Aida, angelo mio

Ricordo di Aida nel IV anniversario del suo transito ( 2 dicembre 2015)

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Aida, angelo mio,

pensavo stamattina venendo a salutarti al Camposanto che io ho avuto una vita ricca e serena della quale posso solo ringraziare il Signore ed il regalo più bello che il Signore mi ha fatto in questa vita, come ricordo ogni mattina nel mio canto di lode, è quello di avere conosciuto te, di essermi innamorato di te e che tu hai ricambiato il mio amore.

 

L’internet dello spirito

Certo avrei desiderato potere condividere la tua compagnia anche nella vecchiaia che non è una stagione triste ma particolare perché il ritmo si rallenta, c’è più tempo a disposizione, si possono meglio gustare gli eventi e le relazioni con le persone che si amano e per le quali si desidera tutto il bene possibile.

Invece questa stagione dobbiamo viverla separati. Da separati o a distanza? Come quando eravamo fidanzati ed io vivevo a Pavia e tu a Lipari e ci incontravamo solo le settimane dell’estate e qualche volta nelle vacanze di Natale e di Pasqua. Ma quella era una distanza relativa perché avevamo dei canali di comunicazione: prima le cartoline e poi le lettere ed una telefonata alla settimana con le tue lunghe attese all’ufficio postale dove era allora il telefono pubblico perché non avevi ancora il telefono in casa. E poi, anche da sposati, i mesi in cui tu eri a Pavia ed io a Roma anche se allora non avevamo più problemi col telefono.

Certo ora non ti posso né scrivere né telefonare ma ci sono altre forme di comunicazione che la fede ci offre come la preghiera e l’eucarestia, una sorta di internet dello spirito. E così la separazione diventa distanza perché io ho la possibilità di parlarti ogni giorno per diverse ore. Posso parlarti al mattino appena alzato, poi nella Messa del mattino o della sera, quindi nelle preghiere del pomeriggio ed infine nelle visite quotidiane al Camposanto quando inizio il mattino portandoti un bacio sulla tomba.

Di tutti questi momenti quello che amo di più è quello nella Messa dopo la Comunione quando io chiedo al Signore di non tardare, di venire a prendermi presto e di far sì che quando questo avvenga io scorga subito il suo volto luminoso e dietro di esso il tuo sorriso radioso. La tua accoglienza con un bacio sulle labbra che questa volta sei tu a darmi per ricambiare quello che ti diedi io sul letto dell’ospedale quando ormai il tuo corpo era nel freddo della morte. E quindi mi prendi per mano e mi accompagni nella casa della nostra eternità sull’idea di quella di via XXIV maggio che preparammo con tanto amore e che non siamo mai riusciti ad abitare. Ed è lì che incontro e saluto tutte le persone care, parenti ed amici, che ogni giorno ricordo nell’Eucarestia. A cominciare da mia Mamma fino all’ultimo che mi ha preceduto nel Regno.

E lì cominciano le nostre giornate in una vita il cui il giorno non ha tramonto, in cui le distanze di tempo e di spazio si percorrono con la volontà, in cui non si piange più ma la gioia che è nell’animo di tutti e splende anche sui volti.

 

Un pellegrinaggio “rimandato”.

Angelo mio, è da quando tu sei andata via che io penso a questo momento ed alla possibilità finalmente di trascorrere insieme nuovamente le festività e soprattutto la Pasqua del Signore.

Si la Pasqua. E’ il pensiero che coltivo nella mente e nel cuore fin da quando – nel corso della malattia – parlammo di un viaggio come voto quando saresti guarita. Io pensavo a Lourdes ed avevo anche prenotato il viaggio per la primavera del 2011 approfittando di una proposta che prevedeva il volo diretto da Catania a Lourdes. Poi questa ipotesi venne cancellata ed io ritirai la prenotazione perché temevo che il trasferimento dalle Eolie a Roma, dove sarebbe partito l’aereo diretto, sarebbe stato per te troppo faticoso. Fu allora che tu mi dicesti:

“Se dobbiamo fare un viaggio per voto preferirei tornare in Terrasanta”.

In Terrasanta io e te insieme ci eravamo stati già due volte. Compresi però che, in questi mesi, era maturata per te una devozione speciale al Crocifisso. Così ti risposi:

“Certamente, amore mio. Tu pensa a guarire”.

Poi questa occasione non si è potuta realizzare in questa vita ed io ho cominciato a pensare che non era cancellata ma solo rimandata alla vita eterna. Ed ho pensato che sarebbe stato bellissimo se questo viaggio si fosse realizzato nel periodo pasquale per condividere insieme i patimenti di Gesù, la sua crocefissione e la sua resurrezione. Pensavo e pregavo che questo potesse avvenire già lo scorso anno ma non era questa la volontà del Signore. Per un po’ ho creduto, come era già avvenuto nel dicembre del 2011, che il Signore mi avesse abbandonato. Poi ho letto un pensiero di Massimo il Confessore riportato da Von Balthasar nel suo libro “Teologia dei tre giorni”. Massimo esclude che Dio possa abbandonare definitivamente chi si rivolge a lui ma quelli che ci sembrano abbandoni sono invece comportamenti ordinati alla salvezza. E questi comportamenti possono essere di quattro tipi: quello che subì Gesù dove l’apparente abbandono doveva servire a collegarlo a tutti coloro che si ritenevano abbandonati per condurli alla salvezza; l’apparente abbandono inflitto come prova; l’apparente abbandono imposto come purificazione; infine l’abbandono inflitto come punizione, come quello rivolto agli ebrei, per la loro disobbedienza e la loro ribellione.

Sono considerazioni che mi hanno colpito perché, per certi versi, richiamavano i miei ragionamenti di questi tre anni. Perché il Signore mi ha tolto Aida, perché non si è preso me al suo posto come lo avevo supplicato o anche me insieme a lei. Perché questo tempo di grigiore e di deserto senza gioia? Forse il Signore ha voluto punirmi ed io sto scontando una sorta di purgatorio? Forse il Signore vuole mettermi alla prova per vedere se sono degno di condividere con Aida l’eternità? Forse il Signore vuole che io compia qui, sulla terra, una missione che fatico a comprendere e focalizzare?

