabilità nazionale o regionale: l’on Salvatore D’Alia detto Totò, deputato nazionale, e l’on Giuseppe Merlino detto Pino, deputato ed assessore regionale al turismo. Le elezioni sarebbero stata la grande resa di conti dopo anni di congiure e veleni. Quindi ognuno dei due schieramenti voleva scrollarsi l’altro di dosso, ma esitava a fare la mossa decisiva perché non voleva addossarsi la responsabilità della rottura e soprattutto voleva lucrare il diritto ad utilizzare il simbolo del partito.

Che cosa aveva a che fare l’iniziativa degli operatori con questo balletto della mattonella? Nulla. Eppure – ne fossimo coscienti o meno – il destino delle elezioni non lo dettavamo noi, ma quelle dieci o dodici persone che settimanalmente si rinchiudevano in conclave per alcune ore.

Avremmo fatto la lista civica? Sì, se ci fossimo legati allo schieramento soccombente e perciò privato del simbolo. No, se ci fossimo collegati allo schieramento vincente beneficiario del simbolo. Era impossibile pensare che fra le due posizioni se ne potesse delineare una terza autonoma? Io continuavo a sperarlo ma ogni giorno appariva meno realistico anche volendo essere ottimisti sullo spessore della nostra iniziativa. Ma che questa non avesse un grosso spessore, e alla prova dei fatti risultasse inferiore a quello sperato, fu chiaro quando finalmente il balletto cessò e si delinearono i due schieramenti democristiani. In quel momento anche il movimento degli operatori si spaccò ed i promotori si indirizzarono verso i tradizionali “patron” di riferimento. Dimenticando quanto si era fatto e pensato. Non fu una rottura indolore perché nelle settimane di lavoro in comune era maturato un rapporto di conoscenza e forse anche di nuova amicizia. Ma i richiami erano troppo forti perché ad essi si potesse resistere, e pescavano dentro storie personali legate alle stesse posizioni imprenditoriali.

A dire il vero poteva esserci anche l’alternativa de “La rete” di Leoluca Orlando che faceva capolino anche a Lipari. Ma i suoi promotori si erano tenuti distanti dalle nostre iniziative e quando decisero di aprire un dialogo già i giochi erano fatti.

La maggior parte degli operatori seguì la lista che aveva ottenuto il simbolo ed anch’io obtorto collo fui della partita, anche perché di questo schieramento facevano parte i giovani del Centro Studi e D’Ambra con cui si erano intanto infittiti i rapporti, auspice lo stesso Mons. Miccicché. Il Vescovo pensava potessi aiutarlo a trovare una conclusione rapida e positiva della vertenza della pomice che, anche se non ancora formalmente, di fatto si era aperta  da qualche mese.

Volevo illudermi che questa fosse la scelta giusta e comunque la migliore perché, credevo, che fosse stata messa alla porta la parte più legata agli interessi ed alla clientela. E, anche se di qua vi erano molti personaggi corresponsabili della crisi della politica eoliana a cui aveva fatto e faceva riferimento nelle sue denunce il Vescovo, pensavo che facendo leva su un gruppo nuovo forse si sarebbe potuto condizionare il futuro.

Che si trattasse di pura illusione già avrebbe dovuto essere palese per come si svolse la campagna elettorale. Praticamente mano libera a me nella stesura del programma, ma nessuna vera campagna elettorale pubblica da parte della lista. Niente manifestazioni pubbliche, niente comizi, ognuno per proprio conto con i propri contatti, i propri collegamenti, le proprie clientele con alleanze ristrette visto che allora si potevano dare fino a tre preferenze.

Con Nino Paino e Nino Saltalamacchia avevamo appunto costituito – in seno alla lista – il gruppo delle ACLI, con lo slogan “Ricominciamo da tre”. Con qualche risparmio e qualche aiuto degli amici delle ACLI nazionali e provinciali, avevamo costituito un fondo elettorale e stampato un dépliant con il programma, prodotto dei gadget, organizzato una serata di festa – in un locale in collina – a base di pizza, aranciata e birra. I miei compagni ebbero un notevole successo, io fui eletto per il rotto della cuffia: l’ultimo per quattro o cinque voti di scarto. Né poteva consolarmi il fatto che molti di quei centosessanta voti erano voti secchi, personali.

La verità era che quel po’ di attenzione che ero riuscito a richiamare sulla mia persona mi presentava come un simbolo del cambiamento, cosa che appariva poco coerente con la lista che mi ospitava. Inoltre praticamente nessun appoggio diretto mi era venuto dalla DC, i cui maggior enti erano stati ben felici di utilizzare la novità che rappresentavano, ma si auguravano che non venissi eletto perché avevano cominciato a comprendere come non fossi uomo da ordini di scuderia.

Nessuna contraddizione col fatto che una volta eletto venissi designato come capogruppo consiliare. Formalmente era un riconoscimento per quel che rappresentavo a livello nazionale e per il lavoro fatto nei mesi precedenti del quale indubbiamente tutti avevano beneficiato, in realtà era un modo per cercare di vincolarmi costringendomi ad un gioco di squadra di fronte ad alcuni scenari che non potevano essere di mio gradimento. Quali? Il primo ed il più significativo quello della riappacificazione delle due liste democristiane costituendo così in consiglio comunale, almeno sulla carta, una maggioranza di tipo bulgaro (24 consiglieri su 30).

“Ma come è possibile – mi chiedevo e chiedevo – che dopo una campagna elettorale durissima, dove avevamo spiegato alla gente che noi eravamo il buono e il rinnovamento e gli altri quanto  di peggio vi era sullo scenario politico, a sole poche settimane dal voto, senza un vero dibattito chiarificatore, si tornava tutti insieme senza che niente fosse successo, a riprendere la politica di sempre dei veleni e delle imboscate dietro le quinte? Ma allora è stato tutto un imbroglio. Quella che per alcuni e soprattutto per me era stata una scelta strategica, si rivelava come pura e cinica tattica elettorale”.

“Ce l’ha imposto Messina”, rispondevano i notabili locali. “Se ci rifiutiamo ci collochiamo fuori dal partito”.

Non ero il solo a protestare per questo tradimento dell’elettorato. In realtà, con diversi gradi di resistenza, vi era un gruppetto di sei – sette consiglieri che rifiutavano o mal digerivano questa decisione. Si poteva costituire un gruppetto di opposizione? Impensabile, la quasi totalità dei membri del gruppetto erano disposti a protestare, ma non fino alla rottura formale. Più facile puntare su una forma di opposizione interna. Comunque non potevo rimanere capogruppo. Da qui le dimissioni. Dimissioni che non verranno mai discusse ed accettate, e questo crea una strana  situazione che si trascina per circa due anni[7].

Una sorta di responsabilità ricoperta a fasi alternate. Infatti, di fronte a problemi importanti ( la formulazione dello Statuto comunale, il dibattito sul Piano Regolatore…), mi lasciavo convincere che potevo svolgere un ruolo positivo e le dimissioni finivano con l’essere dimenticate. Ma non passava che qualche settimana ed ecco scatenarsi una nuova crisi interna che, dimostrando che il gruppo era ingovernabile ed in balìa di input quasi mai trasparenti, mi ricacciava nella precedente determinazione.

