Una Via Crucis per pregare e meditare

Processione

La Via crucis è una preghiera a cui molte anime sante erano particolarmente legate. Madre Florenzia la recitava tutti i giorni assieme al Rosario e Santa Faustina Kowalska scrive nel suo Diario facendo parlare Gesù: “Ogni volta che senti l’orologio battere le tre, ricordati di immergerti tutta nella Mia Misericordia, adorandola ed esaltandola …In quell’ora cerca di fare la Via Crucis”.

Introduzione

La Via Crucis, nella sua accezione letterale, è il cammino percorso da Nostro Signore Gesù Cristo, il Venerdì Santo, quando, portando la croce, si recò dal Pretorio al Golgota. La trama è fornita dagli Evangelisti: Matteo 27, 22-61; Marco 15, 1-47; Luca 23, 1-56; Giovanni 19, 1-42.
L’esercizio della Via Crucis consiste dunque propriamente nel ripercorrere, fisicamente o idealmente, la stessa strada seguita da Cristo a Gerusalemme – dal luogo del suo arresto – il giardino del Getsemani – fino a quello della morte ignominiosa sul monte Calvario, partecipando in spirito alle sofferenze da lui patite nel corso di questo tragitto.
La devozione alla Via Crucis comprende 14 stazioni a cui , recentemente, qualcuno ne aggiunge una quindicesima dedicata alla Resurrezione. Essa costituisce l’ultimo anello di una lunga catena di pratiche e devozioni particolari in onore della passione, che si sono succedute e compenetrate nel corso dei secoli.
La devozione alla passione è antica quanto il cristianesimo, giacché è iniziata ai piedi della croce, nel cuore della madre, degli intimi e dei familiari di Gesù che partecipavano alle sue sofferenze e alla sua morte. E, da allora in poi, la passione e la morte di Cristo sono sempre state considerate come uno degli elementi essenziali della pietà cristiana e il centro di tutte le altre devozioni.
Ma a quando risale la pratica della Via Crucis nello spirito in cui ogni anno nella Quaresima la si ripete in moltissime chiese?
Un primo abbozzo risale sicuramente a non prima dell’inizio del secondo millennio, prima ci sono solo leggende.
Quello che esisteva nei primi secoli a Gerusalemme era il culto dei luoghi santi, con una processione che aveva due tappe fondamentali: il Calvario e il Santo Sepolcro. Tutti i racconti dei pellegrini sono precisi e unanimi in proposito.
Nel corso dei secoli questa processione si amplia e si arricchisce e certamente esercita una certa influenza sulle origini della Via Crucis. Possiamo dire quindi che la devozione della Via Crucis esisteva già in maniera embrionale in quella processione? Forse ma solo dopo il primo millennio. Non prima . Perché nei primi dieci secoli, i santi Padri e gli scrittori ecclesiastici hanno visto nel Cristo crocifisso soprattutto il vincitore glorioso, che, con la sua passione e morte, aveva trionfato sull’inferno e sul peccato, aveva liberato l’umanità dai legami del demonio e fondato un regno, che non avrà fine; e così nei loro scritti hanno messo in luce, soprattutto, che Cristo è Dio. I Padri della Chiesa non considerano la Via Crucis come un percorso doloroso, ma piuttosto come una via trionfale, che Gesù ha percorso da vincitore, portando sulle spalle una croce il simbolo della vittoria.

Vie di Gerusalemme

Una Via Crucis come si pratica ancora oggi in molte chiese si deve soprattutto a san Bernardo (1090- 1153) e risale a lui quel taglio compassionevole che l’ha resa popolare fra la grande massa dei fedeli. Una scuola quella di san Bernardo che verrà continuata, dopo di lui, da san Francesco d’Assisi (1181 – 1226) che ne fu il trascinatore ineguagliabile e dal “dottore serafico” san Bonaventura (1217 – 1274). Da quel momento, i libri sulla passione si moltiplicano, e contribuiscono a edificare le anime. Col tempo, in questi racconti sono stati accolti particolari provenienti dai Vangeli apocrifi e da scritti leggendari o addirittura inventati dagli stessi autori, e così nella Via Crucis vengono introdotte alcune stazioni completamente estranee ai Vangeli che alimentano devozioni del tutto particolari.
Si arrivarono a contare il numero di colpi di verga ricevuti dal Salvatore durante la flagellazione, il numero di ferite e di piaghe di cui fu coperto il suo corpo, il numero di effusioni di sangue subite, il numero di lacrime versate, il numero di gocce di sangue, il numero di cadute durante la passione, il numero di spostamenti dolorosi dall’Ultima Cena fino al Calvario, ecc.
Cioè nel XIII e XIV secolo, la devozione compassionevole assume caratteri di un patetismo toccante e di un realismo commovente.
saggio storico

I racconti dei pellegrini, le imitazioni dei luoghi santi, le rappresentazioni delle scene della passione di Cristo, i numerosi vantaggi spirituali legati alla visita dei luoghi santi, tutto ciò stimolava nel popolo il vivo desiderio di fare un viaggio a Gerusalemme. Siccome, però, la maggior parte delle persone non poteva dare seguito a questo grande desiderio, si ovviava visitando i luoghi santi in spirito.
La Via Crucis, così come praticata attualmente, é il punto d’arrivo di una pratica che fu inaugurata da alcuni autori fiamminghi e probabilmente ha ricevuto la sua forma definitiva attuale in Spagna da parte dei frati minori all’inizio del XVII secolo. Dalla Spagna, la Via Crucis a 14 stazioni fu esportata in Sardegna e in Italia, dove fu diffusa dai francescani, che ormai si renderanno protagonisti della Via Crucis a 14 stazioni e opereranno e si sforzeranno di diffonderla in tutti i paesi.
Con lo sviluppo degli studi biblici anche presso i laici, la nascita di gruppi di riflessione, anche interconfessionali, e in particolare, a partire dal Concilio Vaticano II, l’esigenza di riportare questa devozione alle fonti evangeliche liberandola da tutte quelle incrostazioni provenienti dai vangeli apocrifi e da tradizioni spesso leggendarie si fa sempre più strada. E con essa l’esigenza di emendarla anche da quella spiritualità compassionevole che l’aveva caratterizzata fin dalle origini collegandola invece ad una meditazione rigorosa sul significato teologico degli eventi.
Questa Via Crucis, chiamata biblica per distinguerla da quella tradizionale, ebbe il momento di suo massimo riconoscimento nel Venerdì Santo del 1991 quando Papa Giovanni Paolo II cominciò a praticarla. Esempio seguito poi anche dal suo successore Benedetto XV.