Ma se quello che il Signore voleva era che io testimoniassi che l’amore è più forte della morte, che la vita eterna comincia su questa terra, che c’é una contiguità ed una connettività fra vita terrena e Regno di Dio, che le battaglie giuste che compiamo in questo mondo servono anche alla costruzione del Regno, allora io ho lavorato in questi anni in questa direzione e penso di avere dato quanto di meglio fossi in grado di dare. Continuare su questa strada sarebbe solo una ripetizione… Così qualche settimana fa sono tornato alla carica ed ho chiesto al Signore se fosse quella che sta arrivando la Pasqua del grande pellegrinaggio. Certo non vorrei guastare la festività ai miei parenti ed amici. Soprattutto ai più piccoli per i quali le feste sono occasione di gioia. E comunque, sia il giovedì santo il momento propizio o sia un altro che vuole il Signore, io spero che l’attesa non sia troppo lunga e comunque se non sarà il momento di effettuare questo viaggio in corpo ed anima con un corpo risuscitato e trasfigurato, potrò sempre farlo con la mente e col cuore.

Il Giovedì Santo è l’inizio dei tre giorni fatidici, quelli che von Balthasar chiama del cammino verso la croce (venerdì santo), del cammino verso i morti (sabato santo) e del cammino verso il Padre (domenica di Pasqua) ma nell’eternità senza tempo e senza tramonto, ogni giorno potrà essere giovedì, venerdì, sabato santo e così la possibilità del pellegrinaggio non è compromessa e il libro del teologo tedesco sarà la nostra guida nel viaggio.

 

Il primo impatto col Regno

 

Così nulla mi vieta di immaginare, come d’altronde faccio tutti i giorni nell’Eucarestia, che io giunga finalmente nel Regno di Dio, che venga accolto da Aida, accompagnato nella casa della nostra eternità e che qui incontri parenti ed amici. E dopo averli salutati ci sediamo tutti sul grande terrazzo che si apre dove la casa da su via XXIV maggio ma qui non c’è via XXIV maggio con il suo traffico ed i suoi frastuoni, ma una grande ed ampia veduta su Lipari, le colline, le contrade. Un grande terrazzo che mi ricorda quello della casa delle zie alla Serra dove giocavo da bambino.

Ci sono tutti. I nostri genitori, i nostri nonni, gli zii e le zie, gli amici più cari, Gabriella, Saverio, Mimmo mio cugino, Peppe di Napoli, Cesare di Pavia, Ivana e Silvia, e tanti altri. Ci sediamo tutti in cerchio ed è una giornata stupenda. Non fa né caldo né freddo e lo scenario è magnifico. E’ quello che si può ammirare di Lipari dalla Serra ma non ci sono case, non ci sono strade, tutto è come doveva essere all’inizio prima che gli uomini cominciassero a costruire.

Io mi guardo intorno ed osservo con maggiore attenzione chi mi sta intorno, cosa che non ho potuto fare naturalmente al momento del saluto quando Aida me li presentava ad uno ad uno. Sono tutti in forma splendente e sono quasi tutti più giovani di come li ricordassi. I nostri genitori saranno sulla cinquantina come Madre Floriana mentre Florenzia è giovane come nella foto che si fece a New York, vestita da suora. Aida, Gabriella, Saverio, Mimmo, Ivana, Silvia, Beppe e gli altri amici non superano la trentina. E poi ci sono i bambini che non sono mai piccolissimi. Delia per esempio è una bambina di cinque o sei anni anche se ne aveva uno solo quando fu stroncata dalla malattia.

Chiedo spiegazioni ad Aida sottovoce.

  • Qui, mi risponde, l’aspetto esteriore varia a secondo delle circostanze. Sono scomparse le malattie e le imperfezioni, l’età è per lo più un incrocio fra la considerazione che ognuno ha di sé e il come ci percepiscono e ci ricordano gli altri. Inoltre se si vuole ci si può rendere irriconoscibili. Ti ricordi che i pellegrini di Emmaus non riconobbero Gesù e la stessa Maddalena, in un primo tempo, scambiò il risorto per l’ortolano. Sono le caratteristiche dei corpi resuscitati e trasfigurati.
  • E Delia perché sembra che abbia cinque anni.
  • Perché noi continuiamo a pensarla come una bambina ma lei vorrebbe sembrare più adulta ma non troppo perché le piace essere coccolata e vezzeggiata.

In quel momento giungono zia Anna e zia Sara con un carrellino dove ci sono delle bevande – te, caffè, succo di arancio e di pompelmo..- e dei biscotti. Sono sorpreso.

  • Ma qui si mangia?, chiedo ad Aida.
  • Non per nutrici, – mi risponde – il cibo e le bevande hanno un significato conviviale. Si cucina come espressione di cultura e si consuma per condividere momenti di fraternità e di comunione. E lo stesso si può dire per il lavoro. Non lo si fa a scopo di guadagno ma come manifestazione di sé e mezzo di relazione con gli altri.
  • Devo quindi trovarmi un lavoro?
  • C’è tempo e poi vedrai che in molti hanno pensato a te. Qui sei abbastanza conosciuto e non solo fra la gente del nostro tempo… Ma ora c’è qualcosa di più imminente. Hai chiesto con tanta insistenza di celebrare la Pasqua qui nel Regno e di celebrarla con me….
  • Si, vorrei andare a Gerusalemme al tempo del Signore così adempiamo quel voto che non è stato possibile nella vita terrena. Sarà la terza volta che visitiamo la Terrasanta insieme ma questa volta sarà diverso e non solo perché siamo ormai cittadini dell’eternità ma perché incontreremo Gesù di persona e lo sentiremo parlare e potremo verificare come sono andati veramente i fatti, anche quelli più controversi. E’ possibile?
  • Qui tutto è possibile ed il tempo e lo spazio sono dimensioni che si superano facilmente. Andremo subito a Gerusalemme al tempo del Signore e ci immergeremo nel venerdì santo che come sai comincia con la sera del giovedì e quindi con l’ultima Cena.
  • A proposito, dico, certamente con noi possono venire tutti gli amici che lo desiderano e durante il pellegrinaggio ci terremo in contatto e potremo scambiarci anche brevemente impressioni e considerazioni, senza disturbare. Una vera discussione la rimanderemo alla fine della giornata quando faremo il punto su quello che abbiamo visto ed udito.