D’altronde, proprio la mia presenza saltuaria a Lipari favoriva questo approccio discontinuo. Vi trascorrevo brevi periodi anche se con una certa regolarità. Nominato commissario straordinario delle ACLI di Catania, infatti, dovevo venire in Sicilia praticamente  tutte le settimane. Arrivavo al sabato mattina e ripartivo il lunedì sera, dividendo il tempo fra Lipari e Catania grazie anche ad una vecchia Alfa 90 che, se non mi lasciava per strada, mi permetteva di fare la spola fra la città etnea e Milazzo.

Comunque quella di consigliere non fu un’esperienza tutta negativa. Mi consentì di conoscere un po’ meglio il mondo politico locale e come non ci si potessero fare illusioni sulla sua classe politica: un po’ tutta la classe politica, salvo poche eccezioni, sia di maggioranza come di opposizione, anche se con diverse responsabilità. Ma se gli uomini della maggioranza mi apparivano scarsamente autonomi, condizionati dalle logiche dei notabili che non sempre apparivano comprensibili ad un osservatore esterno ma anche semi-interno come me; quelli dell’opposizione si rivelavano scarsamente concludenti, più portati alla polemica in Consiglio su qualsiasi argomento si proponesse, senza avere presente una strategia e degli obiettivi politici.

Ma l’esperienza consiliare soprattutto mi permise – come già accennato – di approfondire e di dare un contributo su due importanti problemi amministrativi: lo Statuto municipale ed il Piano Regolatore generale, svolgendo spesso un ruolo di collegamento fra maggioranza ed opposizione e comunque un ruolo di traino. Lo Statuto riuscì ad arrivare all’approvazione e credo che tutto sommato sia stato un buon lavoro soprattutto per lo spazio dedicato alla partecipazione ed alle consulte, anche se su argomenti come il difensore civico è risultato velleitario ed inapplicabile avendo scelto la strada dell’elezione popolare diretta. Un passo in avanti fece anche il Piano Regolatore il cui incarico risaliva a cinque anni prima ed il cui iter di avvio era stato faticoso dando vita a sospetti e preoccupazioni. Si fecero gli incontri con i comitati di quartiere delle isole e varie assemblee popolari nelle contrade di Lipari, che strapparono il discorso dai tavoli tecnici e dalle énclaves dei politici. Si raccolsero tutta una serie di giudizi e di documenti e si sarebbe arrivati probabilmente a fare approvare le prescrizioni esecutive per i progettisti, se la crisi del Consiglio Comunale non fosse precipitata.

Il Consiglio Comunale verrà sciolto il 27 dicembre 1993 per le dimissioni di 17 consiglieri su 30. La crisi del Consiglio Comunale rifletteva la crisi della DC che si era trascinata per due anni e mezzo, manifestando la sua impotenza e la sua incapacità di decidere. Il via alle dimissioni lo danno i tre consiglieri delle ACLI, finalmente concordi senza distinguo. Ora forse ci sono le condizioni per un cambiamento. C’è la nuova legge con l’elezione diretta del Sindaco e c’è la riforma elettorale che a maggio porterà alle urne col sistema uninominale

In questi due anni e mezzo di pendolarismo fra Roma, Catania e Lipari non mi ero limitato a fare il Consigliere Comunale anche  se solo questo impegno significava un carico pesante visto il tempo limitato che dedicavo alle Eolie. Oltre all’esperienza del Consiglio Comunale ho partecipato alla fondazione del mensile “Questeolie” ed ho concorso attivamente per  cercare una soluzione avanzata ma concordata alla vertenza della pomice.

Una vertenza che sembrava semplice in partenza. I lavoratori ed il sindacato reclamavano che le condizioni economiche e normative dell’industria eoliana si raccordassero con quelle nazionali della categoria dei lapidei, che era l’industria di riferimento. D’Ambra sembrava d’accordo a concedere questo raccordo a condizione però che il contratto fosse autonomo, cioè della pomice e non dei lapidei.

“Si prenda lo stesso contratto dei lapidei e si cambi la copertina scrivendo “contratto della pomice” ed io non ho alcuna difficoltà a firmarlo”. Questa era la posizione che gli si attribuiva. In realtà, quando cominciarono gli incontri, si scoperse che non era questa la sola ed accettabile richiesta. Ve ne erano altre, apparentemente “secondarie”, che però rischiavano, se fossero passate, di colpire diritti consolidati e di trasformare il successo nella classica vittoria di Pirro creando un nuovo differenziale fra lavoratori eoliani e quelli del resto del Paese. Era il caso della cosiddetto “premio di produzione per detrazione” e cioè una quota salario intorno alle cinquantamila lire che sarebbe stata sottratta  ai lavoratori per assenze di qualsiasi genere, anche di malattia.

“Una misura contro l’assenteismo – lo giustifica l’azienda – per scoraggiare chi rimane a casa per fare un doppio lavoro”.

“Questa misura – replica il sindacato – non colpisce gli assenteisti opportunisti che non hanno alcun timore di perdere le cinquantamila lire giacché con l’altra attività ne recuperano molto di più. Punisce invece l’assente per giustificati motivi, che non può compensare”.

E così una vertenza semplice si complica e si trascina nel tempo, nell’esasperazione dei lavoratori che temono di dover cedere per stanchezza.

L’esperienza di Questeolie[8] merita una trattazione a parte, – e può darsi che mi decida a metterla in cantiere con la ripubblicazione di alcuni articoli fra i più significativi – sia per l’importanza dell’esperienza che dura due anni con la pubblicazione di almeno 17 numeri, impegnando nella sua redazione e diffusione almeno una trentina di giovani e meno giovani, sia per dare una risposta pubblica alla Procura della Repubblica di Messina che il 28 luglio del 2001, a nove anni dal verificarsi dei fatti, mi ha inviato un avviso di garanzia insinuando che “l’iscrizione al registro di stampa della pubblicazione Questeolie, sconosciuta in ambienti giornalistici, sia stata fatta ad hoc” al fine di ottenere una pubblicità di 3 milioni dall’ENAIP di Messina.

Con buona pace della Procura di Messina – che a oltre dieci anni di distanza dalla notifica del procedimento, non ha ancora trovato il tempo di chiarire la vicenda, sebbene mi sia immediatamente premurato a presentare i numeri in mio possesso, le fatture delle tipografie, gli atti della Cooperativa editrice, ecc.ecc. – Questeolie non solo è esistita ma ha svolto, ritengo, un ruolo importante nell’ambiente oliano, promuovendo un’informazione attenta ai problemi locali ed allo stesso tempo ispirata a valori politici e sociali di riforma istituzionale e politica, di rinnovamento etico e sociale, di sviluppo ecosostenibile, di partecipazione. Uscì fino a gennaio del 1994, cioè quando si configurò una mia possibile candidatura alla Camera dei Deputati proprio perché non si pensasse che un’esperienza così importante finisse con l’apparire strumentale  a questo scopo.

Sfogliando oggi il centinaio di paginoni che compongono la raccolta si ritrovano oltre a giudizi critici fino a divenire durissimi sulla vita amministrativa locale eppure sempre propositivi, un campionario di problemi della comunità che hanno indubbiamente costituito il canovaccio per la stesura di quello che è stato il programma elettorale del Sindaco nelle elezioni del giugno 1994[9].