Giovanni Paolo II
Quella che qui proponiamo è appunto la Via Crucis di 14 stazioni di Giovanni Paolo II alla quale abbiamo aggiunto la quindicesima stazione della Resurrezione.
Ancora due osservazioni.

La prima. Praticare la via crucis biblica non vuol dire denigrare quella tradizionale. La via crucis cosiddetta compassionevole ha avuto un grande merito storico. In un tempo in cui imperava l’analfabetismo e anche la cultura religiosa era poco diffusa nel popolo questa ha avuto il grande compito di alimentare la fede e la pietà nella gente comune sollecitando il cuore più che la mente. Per questo grandi santi come Bernardo, Francesco e Bonaventura vi si sono dedicati con passione. Ma oggi che il Popolo di Dio è cresciuto nella cultura ha bisogno di una devozione più matura. Ed appunto per questo abbiamo proposto questa Via Crucis biblica.

La seconda osservazione. Visto che abbiamo detto che dedichiamo il libretto a Madre Florenzia, mi si potrebbe far notare che non è questa la Via Crucis che pregava Florenzia. Che la Madre sicuramente seguiva la versione tradizionale perché allora era quella riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa. E’ vero. Ma era tale l’attaccamento di Florenzia a Gesù ed alla sua Passione, un attaccamento non compassionevole ma attento al cuore del messaggio che sicuramente se le fosse stata proposta la versione biblica e con l’autorità del Papa, non avrebbe avuto alcun dubbio ad adottarla. Florenzia si sofferma – specie nel messaggio pasquale del 1952 – sulle sofferenze dell’anima e del corpo di Gesù ma non per sollecitare la compassione di chi vi partecipa, ma per ricavarne la lezione di saper trasfigurare le nostre sofferenze nelle sue che “ha sofferto, per amor nostro, infinitamente di più di quello che possiamo patire noi” e quindi l’insegnamento, come spose fedeli, di saper condividere la sorte dello sposo. E questo, senza crogiolarsi nella commiserazione e nel dolore, ma sapendo guardare oltre, alla Resurrezione. “Il vinto di ieri – ha scritto Florenzia nel messaggio pasquale del 1953 – è il vittorioso di oggi, il morto di ieri sfolgora oggi nella pienezza e nella Sua vita immortale”. Si, a Florenzia sarebbe piaciuta questa Via Crucis senza cadute presunte ed incontri fantasiosi, che guidata dal racconto degli evangelisti ci porta alla Croce ma anche e soprattutto alla Resurrezione.

Lo schema

Lo schema di questa Via Crucis è il seguente:
– Enunciazione della stazione.
– “Ti adoriamo Cristo e ti benediciamo perché con la Tua santa croce hai redento il mondo”.
– Spunti di riflessione e di meditazione sulla stazione.
– Padre nostro.
– “O Sangue e Acqua, che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di Misericordia per noi, confido in Te
Le 15 stazioni:

1. Gesù nell’orto degli ulivi (Marco 14,32-36)
32 Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33 Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34 Gesù disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». 35 Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. 36 E diceva: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu».

2. Gesù, tradito da Giuda, è arrestato (Marco 14,45-46)
45 Allora gli si accostò dicendo: «Rabbì» e lo baciò. 46 Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono.

3. Gesù è condannato dal sinedrio (Marco 14,55.60-64)
55 Intanto i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano.
60 Allora il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 61 Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?». 62 Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo
seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo».
63 Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? 64 Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte.

4. Gesù è rinnegato da Pietro (Marco 14,66-72)
66 Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote 67 e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». 68 Ma egli negò: «Non so e non capisco quello che vuoi dire». Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò. 69 E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è di quelli». 70 Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro: «Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo». 71 Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo che voi dite». 72 Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte». E scoppiò in pianto.

5. Gesù è giudicato da Pilato (Marco 15,14-15)
14 Ma Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Allora essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». 15 E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

6. Gesù è flagellato e coronato di spine (Marco 15,17-19)
17 Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. 18 Cominciarono poi a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». 19 E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui.

7. Gesù è caricato della croce (Marco 15,20)
20 Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

8. Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la croce (Marco 15,21)
21 Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce.

9. Gesù incontra le donne di Gerusalemme (Luca 23,27-28)
27 Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. 28 Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli».

10. Gesù è crocifisso (Marco 15,24)
24 Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere.

11. Gesù promette il suo regno al buon ladrone (Luca 23, 39-43)
39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». 40 Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? 41 Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». 42 E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 43 Gli rispose: “In verità ti dico: oggi con me sarai in paradiso”.

12. Gesù in croce, la madre e il discepolo (Giovanni 19,26-27)
26 Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». 27 Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

13. Gesù muore sulla croce (Marco 15,33-39)
33 Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. 34 Alle tre Gesù gridò con voce forte: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 35 Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Ecco, chiama Elia!». 36 Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce». 37 Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
38 Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso.
39 Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!».

14. Gesù è deposto nel sepolcro (Marco 15,40-46)
40 C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41 che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.
42 Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, 43 Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. 44 Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. 45 Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. 46 Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro

15. Gesù risorge dai morti (Matteo 28, 1-10).
1 Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. 2 Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. 3 Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. 4 Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. 5 Ma l’angelo disse alle donne: «Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. 6 Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. 7 Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto». 8 Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli.
9 Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: «Salute a voi». Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno».