E così partiamo per il Pellegrinaggio e subito siamo a Gerusalemme nella sala dove Gesù consumò con gli apostoli l’ultima cena. Assistiamo alla lavanda dei piedi, all’uscita di Giuda, alla istituzione dell’Eucarestia. E poi il cammino nella notte e la passeggiata sino al Getsemani, l’allontanamento di Gesù con Pietro, Giovanni e Giacomo; la preghiera in solitudine con gli apostoli che non reggono al sonno; quindi l’uscita dal giardino e l’incontro con i soldati guidati da Giuda; il

bacio di Giuda e l’arresto di Gesù. Dal Sinedrio a Pilato: processo e condanna; la via crucis, la crocefissione e la morte in croce, la deposizione e la sepoltura. Queste le tappe più salienti di questa prima sconvolgente giornata. Quanto vediamo e soprattutto quanto vedo io per

sconvolgente giornata. Quanto vediamo e soprattutto quanto vedo io per

   Maria  Maria, la madre di Gesù

la prima volta non é nemmeno lontanamente paragonabile a quanto avevamo visto, letto ascoltato anche nelle rappresentazioni più crude. Un crescendo di emozioni fino al grido finale sulla croce. La passione di Gesù ma anche la passione di Maria. Mentre la guardavo prima sulla via del Calvario e poi sotto la croce mi risuonavano nella mente le parole dello Stabat Mater, attribuite ad Jacopone da Todi: “Stabat mater dolorosa, iusta crucem lacrimosa dum pendebat filius”. Ogni tanto sentivo risuonarmi nella mente qualche invocazione, qualche preghiera, anche qualche commento, ma c’era forte la compartecipazione e la commozione. Non so quanti di quelli che ci avevano seguito avessero già assistito a questa pagine sconvolgenti di storia. Ma forse anche per chi l’avesse vista e rivista l’effetto era ugualmente traumatico, come se fosse la prima volta.

Ci siamo ritrovati seduti in cerchio appena fuori dalle mura della città vecchia.

  • Lasciamo parlare Michele – suggerisce in mio amico Beppe di Napoli – che ha atteso questo momento per anni, l’ha pensato e ripensato.

Tutti acconsentono ed io non mi tiro indietro.

 

Il cammino verso la croce

 

Emmaus   Emmaus 2

  • Ci sono alcune cose che mi colpiscono in questa prima giornata che von Balthasar chiama del “cammino verso la croce”. Innanzitutto il fatto che l’ultima cena si presenti ad un tempo come il momento conclusivo della missione terrena del Figlio – il momento delle raccomandazioni importanti e della consegna cruciale – ed allo stesso tempo appare già proiettata verso la partita finale, quella decisiva da cui deriva il successo della Missione: l’assunzione sul Cristo di tutto il peccato del mondo e la battaglia contro la morte per la vita eterna di chi crede in Lui.

Salone ultima cena

Gerusalemme. Il salone dove dovrebbe essere avvenuta l’ultima cena.

 

Gesù ha trascorso i tre anni della sua vita predicando ed insegnando. Ha sottolineato più e più volte da cosa riconosceranno i suoi discepoli: dall’amore che avranno gli uni per gli altri. Ha ricordato, più e più volte, che tutti i comandamenti possono ricondursi ad uno solo: ama il Signore tuo Dio ed il prossimo come te stesso. Ha ricordato quanto aveva già detto il profeta Osea che Dio vuole misericordia e non sacrifici. Infine ha sottolineato che nel giudizio universale non verrà chiesto a ciascuno conto delle proprie devozioni ma della carità verso il prossimo: ero affamato e mi avete dato da mangiare, ero nudo e mi avete vestito, ero ferito e mi avete soccorso…

 

 

LAVANDA-DEI-PIEDI-GIOVEDI-SANTO   Eucarestia

Ora, giunto alla conclusione del percorso, ha ancora un insegnamento da ricordare perché sa che fra tutti è il più importante ed il più difficile: quello che nei secoli rischierà di essere dimenticato proprio dai suoi discepoli: il primo fra voi deve farsi servo dei propri fratelli. E così pratica la lavanda dei piedi: passerà lui da ciascuno di loro a lavare i piedi, perché questo impegno rimanga scolpito nei loro occhi e prima ancora nel loro cuore.

Ora si che può compiere l’altro gesto: il sacramento principe. Istituire l’Eucarestia e cioè creare il grande ponte fra questo mondo ed il Regno, anzi la profezia del Regno in questo mondo. “Fate questo in memoria di me” : mangiate il mio corpo e bevete il mio sangue.

A questo punto non ha più niente da insegnare. Il Figlio può dedicarsi completamente al grande atto della sua missione: l’assunzione su di sé del peccato degli uomini per sconfiggerlo. E per questo che rivolto a Giuda dice : quello che devi farlo fallo in fretta. Metti in moto le schiere del male che io sono pronto allo scontro.

Von Balthasar ha scritto che il diavolo “è assente da tutta la storia della passione la quale si gioca solo tra il Padre e il Figlio; ciò di cui si tratta qui è di portare il peccato del mondo (Gv 1,29) e con questo avvenimento – senza lotta esplicita – la potenza avversaria è ‘disarmata’ (Col 2,159 ”( H.U. von Balthasar, La teologia dei tre giorni, pag. 99).

 

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La stradella che dalla sala dell’ultima cena porta al giardino del Getsemani.

 

Non sono del tutto d’accordo col grande teologo. Concentriamole nostre menti e i nostri cuori su questo momento cruciale della redenzione. Il diavolo non è assente dalla storia della Passione anzi la presidia perché spera che l’uomo Gesù non resista alla sofferenza e riesca ad avere in qualche momento la supremazia sul Figlio abbandonando la croce o chiedendo di scendere da essa o quanto meno decida di non subìre più la sofferenza. Certo il diavolo sarà costretto a fare un po’ da comprimario ed avrà un ruolo marginale perché i due attori principali sono il Padre e il Figlio. D’altronde ai lati del Padre e del Figlio non c’è solo il diavolo con i suoi sodali che scientemente o no cercano di rendere più gravoso il cammino verso la croce. Ci sono anche tutti coloro che, con lo sguardo fisso alla Passione, hanno offerto nel tempo le loro sofferenze a sostegno del Cristo. Quelle poche centinaia di metri che separano il Pretorio dal Calvario e dalla croce divengono, in qualche modo, l’epicentro del mondo, lo scenario in cui si gioca non solo il destino dell’umanità ma dell’intero universo creato. Per questo la Passione, come abbiamo potuto costatare , è così singolarmente cruenta.