Ma Questeolie ha voluto essere di più di un giornale. Ha voluto concorrere a promuovere nelle Eolie un turismo nuovo e diverso, attento ai problemi della natura e della cultura, cadenzato da eventi di qualità. Indicativi a questo proposito due esperimenti. La pubblicazione, alla vigilia della stagione estiva di “Tutteolie”, una piccola guida per il turista che alternava indicazioni sulle località da visitare, i beni culturali, le manifestazioni con la pubblicità di ristoranti, alberghi, bar, negozi. Un’iniziativa che ebbe successo tanto che negli anni seguenti è stata ripresa da altri e rilanciata, divenendo un appuntamento abituale dell’estate eoliana. Meno successo ebbe l’iniziativa “Natale alle Eolie”. L’idea era di creare un calendario di eventi  (spettacoli, dibattiti, feste paesane…) per un periodo abbastanza ampio che coprisse tutto dicembre e i primi dieci giorni di gennaio. L’organizzazione doveva occuparsi non solo di preparare il calendario garantendo le iniziative, ma anche di promuovere un  pacchetto di partecipazione settimanale completo di albergo, trasferimenti ed eventualmente dei voli aerei. Pensavo che l’iniziativa potesse coinvolgere sia l’ENARS nazionale che è l’ente delle ACLI per il turismo, sia gli operatori turistici locali, sia soprattutto l’Amministrazione comunale. In realtà le cose andarono diversamente e fu un miracolo se le perdite furono contenute in circa cinquanta milioni di lire che ripianai più tardi con la mia liquidazione di dirigente delle ACLI.

Se lo scopo fosse stato quello di promuovere un’attività economica si sarebbe potuto parlare di un completo fallimento, se invece si voleva sondare la possibilità e l’interesse per una iniziativa di destagionalizzazione del turismo, indubbiamente i dati raccolti erano di grande interesse e degni di riflessione.

“Per la pomice agosto di fuoco” è la testata con cui si presenta il n. 8 di “Questeolie” che esce il 7 agosto 1993. Una vertenza che si trascina dall’autunno 1991 e si concluderà solo a gennaio del 1994 tutto sommato con un successo dei lavoratori, che vedono crescere di circa un terzo il loro salario e sul piano normativo incassano l’aggancio ai contratti nazionali. Ma proprio a fine estate si raggiungerà il massimo della tensione con una forte manifestazione a Porticello sotto una pioggia torrenziale. Quell’estate si consuma l’illusione di una composizione pacifica della vertenza e andranno i crisi i rapporti col dott. D’Ambra. E non solo con me che, constatata ogni impossibilità di conciliazione, non mi rimaneva che manifestare a fianco dei sindacati e dei lavoratori, ma anche con il Vescovo che aveva creduto nell’accordo.

“Sento mio dovere – scriverà il 16 luglio Mons. Miccicchè in una coraggiosa ed accorata lettera di solidarietà ai lavoratori – ricordare a tutti che al di là del profitto c’è la dignità della persona umana che bisogna rispettare e i cui diritti, non ultimo il diritto al lavoro, a nessuno è lecito, per qualunque motivo, conculcare”.

Con lo scioglimento del Consiglio Comunale, la chiusura di Questeolie e la conclusione del contratto della pomice si esaurivano tre esperienze che mi avevano fortemente coinvolto. Potevo dire che il mio ritorno alle Eolie si era adempiuto e quella che si apriva era una fase nuova. Ma non ancora quella del… gabbiano. Mancava infatti la decisiva esperienza elettorale della primavera 1994 a cui avevo cominciato a pensare già da diversi mesi in accordo con la Presidenza nazionale delle ACLI che aveva avallato la mia idea di trasferirmi a Messina per seguire le vicende politiche in quella provincia.

Nel corso del 1993 era venuto delineandosi infatti in tutta la sua profondità la crisi del sistema politico che aveva governato l’Italia nel dopoguerra. Scomparivano i grandi partiti storici a cominciare dalla DC, dal PCI e dal PSI; al loro posto facevano la comparsa soggetti nuovi come il Partito Popolare, il Partito Democratico della Sinistra, la Lega al nord e – più tardi – Forza Italia. Inoltre la nuova legge elettorale basata sul sistema uninominale spingeva alla polarizzazione degli schieramenti. A livello nazionale avevo partecipato alla costituzione del Partito Popolare ma seguivo attivamente – ero membro del comitato promotore – la nascita dei Cristiano sociali di Gorrieri e Carniti.

A Messina la situazione era piuttosto confusa. La DC era entrata in crisi ma il Partito Popolare stentava a nascere. Molti dei vecchi leader rimanevano alla finestra a guardare per capire meglio come si delineava la situazione. Indubbiamente la tendenza del gruppo dirigente popolare a non scegliere una coalizione con la sinistra, ma a cercare di creare una alternativa al centro insieme al movimento di Antonio Segni, limitava di molto le prospettive di successo e rischiava di ridimensionare fortemente il PPI rispetto a quella che era stata la DC. Questo, per molti di noi che si erano battuti per un effettivo rinnovamento politico che chiudesse con l’intreccio affari-politica che negli ultimi anni aveva asfissiato la democrazia ad ogni livello, non era un fatto di per sé negativo. Se molti notabili di ieri cambiavano dislocazione finalmente sarebbe potuto nascere il partito che aveva pensato Luigi Sturzo. Negativo era che in molte realtà la situazione rimanesse bloccata in una impasse snervante.

Era il caso di Messina. La vecchia DC non c’era più, il nuovo PPI stentava a sorgere. Fu così che, ancora una volta auspice Mons. Miccicché (il quale che nel frattempo aveva trasferito la sua residenza abituale all’Arcivescovato di Messina) e tenendo i contatti anche con l’Arcivescovo Mons.Cannavò, nacque un tavolo di discussioni fra esponenti delle varie organizzazioni cattoliche della Diocesi dalle ACLI, alla Azione Cattolica, a Comunione e Liberazione, allo MCL, alla CISL, all’Agesci, al Meic. Qualche settimana ed il tavolo si trasforma in un movimento dal nome programmatico dei  “Liberi e forti”.

La prima apparizione pubblica a Messina nell’Auditorium della Camera di Commercio è un successo. Inizialmente il movimento si pone il problema del rinnovamento della vita politica anche nella prospettiva delle prossime elezioni per il Parlamento, ma non fa una scelta di schieramento anche se è subito chiaro che le preferenze vanno soprattutto al partito di Martinazzoli ed in qualche misura ai Cristiano sociali di Gorrieri. Ma via via che l’esperienza procede, si comprende come la sola strada praticabile sia quella di cercare di qualificare la nascita a Messina del Partito Popolare ed anche questa scelta non è indolore perché provoca la fuoriuscita di qualche esponente di Comunione e Liberazione.

Appare subito chiaro che problemi per la mia candidatura nel collegio Milazzo-Lipari non ve ne sono, ma anche che se questa vuole avere una qualche possibilità di successo dovrebbe essere proposta con un accordo di desistenza con i Progressisti. Un’ipotesi che viene esplorata ma che si rivela impraticabile. La mia decisione di candidarmi in Sicilia, in un collegio che viene giudicato privo di prospettive, sconcerta molti miei amici di Roma. Sono ancora il Vice Presidente nazionale delle ACLI e posso ambire ad una candidatura in qualche modo “protetta”; dai cristiano-sociali mi giungono offerte in questa direzione che però mi porterebbero lontano da Messina e dalle Eolie, vanificando il lavoro di questi anni.