Spunti per riflettere e meditare

Prima stazione. Nella sera del Venerdì santo, dopo la lavanda dei piedi e dopo l’istituzione dell’Eucarestia Gesù non ha più niente da insegnare ai discepoli. Può dedicarsi completamente al grande atto della sua missione: l’assunzione su di sé del peccato degli uomini per sconfiggerlo. E per questo che rivolto a Giuda dice : quello che devi farlo fallo in fretta. Metti in moto le schiere del male che io sono pronto allo scontro.
Von Balthasar ha scritto che il diavolo “è assente da tutta la storia della passione la quale si gioca solo tra il Padre e il Figlio; ciò di cui si tratta qui è di portare il peccato del mondo (Gv 1,29) e con questo avvenimento – senza lotta esplicita – la potenza avversaria è ‘disarmata’ (Col 2,159 ”( H.U. von Balthasar, La teologia dei tre giorni, pag. 99). E’ vero, ma il diavolo presidia ugualmente tutta la storia della passione perché spera che l’uomo Gesù non resista alla sofferenza e riesca ad avere in qualche momento la supremazia sul Figlio abbandonando la croce o chiedendo di scendere da essa o quanto meno decida di non subìre più la sofferenza. Certo il diavolo sarà costretto a fare un po’ da comprimario ed avrà un ruolo marginale perché i due attori principali sono il Padre e il Figlio.
Questo il Figlio lo ha compreso bene nel Getsemani, anzi ancor prima, come testimonia Giovanni (12,20 36). La missione che lui ha accettato liberamente e per la quale si è spogliato della divinità è giunta al culmine. Ora l’autocompresione che l’uomo Gesù ha della missione e della sua vera natura è praticamente completa.
Ed è proprio la mattina della domenica delle palme che egli annuncia che “è venuta l’ora” tanto attesa e tanto temuta (12,23). Ed aggiunge “Adesso l’anima mia è turbata”( 12,27). E von Balthasar ci ricorda che il termine usato per indicare questo turbamento è taraché che “sta a significare che colui che è venuto per vincere la morte si lascia totalmente afferrare dalla consapevolezza della violenza, dell’ostilità, del carattere antidivino di quelle potenze che si trattava di vincere “. Citando Thusing, von Balthasar aggiunge che “ un movimento spirituale prende possesso di Gesù, con una forza che presso gli altri uomini implicherebbe un disorientamento assoluto”.
Un disorientamento che in parte traspare dal monologo riportato ancora da Giovanni: Ora che l’anima mia è turbata, “che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome” (Gv 12, 27-28). Non pensare a me Padre, va avanti nel nostro progetto di redenzione.
E il Padre gli risponde con una voce dall’alto che a molti sembra un tuono: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora”. E Gesù rivolto alla folla commenta: “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,31-32). E’ la grande sfida e il proclama di vittoria finale: “il principe di questo mondo sarà gettato fuori e io attirerò tutti a me”.
Qui, in questo disorientamento-turbamento sta l’origine di quell’angoscia che Gesù prova nel Getsemani e che gli fa sudare sangue. Non è un fatto psicologico ma deriva dal com-patire con i peccatori “poiché i peccati del mondo vengono ‘caricati’ su di lui, Gesù non distingue più se stesso o il proprio destino da quello dei peccatori – e questo tanto meno , come dice Bonaventura, quanto maggiore è l’amore – e sperimenta perciò l’angoscia e il terrore che essi avrebbero dovuto giustamente provare”.
Ma siamo solo all’inizio e Marco, Matteo e Luca ripropongono nel Getsemani il grande disorientamento e per l’ultima volta il Figlio chiede al Padre di allontanare questo calice ma è solo un momento perché è la volontà del Padre che dev’essere compiuta.

Seconda stazione. Il bacio di Giuda è il primo atto dello scontro col principe di questo mondo: il tradimento di un amico, di un discepolo, di un apostolo, di uno di quei dodici è a cui è affidata la missione di annunziare il Vangelo alle genti. E dietro il tradimento di Giuda c’è la fuga degli altri. Il fallimento della missione? L’attacco del nemico è frontale. L’autocomprensione di Gesù e della propria missione, abbiamo detto, è praticamente completa, ma l’uomo Gesù non ha la certezza della vittoria finale. Si getta nella lotta con tutte le sue forze ma non ha la sicurezza totale, quella che aveva manifestato la mattina delle palme, e non l’avrà fino sulla croce.
Si, il tradimento di Giuda è l’arma più micidiale del Nemico. E’ la mossa più pericolosa della grande partita che si gioca sul destino dell’umanità e dell’universo. Giuda è l’amico ed è lo stesso Gesù che glielo ricorda al momento del bacio del tradimento “Amico, con un bacio tradisci il figlio dell’uomo?”.
Riflettiamo con don Primo Mazzolari su questo tradimento, sul suo significato. Riflettiamo sull’azione del Maligno ma anche , come ci invita il parroco di Bozzolo, sulla grande misericordia di Dio.
“Qualcheduno però, – si chiede don Primo i la sera del giovedì santo del 1958 a Bozzolo – deve avere aiutato Giuda a diventare il Traditore. C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male di Giuda, ma che ce lo mette davanti in un modo impressionante: “Satana lo ha occupato”. Ha preso possesso di lui, qualcheduno deve avervelo introdotto. Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze, spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare il Dio dai cuori di tante creature. Questa è l’opera del male, è l’opera di Satana. Ha agito in Giuda e può agire anche dentro di noi se non stiamo attenti. Per questo il Signore aveva detto ai suoi Apostoli là nell’ orto degli ulivi, quando se li era chiamati vicini: “State svegli e pregate per non entrare in tentazione”.
E la tentazione è incominciata col denaro. Le mani che contano il denaro. Che cosa mi date? Che io ve lo metto nelle mani? E gli contarono trenta denari. Ma glieli hanno contati dopo che il Cristo era già stato arrestato e portato davanti al tribunale. Vedete il baratto! L’amico, il maestro, colui che l’aveva scelto, che ne aveva fatto un Apostolo, colui che ci ha fatto un figliolo di Dio; che ci ha dato la dignità, la libertà, la grandezza dei figli di Dio. Ecco! Baratto! Trenta denari! Il piccolo guadagno. Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari. E qualche volta anche ci vendiamo per meno di trenta denari. Ecco i nostri guadagni, per cui voi sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista.
C’è qualcheduno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici. Crede di aver guadagnato il posto, un po’ di lavoro, una certa stima, una certa considerazione, tra certi amici i quali godono di poter portare via il meglio che c’è nell’anima e nella coscienza di qualche loro compagno. Ecco vedete il guadagno? Trenta denari! Che cosa diventano questi trenta denari? “(Nostro fratello Giuda).
“Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, – continua don Primo – io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni. Un corteo che certamente pare che non faccia onore al figliolo di Dio, come qualcheduno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia”. ( da “Nostro fratello Giuda”).