E questo il Figlio lo ha compreso bene nel Getsemani, anzi ancor prima, come testimonia Giovanni (12,20 36). La missione che lui ha accettato liberamente e per la quale si è spogliato della divinità è giunta al culmine. Ora praticamente completa.

 

Giardino dei Getsemani

Gerusalemme. Il giardino del Getsemani

 

Ed è proprio la mattina della domenica delle palme che egli annuncia che “è venuta l’ora” tanto attesa e tanto temuta (12,23). Ed aggiunge “Adesso l’anima mia è turbata”( 12,27). E von Balthasar ci ricorda che il termine usato per indicare questo turbamento è taraché che “sta a significare che colui che è venuto per vincere la morte si lascia totalmente afferrare dalla consapevolezza della violenza, dell’ostilità, del carattere antidivino di quelle potenze che si trattava di vincere “( pag. 113). Citando Thusing, von Balthasar aggiunge che “ un movimento spirituale prende possesso di Gesù, con una forza che presso gli altri uomini implicherebbe un disorientamento assoluto”.

Un disorientamento che in parte traspare dal monologo riportato ancora da Giovanni: Ora che l’anima mia è turbata, “che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome” (Gv 12, 27-28).

Non pensare a me Padre, va avanti nel nostro progetto di redenzione.

E il Padre gli risponde con una voce dall’alto che a molti sembra un tuono: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora”. E Gesù rivolto alla folla commenta: “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,31-32).

Questa è la grande partita che si gioca fra il Padre ed il Figlio, un padre amorevole ed un figlio obbediente, e l’amore del Padre non è solo rivolto al Figlio ma a tutti gli uomini che vuole amare e da cui vuole essere amato liberamente e per questo ha consentito a questo progetto. Ma anche se il Padre è un Padre amorevole ed il Figlio è un figlio obbediente non per questo si tratta di una partita meno tragica.

Una tragedia che va ingigantendosi lungo la strada perché la sofferenza del Figlio è inclusiva e ad essa si aggiungono le sofferenze degli uomini che dalla Passione in poi accettano di portare la croce col Cristo finchè egli non sarà innalzato.

La croce non viene prima della gloria ma la croce è già la sua gloria. “E la gloria di Gesù viene rettamente compresa solo quando viene intesa come gloria del crocifisso che si manifesta nella resurrezione “ (Balthasar, pag. 114).

Qui, in questo disorientamento-turbamento sta l’origine di quell’angoscia che Gesù prova nel Getsemani e che gli fa sudare sangue.

Non è un fatto psicologico ma deriva dal com-patire con i peccatori “poiché i peccati del mondo vengono ‘caricati’ su di lui, Gesù non distingue più se stesso o il proprio destino da quello dei peccatori – e questo tanto meno , come dice Bonaventura, quanto maggiore è l’amore – e sperimenta perciò l’angoscia e il terrore che essi avrebbero dovuto giustamente provare” (pag.97).

Il cammino della croce è il cammino, lo ripeto ancora una volta, per liberare il mondo dalla schiavitù del peccato e dalla morte e per rendere l’uomo libero, capace di redenzione e di vita eterna.

 

Getsemani

gesucadesottolacroce

La sofferenza di Gesù è una sofferenza che i teologi chiamano vicaria cioè che è assunta in sostituzione dei peccatori. E non si tratta, come ricorda von Balthasar e come abbiamo già osservato, di una sofferenza esclusiva ma inclusiva che vuole condurre altri a soffrire con lui. Divenire cristiani significa pervenire alla croce. Vuol dire che Cristo ha fatto di me un organo della sua redenzione. Ne segue che noi portiamo nel nostro corpo la sofferenza di morte del Cristo e non la nostra sofferenza, per cui non la nostra vita, ma “ la vita di Cristo si manifesta nella nostra carne mortale “(2Cor 4, 10 s.). E questa è la consapevolezza che portiamo nel nostro cuore a conclusione di questa prima giornata ed ognuno può considerare dentro di sé quale è stato il proprio contributo al successo del progetto di Dio.

Santo sepolcro

Gerusalemme. Basilica del Santo Sepolcro. Altare della crocifissione.

 

Io l’ho fatto guardando Gesù sulla croce, ascoltando le sue parole, ripensando alle torture del Pretorio, alla via crucis, ai chiodi con cui lo si è infisso sulla croce e quindi le ore di sofferenza sul legno, ed ho compreso quanto grande sia stata la sua funzione vicaria e quanto piccolo il sostegno che noi uomini gli abbiamo portato, che io almeno gli ho portato. Le sofferenze del crocifisso inserite fra due salmi che lui accenna solamente e che la gran parte dei presenti non comprende: Il salmo 22,2 “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” ed il salmo 31,6 “Padre nelle tue mani raccomando il mio spirito” avendo constato che ormai tutto era compiuto. Due salmi che hanno lo stesso significato: ricordare al Padre che lui, il Figlio, ha portato a compimento il proprio compito e che ora tocca a lui intervenire e completare il disegno senza temere che questo atto sia talmente forte da coartare il libero arbitrio degli uomini. Questa indubbiamente è una preoccupazione forte del Padre fin dal tempo della creazione: che l’uomo sia libero nelle sue scelte.

Ed in mezzo due disposizioni. Il perdono per tutti con la specificazione al ladrone pentito che la sera stessa sarebbe stato con lui in Paradiso come a sottolineare che questo perdono era pieno ed operava da subito per chi si pentiva. Quindi l’affidamento di Maria a Giovanni chiamati ad essere da quel giorno madre e figlio, anzi Maria chiamata ad essere, attraverso Giovanni, madre di tutti e quindi Madre della Chiesa e noi, attraverso la rappresentanza di Giovanni, ad essere figli di Maria e fratelli di Gesù e parte di una grande famiglia che ha Dio per Padre, Maria per Madre e tanti fratelli quanti sono coloro che credono in Cristo.