La mia campagna elettorale della primavera del 1994 fu intensa, stressante ma anche appassionante. Lo slogan scelto puntava sulla domanda di novità che era nell’aria e sulla partecipazione: “Il nuovo? La tua, la nostra, l’iniziativa della gente”. Facevo la conoscenza di un mondo che mi era ignoto, muovendomi in ambiente dei quali non avevo pratica alcuna, visitando paesi che scoprivo per la prima volta, bussando a porte senza sapere come venivo accolto. I riferimenti politici tradizionali erano tutti saltati. Il deputato democristiano locale vincitore delle passate elezioni si era schierato col Polo di centro-destra costituito da Forza Italia, la Lega e Alleanza Nazionale e non riuscivo a comprendere come, paradossalmente per molta gente lui rappresentava la novità ed io invece la continuità con una politica che era sotto accusa. Ma la novità non era D’Alia, era Berlusconi. E se lì dove il raffronto era più ravvicinato, come nelle Eolie, questo si riusciva a spiegarlo, fuori, invece, risultava più difficile malgrado i comizi, la pubblicità sui giornali, i manifesti, i dépliants ed anche qualche raro passaggio sulle televisioni locali. D’Alia non fece comizi, non apparve alla Tv, fece una campagna molto defilata. Aveva capito che gli era utile defilarsi dietro l’immagine di Berlusconi. Infatti ottenne la maggioranza assoluta nel collegio. Ma non nelle Eolie dove invece lo superai pur con  pochi voti di scarto. Nelle Eolie un buon successo l’avevano ottenuto anche i Progressisti[10].

Fu così che fin dal giorno dopo gli esiti elettorali si cominciò a pensare e parlare a Lipari di una coalizione di centro-sinistra con me candidato a Sindaco. La persona su cui puntare c’era, c’erano i voti, c’era anche un programma ambizioso che era venuto maturando, come si è visto, negli ultimi cinque anni. Anzi si poteva dire che esisteva – anche se ancora “in nuce” – un grande progetto per le Eolie.

Capitolo V – Le amministrative del 1994

 La mia candidatura a Sindaco non fu una decisione né scontata, né facile. Non fu facile e scontata nemmeno per me.

Innanzitutto l’impegno nelle politiche era stato stressante e snervante ed uscivo da questa esperienza provato più nel fisico che nel morale. La tensione della competizione elettorale, l’ansia indotta dalla difficoltà dell’impresa, le preoccupazioni di ordine organizzativo e politico, tutto questo ed altre ancora non mi abbandonavano non solo di giorno, ma anche e forse soprattutto di notte. A campagna elettorale conclusa io continuavo a viverla e riviverla nei sogni che spesso si facevano angosciosi. Ancora, questa campagna elettorale era stato un duro salasso per le mie scarse risorse economiche.

Inoltre – last but not least -, durante la campagna elettorale, avevo stretto un accordo per l’elezione del sindaco di Lipari che si sarebbe svolta dopo pochi mesi. Ed a questo impegno io mi sentivo legato non solo moralmente ma anche praticamente perché ritenevo che una mia candidatura e quindi una mia eventuale elezione mi avrebbe creato più problemi che opportunità. A cominciare dal fatto che avrei dovuto scegliere di vivere a Lipari abbandonando o riducendo notevolmente la mia presenza a Roma, le relazioni con le ACLI e con tutto un mondo sociale e culturale che avevo coltivato nei vent’anni di vita in quella città.

Che cosa avrebbe voluto dire vivere a Lipari a cominciare dal trasformare una abitazione estiva, quale era la casa in cui abitavo, in una residenza per tutto l’anno? Che cosa voleva dire fare i conti con la Regione Siciliana e la Provincia di Messina, un mondo che oltre ad essere governato da schieramenti di centro-destra rappresentavano una realtà che disconoscevo completamente? Dai pochi rapporti che avevo avuto con la Regione Siciliana, nella mia esperienza di commissario delle ACLI alla provincia di Catania, avevo ricavato un’immagine tutt’altro che rassicurante.

Per  queste ragioni feci di tutto, e lo dico in piena coscienza, per sostenere direttamente e indirettamente la candidatura di Mariano Bruno a Sindaco. La proposi al tavolo politico locale che si aprì dopo le elezioni nazionali fra i rappresentanti del “Patto per l’Italia “ che avevano appoggiato la mia candidatura e quelli dei “Progressisti” che avevano appoggiato la candidatura di Amendolia, ma incontrò l’opposizione decisa della sinistra oltre che di una parte dei miei sostenitori.

Nei confronti di Bruno non vi erano addebiti specifici. Ciò che gli si rimproverava era di essere stato il Sindaco democristiano e quindi corresponsabile del vecchio sistema di potere. Il fatto che fosse passato all’opposizione, dopo che la maggioranza lo aveva defenestrato, non lo riscattava da questa corresponsabilità.

In queste discussioni, devo confessarlo, la possibilità di una mia candidatura, sebbene la tenessi remota nella mia mente, non la escludevo del tutto. In qualche momento essa usciva dall’ombra in cui la sospingevo e cercava di obbligarmi a pensarci vestita dalle seduzioni di un’esperienza nuova che mi avrebbe permesso di operare una svolta per le mie isole.

In tutta sincerità devo dire che mi suggestionava il tema di un’amministrazione che partisse completamente vergine rispetto al passato e che non avesse niente a che fare, in termini di compromesso anche solo culturale, col modo di pensare e con quel mondo e quei rituali che avevo avuto modo di conoscere e di non apprezzare. Però allora il discorso avrebbe dovuto valere non solo per chi aveva governato ma anche per chi aveva fatto una opposizione che si era rivelata sterile se non addirittura funzionale rispetto a questo “non governo” .

Quel modo di fare opposizione troppo spesso capziosa ed aggressiva, tutta svolta in via pregiudiziale, che non permetteva di andare ad un confronto sulle cose dove potesse emergere il merito di proposte diverse, mi sembrava inutile ed inconcludente rispetto alla fase nuova che mi auguravo si potesse aprire. Anzi a dire il vero quella sinistra mi sembrava distante dalle esigenze della nuova fase, ancora più dell’ex sindaco Bruno, che per quanto criticabile e necessaria di revisione, una cultura di governo l’aveva, mentre chi era stato all’ opposizione questa cultura avrebbe dovuto conquistarla. Ero infatti convinto che troncare con le vecchie liturgie ed i vecchi compromessi non volesse dire fare a meno di quelle esperienze e quelle conoscenze, che riguardavano l’attività di governo, ma che bisognava saper coniugare le une con le altre: la continuità di governo con la discontinuità politica e culturale. In questo senso io vedevo un mio apporto come complementare con quello di chi avesse avuto una esperienza concreta di governo e del “tipo tradizionale” di governo.

Sia che io facessi il Sindaco, sia che non lo facessi, l’esperienza di Bruno allora mi sembrava utile e preziosa per le Eolie del cambiamento. Se lui avesse fatto il Sindaco io gli sarei stato a fianco sostenendolo e condizionandolo sia con la mia competenza sui temi della programmazione e dello sviluppo, sia col mio nuovo prestigio politico e certo con l’appoggio di molti consiglieri che avrebbero fatto riferimento alla mia linea. Se fosse toccato a me fare il Sindaco avrei voluto comunque che Bruno fosse a mio fianco con la sua esperienza. Per questo quando mi sembrò impossibile superare le resistenze, proposi che ci si affidasse al responso delle primarie. Ma anche questa linea non trovò molti consensi e naufragò prima ancora di nascere.

Il fatto era che sia nei dirigenti del PDS, sia nel gruppo dei miei amici si era fermamente decisi a puntare sulla mia candidatura considerata vincente ed al tempo stesso capace di rispondere alla forte domanda di rinnovamento che si avvertiva nella gente.