Terza stazione. Oltre che con gli amici di Gesù, l’Avversario opera, nello scontro, anche con gli uomini di comando e di potere: Caifa, Anna ed il Sinedrio in rappresentanza degli ebrei, Pilato in rappresentanza dei Romani, Erode il re della Giudea chiamato in causa dallo stesso Pilato. Prima di tutti i rappresentanti del popolo dell’antica alleanza. E’ è tale il loro comportamento che non si fatica a comprendere perché Dio li abbia messi da parte ed abbia deciso di promuovere una nuova alleanza.
Essi sono chiamati a rendere giustizia e ad emettere sentenze giuste ma sono capaci solo – come dimostra il caso di Gesù – di organizzare congiure e di allestire dei “processi farsa” cercando di formalizzare una condanna a morte che era stata decisa prima.
E che si tratta di un processo irregolare e di una sentenza illegittima – alla luce della Mishnah, la grande collezione delle tradizioni rabbiniche – emerge da una serie di fatti riferiti dai Vangeli. Non è stata formulata alcuna accusa contro Gesù al momento del suo arresto; Gesù ha subito un interrogatorio davanti al Sommo Sacerdote, che era vietato, e, per di più, di notte; il processo davanti al Sinedrio si è tenuto all’alba ed “a porte chiuse” ed in un giorno precedente la festa, quando non era possibile; i Capi dei Sacerdoti, gli Scribi e gli anziani hanno cercato falsi testimoni contro Gesù, le cui testimonianze, per di più, non erano concordanti, e non hanno cercato alcuna testimonianza a suo favore e non hanno consentito a nessuno di parlare a favore di Gesù; l’accusa è stata “cambiata”, da religiosa (Gesù aveva riconosciuto di essere il Cristo e si era equiparato a Dio avendo ammesso di essere il Figlio di Dio e di sedere alla sua destra) a politica ( aver predicato il non pagamento dei tributi a Roma; l’essersi considerato Re dei Giudei; aver sobillato il popolo a ribellarsi contro Roma), quando Gesù è stato portato al giudizio davanti a Pilato. (Lc 23,2-5).
Questa ignominia compiuta dal Sinedrio che rimarrà come un marchio indelebile nella storia dell’umanità non bolla il popolo di Israele ma i suoi capi degeneri, corruttori e corrotti tanto è vero che Dio per dare vita ad una nuova alleanza riparte proprio dal cuore del popolo di Israele. Dice il profeta: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore”. (Is 11, 1).
Ed l’ebreo Gesù, figlio di Davide, chiamato all’epica lotta per riscattare tutto il genere umano.

Quarta stazione. Ma si può resistere all’offensiva dell’Avversario? Si è veramente inermi di fronte alla sua strumentalizzazione? Si può e Pietro ne è un esempio.
L’arresto di Gesù, il suo apparire rassegnato di fronte ai soldati che erano venuti a catturarlo ha scosso profondamente la fede di Pietro come degli altri discepoli. Pietro non fugge come gli altri, ma segue Gesù da lontano, vuol vedere, vuol capire… Come è possibile che quest’uomo che ha ridato la vita ai morti, ha guarito migliaia di malati, ha scacciato centinaia di demoni, ha moltiplicato pani e pesci, ha camminato sulle acque, ha comandato ai venti ed alle onde del mare non abbia mosso un dito per difendersi ed abbia permesso che lo arrestassero…? Com’è possibile?… Possibile che tutto sia finito e che tutto sia stato un sogno, una illusione? Il Regno di Dio? La speranza di giustizia per gli oppressi? La realizzazione della profezia di Isaia?
Pietro si interroga. Vuol capire e non capisce ed intanto una voce lo incalza: “Tu eri col Nazzareno…”. Una, due , tre volte. E per tre volte Pietro nega: no, no, non è vero. “E subito, mentre parlava ancora, il gallo cantò. E il Signore voltatosi, guardò Pietro…” (Luca 22:60,61).
Come Gesù gli aveva predetto nel momento delle sue grandi certezze. Ed è lo sguardo di Gesù che scuote Pietro. Non gli risolve tutti i problemi ma lo richiama alla sua coerenza. Non aveva forse detto che se anche se tutti lo avessero abbandonato lui gli sarebbe rimasto fedele? E’ bastato così poco? Ma l’animo di Pietro è sgombro, non è occupato come quello di Giuda dall’avidità. E mentre lo sguardo di Gesù non è riuscito a penetrare in quello di Giuda al momento del bacio, si fa strada invece in quello di Pietro e lo scuote nel profondo facendolo piangere amaramente e liberandolo dall’influsso del maligno. Ritornerà ad essere lui, Pietro con le sue contraddizioni ma anche con la sua generosità genuina, con i suoi tentennamenti ed i suoi entusiasmi improvvisi e soprattutto con la sua dedizione e la sua fedeltà. La paura l’aveva annichilito e lungo quel varco si era fatto strada l’Avversario, per pochi istanti che gli avevano fatto intravvedere l’abisso su cui si era sporto. Quell’abisso in cui Giuda era precipitato. Ma lui no. Pietro continuerà a seguire Gesù, ancora da lontano, ma non lo rinnegherà più. Entra in una fase di attesa. Qualcosa accadrà, lo sente. Il sogno non è finito. E’ solo più complesso di come lo aveva immaginato. Ha bisogno di meditarci sopra. Quello di Gesù non sarà un percorso sereno e tranquillo ma sa che alla fine sfocerà nella beata speranza.

Quinta stazione. L’altro potente che l’Avversario muove sulla scacchiera del grande scontro è Pilato, il governatore romano. Pilato è importante perché solo i romani possono autorizzare una condanna a morte ed il supplizio barbaro ed infamante della croce. Ed è quello che serve al Maligno e con cui crede di piegare l’uomo Gesù. Pilato è descritto da fonti dell’epoca come “uomo per natura inflessibile, e in aggiunta alla sua arroganza, duro, capace solo di concussioni, di violenze, rapine, brutalità, torture, esecuzioni senza processo e crudeltà spaventose e illimitate”. Ma Pilato non ama il Sinedrio e i suoi capi. Gli brucia ancora la brutta figura e l’umiliazione subìta quando aveva fatto introdurre nel tempio i medaglioni dell’imperatore sui labari dell’esercito, causando una violenta reazione degli ebrei che consideravano quel gesto un sacrilegio ed alla fine, malgrado una brutale repressione, era stato costretto a cedere. E così cerca in tutti i modi di intralciare i loro disegni. Stabilisce un supplemento di istruttoria; chiede al popolo presente di scegliere fra Gesù e Barabba; demanda Gesù a Erode Antipa, il figlio di Erode il Grande che aveva giurisdizione sulla Galilea, la regione in cui Gesù aveva iniziato la sua attività; fa la sceneggiata della lavanda delle mani ma alla fine deve cedere quando Caifa minaccia di appellarsi a Roma. Pilato non ha nessun interesse per Gesù e non può rischiare che questo piccolo agitatore ebreo gli comprometta la carriera. E così lo condanna al supplizio della croce e lo da in mano ai soldati perché lo flagellino.