Infine quella parola “Ho sete” che forse sfuggiva al corpo straziato e febbricitante del quale non voleva controllare in alcun modo la sofferenza o forse era rivolta al Padre del quale non tollerava più l’abbandono anche se apparente e strumentale: Ho sete del tuo amore, ho sete della tua comunione.

Il silenzio cade sulle mie parole in quella sera tranquilla di primavera appena iniziata. E’ Aida la prima a parlare.

  • Non avevo mai compreso che questo cammino fino al Calvario fosse non solo così sconvolgente per Gesù ma così centrale nella storia dell’umanità e dell’universo. Certo la conquista della vita eterna pretendeva un sommovimento inaudito rispetto al quale gli sconvolgimenti di cui parlano gli evangelisti avvenuti subito dopo la morte di Gesù, sono poca cosa.
  • Hanno un senso simbolico, preciso. Capisco, aggiungo, che quanto è accaduto ed ho cercato di illustrare può essere sorprendente perché supera di gran lungo le nostre devozioni. Che cosa sono in confronto a questo cammino reale le nostre Via crucis? Eppure, amore mio, è stata proprio la tua devozione al Crocifisso che è andata crescendo nei mesi della malattia fino agli ultimi giorni, che mi ha colpito e mi ha fatto capire. Mi ha fatto capire che non solo tu ti affidavi a Lui e da qui la richiesta di un pellegrinaggio in Terrasanta anziché a Lourdes in caso di guarigione, ma ancora di più mi forniva la spiegazione di quel tuo soffrire in silenzio, senza lamentarti, lasciando trasparire solo una volta, negli ultimi giorni, ciò che realmente provavi. Si certamente anche per non affliggermi troppo conoscendo la mia fragilità, ma soprattutto tu mi dimostravi che stavi unendo le tue sofferenze a quelle di Cristo. Da allora, nella mia via crucis che io recito tutti i giorni ti ho pensato, alla nona stazione, lungo la strada del Calvario con le pie donne che piangono.

Aida nella basilica della nativitò

Aida nella Basilica della Natività a Betlemme.

 

Ma ora dobbiamo andare avanti. Già entriamo nel sabato e quindi nel nuovo cammino, quello che Gesù compie, per dirla con von Balthasar, verso i morti. Ci vedremo domattina nel giardino dove hanno sepolto Gesù. Sarà un percosso più semplice ed al tempo stesso più complesso.

 

 la morte di Gesù

Il cammino verso i morti.

Di buon mattino il sabato santo siamo tutti nel giardino dove la sera precedente Giuseppe D’Arimatea e Nicodemo avevano sepolto Gesù in una tomba scavata nella roccia. Ci sono anche delle guardie messe lì dai sacerdoti e noi ci sediamo un po’ discosti. E’ Aida a parlare per prima.

  • Perché ieri sera hai detto che il cammino di oggi sarà allo stesso tempo più semplice e più complesso? Che significa?
  • Significa che i Vangeli e il Nuovo Testamento in generale sono molto parchi sul sabato santo per quanto invece si sono profusi in informazioni sul venerdì. Il sabato è il giorno in cui Gesù è morto e, per quello che è dato sapere anche fra i discepoli, egli giace nel sepolcro come tutti i morti. Inoltre nel cammino che egli compie non credo che noi possiamo seguirlo se non attraverso una esperienza mistica e quindi attraverso una esperienza soggettiva e personale. I riferimenti ad una attività di Cristo in questo giorno sono molto scarni ed anche di difficile e controversa interpretazione. Forse il passo più conosciuto è quello della prima lettera di Pietro: “E in spirito egli andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione”(3,19) e più avanti: “E’ stata annunziata la buona novella anche ai morti, perché pur avendo subìto, perdendo la vita del corpo, la condanna comune a tutti gli uomini, vivano secondo Dio nello spirito”(4,6).

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Discesainferi

A parte la sottolineatura che ci andò “in spirito” e quindi non era ancora risorto, i nodi più controversi mi sembrano soprattutto due: l’annunzio della buona novella e la liberazione dei prigionieri per portarli con sé in cielo chi riguarda? Tutti i morti o solo alcuni? E chi per la precisione?

Il secondo nodo è il significato di questa “discesa agli inferi” – come recita il Credo – o, meglio, del cammino verso i morti o lo stare con i morti . E’ per avere potere sopra gli inferi, afferma l’Apocalisse(Ap.1,18). E che significato ha questo potere?

Su questi interrogativi nella Chiesa e fra i cristiani ci sono differenze che risalgono all’antichità come gli indirizzi che riguardano l’Oriente e l’Occidente.

Per gli ortodossi Cristo, alle anime degli inferi il suo Vangelo, la Buona Novella, e confermò la sua vittoria su Satana e sulla morte. E poiché molti lo accolsero furono salvati”.
Per la Chiesa d’’Oriente la discesa agli inferi di Cristo costituisce la principale rappresentazione della nostra redenzione. Cristo vincitore della morte oltrepassa le porte degli inferi che giacciono ai suoi piedi, e tende a coloro che languono nelle tenebre dello Sheol la sua mano salvatrice a cominciare dai Patriarchi, i profeti e tutti i giusti che attendevano la redenzione. E chiaro che qui non si pensa solo al Cristo in spirito ma che già nel Sabato santo, per la Chiesa d’Oriente , è avvenuta la resurrezione e prima di manifestarsi agli apostoli ed ai discepoli il Figlio sente di compiere un atto di giustizia verso chi è morto prima della gloria della croce.

In Occidente invece la liturgia e la teologia considerano soprattutto il silenzio della croce, la Chiesa veglia con Maria tacendo e pregando sulla tomba. A differenza della Chiesa d’Oriente per quella d’Occidente fra il venerdì santo e la Pasqua sembra non accadere nulla.

 

Gesù con i morti

Gesù con i morti 2

L’affermazione che Gesù “discese agli inferi” comincia a farsi strada nel IV secolo. Questa proposizione della “discesa agli inferi”, però, è stata accettata solo gradualmente e soprattutto attraverso gli scritti di Agostino .

Ma, al di là delle formule teologiche, che cosa Gesù vede nello Scheol?
Qualche spiraglio lo aprono i mistici come Adrienne von Speyr che influenza fortemente la riflessione teologica di Von Balthasar.