Ma chi avrebbe dovuto proporre la mia candidatura. Anche questo non era un problema semplice. Vi era la crisi che travagliava il partito popolare a Lipari dove una parte dei dirigenti era schierata decisamente per Bruno Sindaco e le difficoltà ed i veti non li piegavano. In secondo luogo vi era il rischio che la mia candidatura partisse sponsorizzata dai PDS e condannata quindi ad essere una candidatura di minoranza. In terzo luogo vi era la mia diffidenza innata nei confronti dei partiti e la predilezione per i movimenti. Ma i movimenti dov’erano? Si parlava di un gruppo di giovani che si incontravano da mesi discutendo della necessità e della possibilità di creare un’alternativa amministrativa. Ma i giudizi che circolavano nel gruppo dei miei amici erano contraddittori. Si sosteneva che questi erano privi di un reale seguito e costituivano un gruppo indistinto che aggregava molti malumori ma nessun progetto concreto.

Si era già ad aprile ed il tempo volava in fretta. Era ormai chiaro che non sarebbe passata l’idea delle primarie né tantomeno la candidatura di Bruno senza fratture traumatiche che avrebbero frantumato lo schieramento di centro-sinistra. In qualche modo la patata bollente era caduta nelle mie mani e in parecchi aspettavano una mia decisione.

Pensai che, per fare decantare la situazione, fosse utile assentarmi una settimana-dieci giorni da Lipari, tirandomi completamente fuori dalle discussioni. L’occasione mi fu data da un impegno familiare a Londra proprio a metà aprile. Così con mia moglie decidemmo di partire. Fuori da Lipari, fuori dall’Italia, avrei avuto modo di considerare le cose con una certo distacco.

Ed indubbiamente di un vero distacco si trattò. Non era la prima volta che andavamo a Londra ma questa è una città che offre sempre cose nuove ed inedite e non si finisce mai di conoscerla e di scoprirla. Mi dedicai, con mia moglie, alle passeggiate, a visitare e rivisitare i monumenti, le chiese, i centri commerciali, a fare shopping. Lipari  ed i suoi problemi erano veramente lontani anni luce. Una sera, a casa di mio cognato Saverio ho avuto modo di incontrare alcuni eoliani che lavoravano a Londra e, chiacchierando, fra le altre cose, la discussione toccò anche le prossime amministrative a Lipari. Fu con curiosità ed un senso di divertita attenzione che sentii esprimere giudizi sulle prospettive elettorali, per me abbastanza inediti. Intanto avevano saputo che si era parlato di una mia candidatura ma che praticamente questa non esisteva più. Ed io mi guardai bene dal correggere questa informazione. Il discorso del Sindaco, si diceva, era ancora una volta nelle mani dell’on. D’Alia che stava vagliando le candidature. D’Alia aveva vinto le elezioni nel collegio ed il successo del Polo era stato a tutti i livelli, quindi era chiaro che una candidatura vincente sarebbe nata dal centro-destra. Probabilmente era vero, dissi, ma a Lipari ci sono troppi malumori ed un desiderio di cambiamento per cui, quali fossero stati i candidati, la vittoria non sarebbe risultata un’operazione facile.

Più tardi, riflettendo su quell’incontro e quella discussione, mi chiesi se questo approccio al problema, con una mia presenza secondaria e sullo sfondo, mi procurasse qualche problema. E mi trovai a considerare che se fosse stato vero, se una mia candidatura a Sindaco fosse ormai una possibilità tramontata, tutto sommato l’avrei vissuta con un grande senso di liberazione. Perché ormai mi era chiaro che fare il Sindaco di Lipari, sempre ammesso che l’avessi spuntata, avrebbe rappresentato, per la mia vita, più un’ipoteca che una chance.

Eppure, fu proprio in quelle giornate londinesi, che nel momento in cui arrivavo a questa convinzione, cominciai a considerare che cosa avrei potuto fare da Sindaco per le mie isole. Guardavo Londra – almeno quella di allora – le sue strade ordinate e pulite almeno nelle zone residenziali, le piazze addobbate come piccoli parchi che si aprivano improvvisamente nei quartieri, la gente in fila ai pullman ed alla metropolitana, e pensavo che cosa sarebbero state le Eolie se fosse maturato un po’ più di senso civico, se la gente non avesse abbandonato l’immondizia per le strade dove capitava, se il Comune avesse curato di più il decoro del territorio e dell’ambiente…

Era questo lo stato d’animo con cui tornavo a Lipari e scoprivo che, almeno nel giro dei miei interlocutori, le cose erano allo stesso punto di come le avevo lasciate. Sull’altro fronte invece… si sfogliava la margherita. Si parlava della candidatura di Angelo Li Donni che era già stato Sindaco anche se per un breve periodo, ma anche di una candidatura di Aldo Natoli, il ragioniere, che avrebbe potuto creare qualche problema nel mio gruppo, ed infine di una candidatura di Michele Fusco, maresciallo della Finanza.

Fu in questa situazione di impasse che prese corpo una iniziativa dei democratici di sinistra. Mi invitarono ad una riunione di militanti e simpatizzanti, una sera nella loro sede che era in un appartamento di Mimmo Ziino a Marina Corta, e lì proposero la mia candidatura a Sindaco. Era il tentativo di stanarmi dopo una serie di riunioni e di incontri in cui mostravo interesse per un progetto amministrativo ma continuavo a nicchiare su una mia designazione a candidato a Sindaco.

Quella sera volli essere franco sino alla brutalità; non escludevo la possibilità di candidarmi ma, con tutto il rispetto, non potevo essere il candidato del PDS sia perché sarebbe stata una forzatura rispetto alla mia storia, sia perché sarebbe stata una soluzione perdente che avrebbe bruciato la possibilità di una svolta e di un cambiamento.

Cercai di essere convincente e diplomatico ma la mia posizione creò qualche sconcerto. Molti rimasero in silenzio, ma ci furono anche delle reazioni molto dure come quella di Giovanni Maggiore. Quando io lasciai la riunione il dibattito continuò e nel partito dei democratici di sinistra continuò anche nei giorni successivi, delineandosi non solo un dissenso ma una vera e propria lacerazione. Giovanni Maggiore era allora il segretario e giudicò la mia posizione ambigua fino a sostenere che c’era un accordo fra me e D’Alia e che, se io avessi vinto, dopo qualche mese avrei sbarcato dall’amministrazione i rappresentanti della sinistra per fare un accordo con la destra.

Ma la maggior parte dei pdiessini – fra cui bisogna ricordare Giovanni Iacolino, Antonio Iacullo, Pino la Greca, Attilio Conti, Mimmo Ziino – erano di parere diverso e giudicavano convincente la mia posizione. Non si doveva rompere con me, rimanevo l’unico candidato possibile del centrosinistra che avrebbe potuto portare ad una vittoria elettorale, ma bisognava evitare di incoronarmi come il candidato di un partito. A questo punto era necessario che i discorsi che erano venuti avanti a livello di gruppi informali quagliassero in una iniziativa unitaria per la scelta e la designazione di un candidato.

Nacque così l’assemblea dell’albergo Filadelfia della domenica 8 maggio mattina, convocata da un gruppo di giovani esterni ai partiti come Lino Natoli, Emanuele Merenda, Mimma Sparacino ed altri. Da questa assemblea, a grande maggioranza, uscì la designazione della mia candidatura. Si era ormai praticamente alla vigilia della presentazione delle liste e delle candidature e quindi bisognava affrettarsi scegliendo una denominazione, un simbolo, una lista di nomi per il Consiglio, alcuni nomi per la Giunta, una strategia elettorale.