Sesta stazione. Presso i romani la « flagellazione » precedeva ordinariamente la pena capitale della crocifissione. Era eseguita dai soldati. Il condannato veniva denudato, legato per i polsi ad un palo, in maniera da offrire il dorso ricurvo. I colpi erano dati con uno strumento speciale, chiamato « flagellum ». Era una robusta frusta con molte code di cuoio, le quali venivano appesantite da pal¬lottole di metallo, spesso armate di punte aguzze. Il numero dei colpi era lasciato all’arbitrio dei flagellatori e alla resistenza del paziente.
Il flagellato, condannato alla pena capitale, era con¬siderato come un uomo senza più nulla di umano, un vuoto simulacro di cui la legge non aveva più cura; un corpo su cui si poteva infierire liberamente. Chi subiva la flagellazione romana era ridotto ad un mostro ripugnante e spaventoso.
Ai primi colpi il collo, il dorso, i fianchi, le braccia, le gambe s’illividivano, si rigavano di strisce bluastre e di bolle tumefatte; poi, man mano, la pelle e i muscoli si squarciavano, i vasi sanguigni scoppiavano, e dappertutto rigurgitava sangue. Alla fine il flagellato diventava un ammasso di carne sanguinolenta, sfigurato in tutti i suoi lineamenti. Spesso il paziente sveniva e vi lasciava la vita.
Un chirurgo (il dottor Pierre Barbet, dell’ospedale di Parigi) che ha attentamente esaminato la Sindone ha scritto : dell’opera del ” flagrum ” romano “se ne trovano le tracce in abbondanza sulla Sindone, distribuite su tutto il corpo, dalle spalle all’estremità inferiore delle gambe; la maggior parte sono sulla superficie posteriore, il che dimostra che Gesù era legato con il viso rivolto alla colonna e con le mani fissate in alto, poiché non vi sono tracce sugli avambracci ben visibili; essi non avrebbero mancato di ricevere qual¬che colpo sulla loro superficie posteriore, se fossero stati fissati in basso. Se ne trovano tuttavia in buon numero anche sul petto.
« Bisogna aggiungere che hanno lasciato la loro im¬pronta soltanto i colpi che hanno prodotto un’escoriazione o una piaga contusa. Tutti quelli che hanno determinato soltanto un’ecchimosi non hanno lasciato tracce sul Lenzuolo. Ne ho contate in tutto più di cento, forse centoventi: il che significa, dunque, che vi erano due corregge, circa sessanta colpi, senza contare quelli che non hanno lasciato traccia.
« Tutte le piaghe hanno la stessa forma, quella d’un piccolo manubrio di tre centimetri. I due cerchi rappresentano le palle di piombo; la parte sottile intermedia è la traccia di una correggia. Sono quasi tutte disposte a coppie di due piaghe parallele: e questo mi fa supporre due corregge per flagrum.
« La loro direzione è nettamente orientata a ventaglio, avente come centro la mono di uno dei carnefici: esse sono disposte oblique verso il basso sugli arti inferiori. A questo livello si vedono, sull’impronta anteriore, lunghe strisce oblique, che non possono essere prodotte se non dall’estremità delle corregge. Dopo aver colpito con le loro pallottole i polpacci, esse hanno circondato il margine esterno delle gambe e percosso la faccia anteriore con le loro estremità.
« Diciamo anche che Gesù era interamente nudo. Si vedono le piaghe a manubrio su tutta la regione glutea altrettanto profonde che sul resto del corpo.
« Infine i carnefici dovevano essere in numero di due. Si potrebbe anche calcolare che non erano della medesima statura, dato che l’obliquità dei colpi non è la stessa dai due lati.
Alla luce di queste osservazioni la profezia di Isaia sul “servo sofferente” appare stupefacente:
«Dalla pianta del piede alla testa
non c’è in lui una parte intatta; ma ferite e lividure
e piaghe aperte, che non sono state pulite né fasciate, né curate con olio ».
« Ho consegnato il dorso ai flagellatori,
la guancia ai depilatori; non ho nascosto la faccia
agli oltraggi e allo sputo».
« Disprezzato e reietto dagli uomini
uomo dei dolori familiare con il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
disprezzato, così che non l’abbiamo stimato. Pertanto egli ha portato i nostri affanni,
egli si è addossato i nostri dolori, e noi lo abbiamo ritenuto come un castigato,
percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità » .

Settima stazione. Quelle poche centinaia di metri che separano il Pretorio dal Calvario e dalla croce divengono, in qualche modo, l’epicentro del mondo, lo scenario in cui si gioca non solo il destino dell’umanità ma dell’intero universo creato. Per questo la passione, come abbiamo potuto costatare , è così singolarmente cruenta. D’altronde ai lati del Padre e del Figlio non c’è solo il diavolo con i suoi sodali che scientemente o non scientemente cercano di rendere più gravoso il cammino verso la croce. Ci sono anche tutti coloro che, con lo sguardo fisso alla Passione, hanno offerto nel tempo le loro sofferenze a sostegno del Cristo.
E’ la grande partita ma essa non la si gioca realmente fra il Cristo e l’Avversario. Ha ragione von Balthasar, l’Avversario è ormai fuori gioco e può fare tutt’al più da comprimario. La si gioca fra il Padre ed il Figlio, un padre amorevole ed un figlio obbediente, e l’amore del Padre non è solo rivolto al Figlio ma a tutti gli uomini che vuole amare e da cui vuole essere amato liberamente e per questo ha consentito a questo progetto. Ma anche se il Padre è un Padre amorevole ed il Figlio è un figlio obbediente non per questo si tratta di una partita meno tragica.
Una tragedia che va ingigantendosi lungo la strada perché la sofferenza del Figlio è inclusiva e ad essa si aggiungono le sofferenze degli uomini che dalla Passione in poi accettano di portare la croce col Cristo finchè egli non sarà innalzato.
Il cammino della croce è il cammino per liberare il mondo dalla schiavitù del peccato e dalla morte e per rendere l’uomo libero, capace di redenzione e di vita eterna. La sofferenza di Gesù è una sofferenza che i teologi chiamano vicaria cioè che è assunta in sostituzione dei peccatori. E non si tratta, come ricorda von Balthasar e come abbiamo già osservato, di una sofferenza esclusiva ma inclusiva che vuole condurre altri a soffrire con lui. Divenire cristiani significa pervenire alla croce. Vuol dire che Cristo ha fatto di me un organo della sua redenzione. Ne segue che noi portiamo nel nostro corpo la sofferenza di morte del Cristo e non la nostra sofferenza, per cui come ricorda San Paolo, non la nostra vita, ma “ la vita di Cristo si manifesta nella nostra carne mortale “(2Cor 4, 10 s.).