Cristo penetra nell’Inferno (o Inferi, Ade, Scheol) per obbedienza al Padre. Infatti l’Inferno è il luogo dove Dio non è, in cui non c’è più la luce della fede, della speranza, dell’amore, della partecipazione alla vita di Dio; l’Inferno è ciò che Dio nel suo giudizio ha rigettato fuori dalla sua creazione, esso è pieno di ciò che non si accorda assolutamente con Dio, ciò da cui Egli si allontana eternamente; è pieno della realtà di ogni assenza di Dio nel mondo, della somma del peccato del mondo. E quindi proprio di ciò di cui Dio crocefisso ha liberato il mondo. Egli incontra nell’Inferno – non come trionfatore pasquale, ma nell’estrema notte dell’obbedienza, della vera obbedienza del cadavere – la sua propria opera di redenzione: l’orrore del peccato staccato dagli uomini. Egli lo ‘attraversa’ (senza lasciar traccia, perché nell’Inferno e nell’esser-morto non vi è direzione né tempo) e lo misura in tutta la sua estensione la sua informità: fa esperienza del secondo Caos. Qui egli è privo di ogni luce spirituale proveniente dal Padre, e deve, nella pura obbedienza, cercare il Padre proprio là dove non lo può in nessun caso trovare. Eppure, questo Inferno è un ultimo mistero del Padre in quanto creatore (che ha dato la libertà all’uomo), e così il Figlio fatto Uomo prende conoscenza ‘sperimentalmente’ di queste tenebre, di qualcosa che fino ad allora era stato riservato al Padre. L’Inferno è visto così nella sua ultima possibilità, un fatto trinitario. Nel Sabato Santo il Padre ne consegna la chiave al Figlio”.

 

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Gesù nel sepolcro.

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Gesù con i morti.                                                              

 

Se questo è il contenuto oggettivo teologico delle esperienze che Adrienne compie, l’esperienza soggettiva è molto più drammatica. Ella sperimenta prima di tutto una straordinaria solitudine, la separazione da tutti gli uomini. “Era la massima dimensione dell’esser solo, era l’’esser abbandonati’”. Davanti a lei ed intorno a lei vedeva un enorme flusso di peccati. Solo peccati, in qualche modo deposti, privi del possessore. Mancavano loro i rapporti di vicinanza e contemporaneità all’uomo. Adrienne non vede uomini e non sa dire se non ve ne siano o non li abbia visti lei. Può darsi che tutto ciò sia solo il fondo del mondo, i peccati, che sono così pesanti da affondare fin giù al fondo di tutto, mentre forse le anime che li commisero sono in tutt’altro luogo.

Cristo deve passare attraverso l’Inferno per tornare al Padre; egli deve infatti poter vedere completamente l’ampiezza dell’opera da lui compiuta, il cui risultato, infine, è il peccato senza coloro che gli appartengono; da ultimo ha egli provocato la separazione fra peccato e peccatore e nell’Inferno egli si imbatte nel peccato nudo, privo di ogni rapporto”.

Von Balthasar ne “La teologia dei tre giorni “ osserva che “se il Padre deve essere considerato il creatore dell’umana libertà – con tutte le conseguenze prevedibili! – allora anche il giudizio e l’ ‘inferno’ appartengono originariamente a lui e se egli manda il figlio nel mondo per salvarlo invece di giudicarlo e a lui ‘rimette tutto il giudizio’ (Gv 5,22), allora deve introdurlo, in quanto incarnato, anche nell’ ‘inferno’ (come suprema conseguenza della libertà umana). Il Figlio però può essere nell’inferno solo come morto, il sabato santo. Questa introduzione è necessaria se ‘i morti devono ascoltare la voce del figlio di Dio’ e, ascoltandola, ‘vivere’ (Gv.5,25). Il Figlio deve ‘osservare quanto di imperfetto, di deforme, di caotico c’è nell’ambito della creazione’ per riportarlo, in quanto Redentore, sotto il suo possesso” (pag.156).

agli inferi

L’Inferno che appartiene al campo del Padre, è un mistero del Padre in quanto creatore, un’ultima conseguenza di quell’amore divino in cui Egli ha creato gli uomini per la libertà e perciò ha dato loro anche la possibilità di dire sì o no a lui. “Il peccato… è la conseguenza del fatto che nell’amore – osserva Adrienne – deve dominare la libertà e perciò è possibile anche il rifiuto”. L’inferno è anche “il resto che non si può redimere, che non si può sciogliere. E’ il buio contrappeso al luminoso mistero d’amore fra Padre e Figlio”.

Von Balthasar mette in guardia: in quanto evento trinitario il cammino verso i morti è necessariamente un evento salvifico. Ed un evento salvifico non si può limitare a priori. Quando in passato si volevano distinguere il limbo, il purgatorio e il vero e proprio inferno era per sostenere che non c’era rimediabilità all’inferno vero e proprio. Così l’ inferno sarebbe rimasto fuori dalla portata di Cristo? Ma per questa limitazione non c’è nessun riferimento biblico né indicazione dettata dalla ragione. E quindi? Ciò significa che tutti gli uomini, prima e dopo di Cristo, sono ormai redenti e che Cristo con la sua esperienza dell’inferno, lo ha svuotato e, perciò, tutta la paura della dannazione è privata di contenuto? Significherebbe , interviene von Balthasar , cadere nell’eccesso opposto. Di certo si può dire (con Origene) che nell’essere con i morti Cristo introduce in quello che potrebbe essere raffigurato come il fuoco dell’ira divina il fattore della misericordia. E allora?

 

agli inferi 2

Le affermazioni salvifiche universalistiche sono affermazioni di speranza per tutti ma non vogliono dire che effettivamente tutti singolarmente si salveranno perché Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini, ma non la vuole senza gli uomini, non la vuole passando sopra alla loro libertà. Ma di nessun esser umano concreto ci è stata rivelata la dannazione eterna e la Chiesa non ha mai insegnato in modo dogmaticamente vincolante a proposito di nessuno che egli sia caduto nella dannazione eterna. Nemmeno di Giuda che pure tradì Gesù e poi condannò se stesso impiccandosi. Possiamo sperare nella salvezza di tutti, ma di fatto non possiamo sapere se tutti si salveranno.