Anche dall’altra parte si era compiuta la scelta e candidato del Polo sarebbe stato Michele Fusco e già circolavano per il paese tutta una serie di notizie incontrollabili e per lo più vere e proprie leggende metropolitane come quelle sulle pressioni che la Guardia di Finanza stava operando su commercianti e professionisti, salvo poi non trovare chi si assumesse la responsabilità di una denuncia. Ognuno l’aveva saputo da un altro e quest’altro da un altro ancora. Devo dire, in tutta sincerità, che queste dicerie non mi hanno minimamente preoccupato sia perché non avevano  alcun riscontro serio, sia perché i problemi che creava al Polo la candidatura di Fusco erano ben superiori alla sua forza intrinseca. Intanto non ci sarebbe stata la candidatura di Aldo Natoli che poteva creare problemi nel nostro schieramento ed, invece, si aprivano possibilità di dialogo con un’area, forte soprattutto a Canneto, che investiva una grossa sacca di consensi attribuiti a Totò D’Alia.

Creava invece problemi e preoccupazioni la candidatura di Mariano Bruno che qualche giorno dopo l’Assemblea del Filadelfia veniva annunciata. Su che forze si fondava? Indubbiamente una parte dei popolari ed il gruppo del Centro Studi, ma anche su elettori e gruppi che lo avevano visto all’opera come Sindaco e stimavano il suo attivismo e mai avevano digerito  la sua “defenestrazione” giudicata una “prepotenza” di D’Alia. Venuta meno la candidatura Natoli, era Bruno che incideva sul mio elettorato potenziale. Ma in modo diverso e forse più preoccupante. Tutto sommato il seguito di Natoli era un elettorato che per la gran parte aveva votato per il Polo alle politiche, mentre l’elettorato di Bruno investiva quel cinquanta per cento di suffragi che avevo guadagnato io. Rappresentava una scissione dello schieramento del Patto per l’Italia che aveva gestito la mia campagna a Lipari.

La campagna elettorale fu generosa, vivace anzi infuocata e senza esclusione di colpi. Dibattiti in televisione anzi sulle due televisioni locali che allora si contendevano l’audience e cioè la ruspante Videolie di Piero Giannò e la più professionale Teleisole di Enzo D’Ambra gestita dalla Bartoccelli e da Bartolino Leone; dibattiti sulle piazze, comizi dai balconi, volantinaggi, incontri nelle case, incontri fra gruppi di interessi (artigiani, geometri, lavoratori della pomice…). Una campagna condotta in un clima di forte aggressività. Aggressività da parte mia che mi ritenevo investito della missione storica di liberare le Eolie da un sistema clientelare ed asfissiante, da un coacervo di interessi personali e familiari che si sovrapponevano fino a fagocitare la ragione pubblica, da una rete di favori che legavano, in una catena ferrea, il contadino, l’operaio, l’artigiano, l’impiegato, il pescatore, il disoccupato. Li legavano in particolare all’onorevole Totò D’Alia che – oltre a dominare politicamente il collegio (e non solo il collegio) come aveva dimostrato alle politiche –  aveva forti capisaldi nelle Eolie, a cominciare dall’apparato comunale ed ospedaliero. Questa era la voce circolante suffragata da mille episodi raccontati che rimanevano al livello del pettegolezzo, ma raramente arrivavano alla denuncia politica.

Un’aggressività molto ingenua ed imprudente, la mia, rivista a oltre dieci anni di distanza. E comunque uno stato d’animo sbagliato che può entusiasmare ed eccitare le piazze, ma difficilmente permette di costruire per il lungo periodo. Senza trascurare che finisce col demonizzare l’avversario trasformandolo in nemico, cosa che in politica non deve mai avvenire perché si finisce con l’inficiare la dialettica democratica.

Sono cose che sapevo in teoria ed avrebbero dovuto essere metabolizzate nella pratica, ma io di pratica politica non ne avevo alcuna. Cose che imparai strada facendo, a mie spese, cercando di rimediare, almeno per la mia parte, alle contrapposizioni rigide e frontali che continuarono a prodursi anche nei primi anni di amministrazione. Ed è stato anche per questo che via via ho rinunciato a tutte le querele – che pure avevano la possibilità di andare a buon fine – sporte verso Videoelie che, per un lungo periodo, fece contro di me una campagna ingiusta e denigratoria.

Quindi una campagna aggressiva da parte mia e soprattutto rivolta verso il Polo e D’Alia in particolare. Ma anche una campagna aggressiva da parte di Bruno su due fronti, verso D’Alia a cui addebitava molte delle cose che non era riuscito a concludere nella sua Amministrazione, e verso di me che riteneva lo avessi tradito.

Le previsioni su Fusco si avverarono. Non riuscì ad andare al di là dei voti che D’Alia aveva preso a Lipari alle politiche (anzi ne rimase decisamente sotto). Ma i voti del centro e della sinistra ce li dividemmo Bruno ed io. Anzi ci dividemmo soprattutto quelli che alle politiche si erano orientati su di me come candidato del Patto per l’Italia. Nel ballottaggio, quindici giorni dopo, io battei Bruno di una lunghezza, poco più di cento voti, cosa che rese probabilmente più amara per lui la sconfitta e quindi l’uscita di scena da un’arena su cui aveva puntato molto per un riscatto personale dopo quella “defenestrazione” che aveva giudicato profondamente ingiusta[11].

Questo primo successo, per quanto importante, era zeppo di incognite a cominciare dal fatto che per la legge elettorale siciliana allora in vigore si votava separatamente per il Sindaco ed i Consiglieri, ed il successo del Sindaco non si traduceva in maggioranza nel Consiglio. Così il Polo che aveva vinto al primo turno poteva contare in Consiglio su 14 consiglieri mentre la mia lista “Una Speranza per le Eolie” solo su 6 su 20. La lista di Bruno rimaneva fuori dal Consiglio.

I quindici giorni che vanno dal primo al secondo turno sono probabilmente sempre frenetici, ma in questo caso lo furono in maniera particolare perché i giochi erano apertissimi. Infatti che cosa avrebbe fatto Bruno? Avrebbe accettato degli accordi? E con chi? Avrebbe dato indicazioni di voto?

Due furono gli eventi più significativi che accaddero nell’intervallo: l’alleanza col gruppo di Aldo Natoli e la trattativa col gruppo di Mariano Bruno.

Il primo contatto col gruppo di Aldo Natoli avvenne attraverso Pinuccio Spinella, suo cognato. Vi era stato un dibattito a Teleisole sulla politica giovanile e si era parlato di una cooperativa giovanile per la produzione di capperi che non riusciva a decollare perché osteggiata da aziende del settore già affermate. Io naturalmente avevo espresso tutta la simpatia e l’attenzione per una iniziativa di giovani. Spinella mi chiese di ascoltare anche la versione di “una delle aziende del settore già affermata” ed io acconsentii. Non avevo, dissi, alcun partito preso se non l’interesse della comunità eoliana, inoltre era mia convinzione che nelle Eolie ci fosse largo spazio per una nuova imprenditoria e che bisognava evitare, ad ogni costo, logiche di cannibalismo. Fu quello il primo di una serie di incontri che permise di aggregare al movimento un gruppo importante ed elettoralmente significativo soprattutto di Canneto irrobustendo la nostra presenza nella cittadina che contava già, fin dall’inizio, sull’impegno di Lucio Costanzo e Claudio Merlino. Fra le altre cose, questo inserimento, ci guadagnò anche un’attenzione più benevola e partecipativa dell’altra televisione locale, Videoeolie, permettendo di riequilibrare così l’ostilità di sostanza di Teleisole mascherata dietro una apparente neutralità.