Ottava stazione. Gesù, carico della croce, camminava a stento. Sotto il peso della trave vacillava, incespicava ad ogni passo; poteva stramazzare a terra e non rialzarsi più. Il centurione era preoccupato, il suo compito era di condurre a termine l’esecuzione della condanna sul Calvario e con Gesù in quelle condizioni sicuramente non ci sarebbe arrivato. Pensò allora di ricorrere alla “precettazione”.
Passava di là un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna dove era stato a lavorare. I soldati lo fermarono e “lo costrinsero” (Mc 15, 21) a prendere la croce di Gesù e a portarla dietro di lui . Non fu quella di Simone una libera scelta, non lo fece volentieri, fu costretto dice Marco. Probabilmente era un pagano visto che aveva dato ai suoi figli nomi pagani: Rufo e Alessandro, comunque uno straniero che proveniva da Cirene una città sul litorale librico e certamente non amava impicciarsi nelle faccende ebraiche soprattutto quando c’erano di mezzo i romani.
La decisione di dare un aiuto al condannato non dovette dispiacere all’Avversario perché avrebbe prolungato il supplizio di Gesù ed ampliato il tempo a disposizione per cercare di piegarlo, ma sicuramente dovette incontrare il favore di Gesù che lo accolse come un aiuto alla sua missione. Niente ci dicono i Vangeli di uno scambio di parole o di sguardi fra Gesù e Simone ma siamo invitati a pensare che la riconoscenza del Nazareno si ebbe a manifestare ampliamente nei mesi ed anni seguenti. Infatti Marco chiama Simone di Cirene padre di Alessandro e Rufo lasciando intendere con questo riferimento che questi erano divenuti cristiani e conosciuti nella comunità e siccome Marco scrive per i Romani e seguì Pietro a Roma Alessandro e Rufo potrebbero far parte della comunità dei cristiani di Roma. Non un membro qualsiasi ma una persona insigne se Paolo nella chiusa della lettera ai “Romani”, incarica di salutare, a Roma, Rufo e la madre sua che l’Apostolo considera madre propria.
Ancora diversi « Atti dei martiri » affermano che Alessandro e Rufo morirono martiri nella Spagna e che Simone di Cirene fu consacrato vescovo da san Pietro, predicò nella Spagna, e, ritornato a Gerusalemme, dopo una santa vita, si spense placidamente.
Costretto ad aiutare Gesù contro la propria volontà il Cireneo diventa il primo che Gesù associa alla sua missione nella fase cruciale dello scontro. Certo questo vuol dire che lungo il tragitto la contrarietà si muta in adesione, l’indifferenza in partecipazione alle sofferenze del Cristo. Questo vuol dire che anche per questo Simone c’è stato uno sguardo di Gesù che è sceso nell’animo in profondità perché non c’era nessun impedimento a contrastarlo.

Nona stazione. Sulla via del Calvario impegnato in questo scontro frontale con l’Avversario, Gesù non parla con nessuno. E’ significativo che faccia un’eccezione rivolgendosi ad un gruppo di donne.
La condizione delle donne in Palestina al tempo di Gesù era di completa subordinazione agli uomini, e venivano considerate degli esseri inferiori. Secondo i rabbini del tempo – e per molto tempo dopo – le donne non avevano il diritto di studiare le Scritture (Torah). Le donne, come i bambini e gli schiavi, non erano obbligate a recitare la preghiera del mattino (Shema), né preghiere ai pasti e nella preghiera quotidiana degli ebrei c’è un triplice ringraziamento: “Sia lodato Dio, che non mi ha creato un gentile; sia lodato Dio, che non mi ha creato donna; sia lodato Dio, che non mi ha creato un uomo ignorante.” Un rabbino considerava il parlare con una donna in pubblico come un atto di perdita della sua dignità.
L’azione di Gesù rappresenta una straordinaria e deliberata decisione di rompere l’odiosa tradizione di Israele contro di loro. Inoltre, le donne divennero discepoli di Gesù, non solo nel senso di apprendimento, ma anche nel senso di seguirlo nei suoi viaggi e nel suo ministero. Un certo numero di donne, sposate e non, sono state regolarmente seguaci di Gesù. In Luca ( 8:1-3), molte sono menzionate nella stessa frase con i Dodici.
In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunziando la buona notizia del regno di Dio. Con lui vi erano i dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti maligni e da malattie: Maria, detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni; Giovanna, moglie di Cuza, l’amministratore di Erode; Susanna e molte altre che assistevano Gesù e i dodici con i loro beni.
Alle donne che per quanto emarginate sono le più sensibili riguardo alle ripercussioni soprattutto sulle loro famiglie Gesù parla di un agire così sconsiderato dei loro capi che perseguitano chi predica l’amore e la pace e forniscono alibi ai dominatori per la repressione. Così Gesù annunzia le sofferenze che si abbatteranno su Gerusalemme in futuro e di cui soffriranno insieme ai loro figli. E se vengono trattati in maniera così disumana gli innocenti, pensino le donne, che cosa sarà di chi avrà impugnato la spada ed avrà combattuto contro i romani.