La libertà di Dio, così come la libertà dell’uomo sono un mistero insondabile. L’unica risposta sulla base della testimonianza biblica è che la misericordia di Dio mantiene aperta una possibilità di salvezza per ogni essere umano, che è in linea di principio disposto a convertirsi e si pente della propria colpa, anche se tale colpa fosse enormemente grande ed egli avesse sprecato tutta la propria vita precedente.

Il cammino verso il Padre

Siamo alla fine del Sabato santo. E’ vero che non abbiamo camminato ma abbiamo ugualmente seguito Gesù con gli occhi della mente e del cuore ed il viaggio è stato sconvolgente. Siamo passati attraverso l’inferno e non sentiamo affatto il bisogno di scambiarci le personali impressioni. Ora abbiamo, ci pare, dinnanzi a noi un cammino più semplice.

Non pensiamo di potere seguire Gesù ma di poterlo incontrare in alcuni momenti, questo sì. Forse non nel momento della Resurrezione quando rotola la pietra che copre il sepolcro ed il vivente esce dalla tomba nella quale é stato rinchiuso. Ci sarà stata pure una ragione perché a questo evento non ha assistito nessuno. Non i discepoli ma probabilmente nemmeno i soldati posti di guardia che forse dormivano, perché altrimenti, non subito ma nel tempo, qualcuno avrebbe parlato. Potremo assistere all’incontro con la Maddalena, oppure quando Gesù compare agli apostoli e quando ascende al cielo se come, suggerisce Giovanni, resurrezione, ascensione e pentecoste avvengono tutte nello stesso giorno. Comunque noi chiuderemmo questo pellegrinaggio assistendo alla discesa dello Spirito Santo sul Cenacolo. Ne parlo con gli altri e sono tutti d’accordo. Aida é visibilmente emozionata. Non l’ho mai vista così interessata ed appassionata ma certo questi sono eventi unici nella storia che ora, grazie all’eternità, possiamo vedere e rivedere. Magari con maggiore calma.

Decidiamo comunque di non andare via ma di rimanere lì nel giardino e di assistere agli eventi per quanto ci sia permesso di conoscerli. Passiamo così la notte discutendo e meditando sulle cose viste. Al mattino presto, mentre é ancora buio, vediamo arrivare delle donne che si dirigono al sepolcro. La pietra che ne copre l’entrata è stata rimossa. Quando? Noi non ce ne siamo accorti. Seguiamo le donne e ci accorgiamo che parlano con qualcuno. Poi Gesù si fa riconoscere dalla Maddalena che in un primo momento lo aveva scambia per il giardiniere. Quindi arrivano al sepolcro Pietro e Giovanni. A quel punto lasciamo il giardino e facciamo un salto prima sulla strada per Emmaus e poi andiamo nella casa dove gli apostoli con Maria, la madre del Signore, sono riuniti. Quindi Gesù ascende al cielo e come aveva promesso manda agli apostoli ed a Maria lo Spirito Santo.

tomba vuota   Santo sepolcro 2

 Gerusalemme , Basilica del Santo Sepolcro, la Tomba di nostro Signore. Sopra la tomba come dovette apparire ai discepoli.

 

Gli amici mi dicono: Non possiamo concludere così questo pellegrinaggio. Come hai fatto per il venerdì ed il sabato è bene che tu sottolinei i significati e gli insegnamenti emersi anche in questa domenica.

Non mi faccio pregare.

  • Dobbiamo parlare del mistero più grande del creato: della Resurrezione e di come essa ha cambiato l’Universo. Diciamo subito che si tratta di un evento discreto: la rivelazione della resurrezione non avviene “davanti a tutto il popolo, ma solo davanti a testimoni preordinati da Dio “(At. 10,41). Così come l’incarnazione e la nascita. Anzi qui, a mio avviso, a maggior ragione. Quale era uno dei nodi più controversi che il Padre ed il Figlio discussero fin dal Getsemani, fin sulla croce? Proprio il fatto che una risurrezione per l’eternità era un atto così forte e clamoroso che avrebbe rischiato di coartare la libertà dell’uomo. Se fosse avvenuta dinnanzi al popolo, dinnanzi alle guardie, dinnanzi ai romani chi avrebbe più potuto negarlo? E però questo evento portentoso doveva garantire anche che coloro che avessero voluto credervi avrebbero trovato i riscontri, per quanto impervi, per quanto difficili.

Cristo si manifesta – osserva von Balthasar – entrando nel nascondimento. “Voi mi cercherete ma non mi troverete “ (Gv 7,34), “a partire da adesso non mi vedrete più”(Mt 23,39). Anche ciò che lo Spirito rivelerà di lui nella storia, rimarrà sempre segno di contraddizione e non si affermerà mai in maniera diretta o adialettica nella storia del mondo (pag. 227).

Ma dove stanno allora i riscontri per credere? Almeno al momento decisivo, quando Gesù fu arrestato e giustiziato, i discepoli non nutrivano certezza alcuna che potesse esserci una resurrezione. Anzi ciò che li invade è un senso di fallimento e di paura. Per questo fuggono lontano e quasi tutti sono lontani dal Calvario quando avviene la crocifissione. Dovette intervenire qualcosa che in poco tempo provocò il cambiamento radicale del loro stato d’animo, e che li portò ad una attività del tutto nuova e alla fondazione della chiesa. Questo qualcosa – dice il teologo Dibellius – è il nucleo storico della fede di Pasqua”. Non poteva essere la testimonianza delle donne a risvegliare la fede senza vita dei discepoli, ma solo il Risorto stesso che dà ad essi, con la sua persona, il Dio vivo. Una forza di convincimento e di conversione spinge i discepoli, per la prima volta, alla confessione della divinità del Risorto che non poteva avvenire prima di Pasqua. Solo la presenza di Cristo vivente in mezzo a loro legittima gli anni della predicazione ed il fatto che Gesù è il Signore, il Messia. Quindi un fatto reale non una visione, non un fenomeno psicologico.

Così a partire dall’avvenimento di Pasqua si svela ai discepoli il senso della vita precedente di Gesù e della globalità delle Scritture che lo stesso Risorto spiega riferendole a se stesso.