Non andarono a buon fine invece gli approcci col gruppo di Mariano Bruno. Ci furono diversi incontri e ad un certo punto sembrò che si fosse ad un passo dall’accordo. Bruno sarebbe divenuto vice sindaco, in più al suo gruppo sarebbe andato un assessorato ed un posto di esperto. Devo dire onestamente che era una soluzione che, nel movimento, non tutti vedevano di buon occhio. Molti non erano convinti della disponibilità di Bruno a chiudere con le polemiche del recente passato e temevano un’azione ostruzionistica dall’interno che avrebbe indebolito l’azione amministrativa. Ma la posta in gioco pretendeva di correre questo rischio e quindi dubbi e preoccupazioni rimanevano a livello di chiacchiericcio, senza mai tradursi in una precisa presa di posizione. Con ogni probabilità, perplessità e dubbi vi erano anche nel gruppo di Bruno; forse qui vi erano anche difficoltà a designare l’assessore che si sarebbe occupato dell’urbanistica e quindi del Piano Regolatore. Fatto sta che dopo due o tre incontri furono loro a sciogliere negativamente la riserva. L’accordo non si sarebbe fatto, ma i voti di Bruno rimanevano importanti e decisivi per cui era fondamentale una campagna rivolta agli elettori che l’avevano votato e che avevano con noi, un punto fondamentale in comune: la volontà di rompere col passato.

I giorni che andarono dal 13 al 26 giugno furono intensi, ricchi di iniziative e di manifestazioni segnati da una partecipazione crescente di sostenitori e simpatizzanti. Mai Lipari  aveva visto una tale mobilitazione e forse sarà difficile che si possa ripetere in futuro. È in questi giorni che cresce e si struttura il movimento, che si delinea il suo gruppo dirigente, che si comincia a strutturare la Giunta. Le decisioni, anche le più difficili, vengono prese in assemblea. Così è per la designazione di Aldo Natoli a vicesindaco che sarà una delle scelte più felici e fondamentale per i primi due anni di governo amministrativo. La candidatura viene avanzata da alcuni amici come Alfredo Biancheri e Claudio Merlino. Inizialmente io ero un po’ titubante perché vi erano molte resistenze fra i più giovani che gli rimproveravano di essere arrivato solo dopo il primo turno quando la candidatura aveva mostrato una sua solidità. Poi mi convinsi che era la scelta giusta e la proposi in una assemblea pubblica organizzata al campeggio di Canneto; la proposta passò con una grande ovazione. Natoli, che sapeva delle perplessità, rassicurò tutti della sua lealtà e grande disponibilità e devo dire che non ci furono più obiezioni e che per i due anni che egli rimase al mio fianco nessuno ebbe mai nulla da ridire su lealtà e disponibilità.

Al ballottaggio voteranno circa 500 elettori in meno ( 6.591 anzicché 7147); a Giacomantonio andranno 3530 suffragi pari al 53,56% ed a Michele Fusco 2.811 pari al 42,65%. Si potrebbe dire che dei 2100 voti che Bruno aveva attenuto al primo turno, oltre 1300 si erano indirizzati su Giacomantonio ed i rimanenti si erano quasi equamente divisi fra l’astensione e Fusco.

NOTE


[1]     L’autore proveniva da una lunga esperienza come dirigente nazionale delle ACLI dove si era occupato, fra l’altro, dei problemi dello sviluppo e delle riforme istituzionali.

[2] Richard Bach, Il gabbiano Jonathan Livingston  -Jonathan Livingston seagull, 1970 -, traduzione di Pier Francesco Paolini, Rizzoli, 1987.

[3] Uccellacci e uccellini è un film del 1966 diretto da Pier Paolo Pasolini, interpretato da Totò e da, presentato in concorso al 19º Festival di Cannes.

[4]     Di  relazioni semestrali relative alla Amministrazione Giacomantonio, ne sono state pubblicate 13 in mille esemplari distribuiti ai cittadini oltre che ai Consiglieri comunali. Una quattordicesima redatta a nome del Vice Sindaco e presentata al Commissario straordinario dopo la decadenza del Sindaco e lo scioglimento del Consiglio, è rimasta inedita. Le relazioni si compongono di una parte introduttiva scritta dal Sindaco e da due appendici. La prima appendice comprende le relazioni degli assessorati e degli uffici fra cui per la puntualità e la regolarità spicca quella dell’Assessorato all’ecologia ed alla protezione civile, l’elenco delle missioni del Sindaco fuori sede con le spese sostenute, le relazioni degli esperti e delle società e centri collegati. La seconda appendice comprende la pubblicazione dei documenti più significativi del semestre. Qui, delle relazioni semestrali, vengono pubblicate solo le parti introduttive scritte dal Sindaco.

[5] Pumex è la società di cui D’Ambra era presidente e praticamente ormai la sola esistente a Lipari (giacchè l’altra, l’Italpomice di Acquacalda ne è, di fatto, una collegata).

[6]     La manifestazione all’ex cinema Eolo di Lipari si tiene il 5 maggio 1991 alle ore 10 per “continuare il confronto con i cittadini sul futuro e lo sviluppo delle nostre isole”. In quell’occasione è stato presentato anche lo Statuto ed il Programma. Invitato, Mons. Miccicché fa pervenire una lettera di augurio e di sostegno. Fra l’altro nella lettera si legge:  “Oggi voi vi scuotete dal torpore che poteva risultare letale, vi ponete con responsabilità davanti ad un futuro incerto e nebuloso, carico di incognite e volete operare da protagonisti e non da trainati, intendete scegliere il vostro domani, dando una virata alla rotta clientelare, frammentaria, disgregante della politica di questi ultimi anni”.