Decima stazione. Le sofferenze del crocifisso inchiodato sulla croce sono inserite fra due salmi che lui accenna solamente e che la gran parte dei presenti non comprende. Il salmo 22,2 “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” ed il salmo 31,6 “Padre nelle tue mani raccomando il mio spirito” avendo constato che ormai tutto era compiuto. Due salmi che hanno lo stesso significato, ricordare al Padre che lui, il Figlio, ha portato a compimento il proprio compito e che ora toccava a lui intervenire e completare il disegno senza temere che questo atto sia talmente forte da coartare il libero arbitrio degli uomini. Indubbiamente , questa, una preoccupazione forte del Padre fin dal tempo della creazione perché il Padre vuole che lo si ami e gli si ubbidisca liberamente.
Il Cristo che ora ha la piena consapevolezza della sua missione aspetta un cenno di consenso dal Padre per potere affermare che tutto è compiuto. Ecco il dramma è ora al suo culmine, in questo dialogo muto fra il Padre e il Figlio. Ora veramente l’Avversario è fuori gioco, non ha più nessuna carta da giocare. Potrebbe ancora sperare che il Figlio scenda dalla croce, ma sa che non lo farà. Sa che ha perso la partita perché, quando Gesù pronunzia il secondo salmo sa che il Padre lo risusciterà. Vi è solo il tempo per due disposizioni. Il perdono per tutti con la specificazione al ladrone pentito che la sera stessa sarebbe stato con lui in Paradiso come a sottolineare che questo perdono era pieno ed operava da subito per chi si pentiva. Quindi l’affidamento di Maria a Giovanni chiamati ad essere da quel giorno madre e figlio, anzi Maria chiamata ad essere, attraverso Giovanni, madre di tutti e quindi Madre della Chiesa e noi, attraverso la rappresentanza di Giovanni, ad essere figli di Maria e fratelli di Gesù.

Undicesima stazione. Il perdono pieno del ladrone pentito è il punto di arrivo carico di espressività di un comportamento che ha caratterizzato profondamente la missione di Gesù. L’amicizia con i peccatori fu il comportamento che provocò maggiore scandalo ed ostilità nei suoi confronti. Nella storia di Israele non era mai accaduto nulla di simile. Nessun profeta si era avvicinato loro con un atteggiamento di rispetto, amicizia, simpatia.
Gesù era amico dei peccatori, dei pubblicani che vivevano di espedienti quasi sempre poco limpidi e delle prostitute. Non lo era in modo generico, nel senso che non li schivava, che si lasciava accostare, che parlava persino con loro. No, Gesù sedeva persino a tavola con loro, mangiava con loro. E questo sorprende tutti perché in Israele sedersi alla stessa tavola voleva dire fare parte dello stesso gruppo. Per Gesù invece nessuno deve sentirsi escluso dalla sua tavola, non occorre essere puri, non è necessario fare le prescritte abluzioni. Nel regno di Dio tutto dev’essere diverso: la misericordia sostituisce la santità.
Gesù offre ai peccatori, ai pubblicani ed alle prostitute la sua fiducia, la sua amicizia. Li libera dalla vergogna e dall’umiliazione, li riscatta dall’emarginazione. E poco a poco si desta in loro il senso della propria dignità. Forse per la prima volta si sentono accolti da un uomo di Dio e d’ora innanzi la loro vita può essere diversa. Gesù non giustifica il ladrocinio, il peccato, la corruzione o la prostituzione; quello che fa è spezzare il circolo diabolico della discriminazione, aprendo uno spazio nuovo per l’incontro amichevole con Dio, fino ad andare con lui nel suo Regno, in Paradiso come promette al ladrone pentito.

Dodicesima stazione. Gesù ci ha insegnato a pregare chiamando Dio papà e così ha sottolineato che siamo tutti fratelli. Ora, prima di andarsene vuole rinforzare questo messaggio e, per farci sentire veramente parte di una famiglia, ci da anche una mamma, Maria. E chiede a Maria di accoglierci come accoglie Giovanni.
Per tutta la missione pubblica di Gesù, Maria è stata discreta e distante. L’unica volta che compare al suo fianco è proprio all’inizio della sua missione, a quelle nozze di Cana quando lo sollecita e lo spinge a compiere il primo miracolo. Forse riteneva la sua presenza di madre troppo ingombrante, forse non condivideva le amicizie del figlio, forse non le piacevano le persone di cui si circondava, forse non comprendeva alcuni comportamenti…Ma al culmine della missione, quando Gesù è arrestato, processato e condannato Maria è lì e lo seguirà fino al Calvario, fin sotto la croce.
E sotto la croce accetterà in silenzio ed ubbidiente la missione che il figlio le assegna. E se c’è un motivo per cui Maria continua a comparire agli uomini nei secoli e quindi a Lourdes, a Fatima, a Medjugorje non è certo per compiere nuove rivelazioni ma per esercitare la sua funzione materna, per incoraggiarci, per sostenerci, per confortarci, per ammonirci.
Da allora lo stabat mater…dolorosa et lacrimosa non è più presso la croce dum pendebat filius ma presso le milioni di croci su cui sono stesi, lungo la storia del mondo, i milioni di sofferenti che la invocano.

Tredicesima stazione. Infine quella parola “Ho sete” che forse sfuggiva al corpo straziato e febbricitante del quale non voleva controllare in alcun modo la sofferenza o forse era rivolta al Padre del quale non tollerava più l’abbandono anche se apparente e strumentale: ho sete del tuo amore, ho sete della tua vicinanza, ho sete della tua comunione.
Gesù è lì sulla croce morto. Giustamente è stato detto che la croce non viene prima della gloria ma la croce è già la sua gloria. Il Figlio ha dimostrato attraverso Gesù, che l’uomo che ha perso il Paradiso perché si è lasciato tentare ed ha disubbidito, è veramente degno del perdono del Padre perché è capace di soffrire fino alla morte per la redenzione del mondo. “E la gloria di Gesù – aggiunge Balthasar – viene rettamente compresa solo quando viene intesa come gloria del crocifisso che si manifesta nella resurrezione “ .
Dovranno passare i fatidici tre giorni: dovrà concludersi il venerdì, quindi tutto il sabato e finalmente arriverà il mattino del primo giorno dopo il sabato che quindi diverrà la domenica, il giorno del Signore. Intanto, mentre Giovanni e alcune donne sono sotto la croce dolenti e piangenti, forse ancora a meditare le sue ultime parole, mentre altre donne e forse anche Pietro seguono da lontano e gli altri discepoli sono fuggiti e si nascondono, la sua gloria è sottolineata dagli sconvolgimenti della natura e da un centurione romano che non può non esclamare “Davvero costui era il figlio di Dio”.

Quattordicesima stazione. Il sabato è il giorno in cui Gesù è morto e, per quello che è dato sapere, anche per i discepoli egli giace nel sepolcro come tutti i morti. Del cammino che egli compie fra i morti ne hanno parlato i mistici mentre nelle Scritture i riferimenti sono molto scarni ed anche di difficile e controversa interpretazione. Forse il passo più conosciuto è quello della prima lettera di Pietro: “E in spirito egli andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione”(3,19) e più avanti: “è stata annunziata la buona novella anche ai morti, perché pur avendo subìto, perdendo la vita del corpo, la condanna comune a tutti gli uomini, vivano secondo Dio nello spirito”(4,6).
Cristo deve passare attraverso l’Inferno per tornare al Padre; egli deve infatti poter vedere completamente l’ampiezza dell’opera da lui compiuta. “Se il Padre deve essere considerato il creatore dell’umana libertà, con tutte le conseguenze prevedibili!, – osserva Von Balthasar – allora anche il giudizio e l’ ‘inferno’ appartengono originariamente a lui e se egli manda il figlio nel mondo per salvarlo invece di giudicarlo e a lui ‘rimette tutto il giudizio’ (Gv 5,22), allora deve introdurlo, in quanto incarnato, anche nell’ ‘inferno’ (come suprema conseguenza della libertà umana). Questa introduzione è necessaria se ‘i morti devono ascoltare la voce del figlio di Dio’ e, ascoltandola, ‘vivere’ (Gv.5,25).
Il Figlio deve ‘osservare quanto di imperfetto, di deforme, di caotico c’è nell’ambito della creazione’ per riportarlo, in quanto Redentore, sotto il suo possesso”: in quanto evento trinitario il cammino verso i morti è necessariamente un evento salvifico. Ed un evento salvifico non si può limitare a priori. Sostenere che non c’é rimediabilità all’inferno vero e proprio vorrebbe dire che questo inferno è rimasto fuori dalla portata di Cristo. Ma per questa limitazione non c’è nessun riferimento biblico né indicazione dettata dalla ragione. Si può dire che Cristo con la sua esperienza dell’inferno, lo ha svuotato e, perciò, tutta la paura della dannazione è privata di contenuto? Possiamo solo dire con Origene che nell’essere con i morti Cristo introduce, in quello che potrebbe essere raffigurato come il fuoco dell’ira divina, il fattore della misericordia. Possiamo sperare nella salvezza di tutti, ma di fatto non possiamo sapere se tutti si salveranno. La libertà di Dio, così come la libertà dell’uomo sono un mistero insondabile. L’unica risposta sulla base della testimonianza biblica è che la misericordia di Dio mantiene aperta una possibilità di salvezza per ogni essere umano, che è in linea di principio disposto a convertirsi e si pente della propria colpa, anche se tale colpa fosse enormemente grande ed egli avesse sprecato tutta la propria vita precedente.

Quindicesima stazione. La Resurrezione è un evento discreto: essa non avviene “davanti a tutto il popolo, ma solo davanti a testimoni preordinati da Dio “(At. 10,41). Così come l’incarnazione e la nascita. Forse qui a maggior ragione. Quale era uno dei nodi più controversi che il Padre ed il Figlio discussero fin dal Getsemani fin sulla croce? Proprio il fatto che una risurrezione per l’eternità era un atto così forte e clamoroso che avrebbe rischiato di coartare la libertà dell’uomo. Se fosse avvenuta dinnanzi al popolo, dinnanzi alle guardie, dinnanzi ai romani chi avrebbe più potuto negarlo? E però questo evento portentoso doveva garantire anche che coloro che avessero voluto credervi avrebbero trovato i riscontri, per quanto impervi, per quanto difficili.
Cristo si manifesta – osserva von Balthasar – entrando nel nascondimento. “Voi mi cercherete ma non mi troverete “ (Gv 7,34), “a partire da adesso non mi vedrete più”(Mt 23,39). Anche ciò che lo Spirito rivelerà di lui nella storia, rimarrà sempre segno di contraddizione e non si affermerà mai in maniera diretta o adialettica nella storia del mondo.
Al momento decisivo, quando Gesù fu arrestato e giustiziato, i discepoli non nutrivano certezza alcuna che potesse esserci una resurrezione. Anzi ciò che li invade è un senso di fallimento e di paura. Per questo fuggono lontano e quasi tutti sono lontani dal Calvario quando avviene la crocifissione. Dovette intervenire qualcosa che in poco tempo provocò il cambiamento radicale del loro stato d’animo, e li portò ad una attività del tutto nuova e alla fondazione della chiesa. Questo qualcosa – dice il teologo Dibellius – è il nucleo storico della fede di Pasqua”. Non poteva essere la testimonianza delle donne a risvegliare la fede senza vita dei discepoli, ma solo il Risorto stesso che dà ad essi, con la sua persona, il Dio vivo. Una forza di convincimento e di conversione spinge i discepoli, per la prima volta, alla confessione della divinità del Risorto che non poteva avvenire prima di Pasqua. Solo la presenza di Cristo vivente in mezzo a loro legittima gli anni della predicazione ed il fatto che Gesù è il Signore, il Messia. Quindi un fatto reale non una visione, non un fenomeno psicologico. Così a partire dall’avvenimento di Pasqua si svela ai discepoli il senso della vita precedente di Gesù e della globalità delle Scritture che lo stesso Risorto spiega riferendole a se stesso.
Ed essi cominciano a capire che è il Padre che lo ha risorto perché tramite la resurrezione ha portato a compimento la sua azione creativa mediante la resurrezione dei morti. E non è un caso che la Resurrezione del Cristo, fin dall’inizio, viene vista come primizia della vita eterna per molti. E come la Resurrezione trasforma gli Inferi liberando i giusti e forse lasciando Satana da solo a guardia del peccato dissociato dagli uomini, così trasforma anche il Paradiso che diventerà, con la presenza degli uomini risorti, dei loro valori, delle strutture di solidarietà e della creazione trasfigurata, il Regno di Dio.

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