[7]     L’elezione del Consiglio Comunale avviene il 16 giugno 1991. La lista dello scudo crociato prende 16 consiglieri (la maggioranza sufficiente per governare), gli “andreottiani” sotto il simbolo del “Vascelluzzo” ne ottengono 8. Due vanno alla Rete (Favaloro e Cincotta), uno al PDS (Maggiore), due a “Partecipazione e Trasparenza” (Longo e Fumia), uno al PSI (Cassarà). Il 23 settembre riunione congiunta dei due gruppi DC col segretario provinciale. Giacomantonio rende pubbliche le dimissioni da capogruppo. Il 13 dicembre dimissioni della Giunta Bruno. Il 24 gennaio 1992 elezione della nuova Giunta Bruno con due “andreottiani”. Il 21 aprile Consiglio Comunale a Ginostra sul problema dello scalo. Il 20 giugno rieletto Giacomantonio capogruppo dopo le dimissioni del settembre 1991. Fra il 5 e il 10 luglio la ricomposizione della DC si frantuma in Consiglio Comunale. Giacomantonio ripresenta le dimissioni. Il 14 luglio le ACLI esprimono un giudizio duro sul Consiglio. Prima dello scioglimento però, sostengono, è bene aspettare la nuova legge elettorale. E’ necessaria una verifica. Il 14 settembre il Sindaco Bruno rimette il mandato alla decisione del gruppo DC. Il 20 e il 26 settembre, due riunioni del gruppo che discutono e poi approvano un documento di critica ed autocritica preparato da Giacomantonio e altri. Il documento è approvato all’unanimità e Giacomantonio ritira le dimissioni. Il 17 ottobre il gruppo consiliare DC approva all’unanimità il documento programmatico di base della nuova amministrazione e per acclamazione designa a Sindaco il prof. Tommaso Carnevale che accetta con riserva. L’1 novembre Carnevale non riuscendo a comporre la Giunta scioglie negativamente la riserva. Il 16 novembre viene definita una Giunta di transizione, in attesa della nuova legge,  presieduta da Carnevale con tre obiettivi programmatici: lo statuto, il piano regolatore, il riordino dei servizi comunali. Sono le condizioni minime poste da Giacomantonio per continuare a fare il capogruppo.  Il 9 gennaio 1993 il Consiglio Comunale approva all’unanimità lo Statuto. Il 16 marzo Giacomantonio ripresenta le dimissioni. Il 3 aprile nella riunione di gruppo Giacomantonio propone una giunta di solidarietà comunale a termine (8 mesi), che viene ignorata. Il 20 aprile Giacomantonio invia una lettera al Sindaco Carnevale in cui afferma che le dimissioni sono ineluttabili, ma non vuole renderle pubbliche immediatamente per non intralciare il lavoro sul PRG che sta procedendo positivamente. Il 23 aprile i progettisti presentano lo schema di massima del PRG e fra il 29 e il 30 maggio si svolgono ben cinque assemblee per la sua verifica con la popolazione. Il 17 giugno si ha un Consiglio Comunale di scontro durissimo sullo schema di massima. Il 28 luglio i tre aclisti (Giacomantonio, Paino e Saltalamacchia) abbandonano il gruppo DC e costituiscono ufficialmente il gruppo ACLI in Consiglio. Il 3 ottobre il Consiglio Comunale approva la delibera-quadro relativa alle modifiche dello schema di massima del PRG. È una riunione infuocata che si conclude con le dimissioni da Sindaco Tommaso Carnevale. 23 novembre: firmato il protocollo di intesa per il rinnovo del contratto di lavoro del settore pomice. 27 novembre: viene eletta una nuova amministrazione con Sindaco l’avv. Emanuele Carnevale. L’1 dicembre Carnevale viene arrestato con grande clamore per motivazioni che riguardano la sua professione forense (e che in seguito si riveleranno infondate). Comunque, quando si verifica, il fatto crea grande impressione e sono in molti anche dentro la DC a chiedere le sue dimissioni. Il 20 dicembre, Giacomantonio, Paino e Saltalamacchia presentano le dimissioni da Consiglieri comunali. Il 22 i dimissionari salgono a 12. Il 24 il loro numero è salito a 17 e quindi il Consiglio è di fatto decaduto.

[8]     Gli incontri per la progettazione di Questreolie cominciano il 14 marzo e l’11 aprile esce il primo numero che porta come sottotitolo “ Il giornale della gente”. Alla sua presentazione ufficiale presso il Centro Studi intervengono Giacomantonio, il prof. Marcello Saija, la prof.ssa Santina Giambò e Mons. Francesco Miccicché. Il 20 luglio viene ufficializzato il progetto turistico “Natale alle Eolie” che avrà una buona accoglienza da parte della Regione ed il pieno disinteresse dell’Amministrazione comunale. A fine gennaio del 1994, dopo 17 numeri, il giornale sospende le pubblicazioni.

[9]    Indicativi alcuni titoli: “Emergenza alle Eolie”, “Attendendo il Piano Regolatore”, “Palazzetto dello sport addio”, “Come difendere Ginostra”, “Che fare per le terme di San Calogero?”, “Acquacalda aspetta il museo della pomice”, “Per il Parco delle Eolie”, “Vulcano: la risorsa dei fanghi”, “C’è un futuro per la pomice?”, “Valorizziamo il Caolino”, “A proposito di aliscafi”, “Cronache del Palazzo: fra marescialli e gattopardi”, “Turismo d’inverno”, “Una ipotesi: l’acquacoltura”, “La ‘carta’ di Lipari”, “Spostare gli aliscafi. Si, ma…”, “IL caos di via Balestrieri”, “Il turismo va organizzato”, “Salviamo la torre di Mendolita”, “Settanta incendi a Lipari”, “Pensando a nuovi indirizzi scolastici”, ”Anche le sorgenti sono risorse”, “Vivere le Eolie da universitari”, “Rifiuti e …stili di vita”, “L’agricoltura del nostro futuro”, “I giovani e il ‘nuovo possibile’ “, “La pesca, una carta vincente”, “Lavorare la ceramica a Lipari”, “La biblioteca dei Cappuccini”, “Per non morire di immondizia”, “Eolie al femminile”, “La tragedia dell’Italpomice”, “Viaggio nel disagio sociale: inquilini del cimitero”, “Se il turismo va in crisi..”, “Il nodo dell’abusivismo”, “San Calogero: che fare?”, “Un centro sociale come casa dei giovani”, “PRG in dirittura d’arrivo?”, “Emergenza ambiente”, “Quelle spiagge non più bianche”, “Nel turismo il futuro di Acquacalda”, “Pumex: nulla di nuovo”. “Quella domanda di verde”, “La gente discute il Piano”, “Volontari per l’ambiente”, “Amare i poveri a Lipari”, “Per la pomice agosto di fuoco”, “Scoperto un nuovo tesoro archeologico”, “Tutti a mare con ordine”, “Evitare ora la crisi per votare a primavera”, “Braccio di ferro per l’Italpomice”, “Anche per lo smaltimento dei rifiuti occorre managerialità”, “Quando i vicoli si animano”, “Una alleanza per cambiare”, “Obiettivo: una stagione di sette-otto mesi”, “Giuseppe Sinopoli si racconta”, “Valorizziamo il centro storico”, “Quel torrente Calandra è una minaccia”, “La biblioteca come motore culturale della comunità”, “Il lungo inverno dei giovani”.

[10]   Nelle Eolie contando anche i voti di Salina, superai D’Alia di qualche decina di voti, nelle isole del Comune di Lipari invece D’Alia (Polo) ottenne 2499 voti, Amendolia (Progressisti) 1130 ed io (Patto per l’Italia) 2489. L’importanza di questo voto risalta ancora di più se si verificano i voti dei partiti al proporzionale. Mentre la somma del PPI e del Patto per l’Italia, che erano i due maggiori partiti di centro, raggiungevano a malapena 1306 voti, quindi oltre mille voti sotto quelli da me conquistati, Forza Italia da sola (senza contare il Movimento sociale e il CCD) vantava 2606 voti e cioè oltre cento in più di quelli andati a D’Alia. Grosso modo si può dire che ci furono circa mille elettori che nelle Eolie scelsero me al maggioritario, ed i partiti del Polo al proporzionale.

[11]   Al primo turno che si tenne il 12 giugno Fusco conquistò 2357 voti (D’Alia ne aveva avuti 2499) contro i 2952 conquistati dai consiglieri del Polo, Bruno 2100 ed io 2204. Tenendo conto che fra le politiche e le amministrative gli elettori erano aumentati di circa mille unità, la somma dei voti di Bruno e Giacomantonio superararono largamente quelli miei del 27 marzo, rendendo più significativa – anche sotto questo aspetto – la limitata affermazione di Fusco.

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