Ed essi cominciano a capire che è il Padre che lo ha risorto perché tramite la resurrezione ha portato a compimento la sua azione creativa mediante la resurrezione dei morti. E non è un caso che la Resurrezione del Cristo fin dall’inizio viene vista come primizia della vita eterna per molti. E come la Resurrezione trasforma gli Inferi liberando i giusti e forse lasciando l’Avversario a guardia dei peccati senza gli uomini, così trasforma anche il Paradiso che diventerà, con la presenza degli uomini risorti, dei loro valori, delle strutture di solidarietà e della creazione trasfigurata, il Regno di Dio.

Potremmo concludere qui la nostra riflessione e il nostro pellegrinaggio, con la resurrezione di Gesù, la presa di coscienza degli apostoli e dei discepoli, la nascita della chiesa, la spirazione dello Spirito, l’avvio della missione. Ma forse è bene soffermarci su alcuni particolari che possono aiutarci a comprendere meglio questo evento straordinario.

Il primo riguarda il corpo risuscitato e trasfigurato che conserva un certo interesse per chi come me è appena giunto mentre forse per voi é realtà quotidiana. Vorrei comunque sottolineare quello che scrive Von Balthasar citando Schlier. Gesù viene riconosciuto e tuttavia non si riesce a riconoscerlo. Egli è presente nel dare se stesso e tuttavia si sottrae. Egli si da per essere toccato e rifiuta di essere toccato. Egli è corporalmente presente, ma nella diversità celeste ed incomprensibile. E i vangeli lasciano l’una accanto all’altra le diverse ed in parte contraddittorie tradizioni, operando solo leggeri tentativi di armonizzazione. Noi ora sappiamo che i corpi risuscitati e trasfigurati hanno una certa autonomia di autorappresentazione. Ma al tempo di Gesù e non solo allora, questo fatto colpì molto e lo si attribuì in buona sostanza alla confusione dei testimoni.

noli mi tangere2   Gesù incontra la Maddalena

 

Il secondo. Ha un senso che egli sia apparso innanzitutto alle donne come a Maria Maddalena in Giovanni( 20. 16-17) e Marco (16,9), o sempre a Maria di Magdala e l’altra Maria in Matteo (27,61)? Von Balthasar osserva che è come se l’aspetto direttamente maschile e gerarchico della storia della fondazione della chiesa ricevesse un contrappeso nel ruolo fortemente accentuato che hanno le donne fin dal momento della crocefissione, fino alla sepoltura, alla scoperta del sepolcro vuoto e quindi l’annunzio della resurrezione. E’ come se Gesù guardasse lontano oltre le culture del tempo e le consuetudini a quando le donne non saranno più discriminate e potranno assumere quel ruolo che spetta loro di diritto. Ad esempio, al fatto che la Madonna è incoronata regina del cielo e della terra.

Infine un ultimo problema. Leggendo i Vangeli ed anche gli Atti si rischia di fare un po’ di confusione quanto agli eventi della domenica della Resurrezione. Avviene tutto in quella domenica (il primo giorno dopo il sabato)? Dalla resurrezione alle apparizioni, all’ascensione al Padre e quindi alla discesa del Paraclito con la Pentecoste, oppure questi eventi sono scaglionati nel tempo?

Luca sembra proporre entrambe le soluzioni: nello stesso giorno nel Vangelo e invece cadenzato nel tempo negli Atti degli apostoli dove separa l’evento di Pasqua e quello dell’Ascensione con un periodo di 40 giorni e fa dell’Ascensione il presupposto per la missione dello Spirito il giorno di Pentecoste.

Gli altri evangelisti ed in particolare Giovanni sembrano propendere per l’unico giorno di Pasqua.

Von Balthasar osserva che nel Luca degli Atti sembra prevalere una visione pedagogica e certamente anche cultuale, mediante il prolungamento del ciclo temporale e festivo, mentre Giovanni fonde insieme in una visione teologica altrettanto fondamentale, Pasqua, Ascensione e Pentecoste e fa che già nel giorno di Pasqua, il Risorto spiri alla chiesa lo Spirito (20,22); egli però, almeno di sfuggita, accenna alla salita al Padre (20,17), che precede la spirazione dello Spirito ( pag.187).

Alla fine di questo pellegrinaggio noi sappiamo che questo è avvenuto anche perché nel Regno di Dio il tempo non esiste e si vive una grande giornata senza tramonto.

 

  AscensioneI discepoli all’Ascensione.

 

A chiusura

 

Questo pellegrinaggio che ho compiuto col cuore e la mente è stata una esperienza sconvolgente. Dei tre giorni particolarmente impressi mi rimangono le centinaia di metri dal Pretorio al Golgota in cui Gesù dialoga col Padre ed i cui termini di questo dialogo possiamo solo ipotizzare. Un dialogo che è cominciato nel Getsemani, anzi, ancor prima come ci dice Giovanni (12,20 36). Il Figlio che prega il Padre di lasciarlo andare fino in fondo in questo progetto di completamento ed allo stesso tempo di rivoluzionamento della creazione che esalterà l’uomo facendolo pienamente interlocutore di Dio ed il Padre che teme che proprio il gesto della resurrezione possa minare alle radici il loro comune progetto perché potrebbe coartare il libero arbitrio dell’uomo e cadrebbe il ruolo di interlocutore e di co-creatore.

E mentre si svolge questo dialogo drammatico fra il Padre e il Figlio con il Demonio costretto a fare da comprimario, ecco che ai lati del cammino verso il Golgota come i tifosi che accompagnano i corridori in bicicletta che si inerpicano verso il gran premio della montagna, si dispongono da un lato i sodali del Demonio che insultano, scherniscono, strattonano, sputano e sperano che Gesù abbandoni la croce o quantomeno escluda da sé la sofferenza dichiarandosi sconfitto (“Se sei il figlio di Dio chiedi a tuo padre che mandi i suoi angeli a liberarti”) e, dall’altra, tutti coloro che dalla Passione in poi hanno scelto di condividere le sofferenze di Cristo. E fra questi c’eri tu, Aida, angelo mio, che avevi capito tutto, e che mentre io pregavo per la tua guarigione tu offrivi al Signore, in silenzio, le tue sofferenze associandole a quelle di lui. Per questo ti ho presente nella recita quotidiana della mia via Crucis.

Questo che va dal Getsemani al Calvario è il grande dramma cosmico che culminerà sulla croce.

20090822122042!La_passione_di_Cristo

Aida, angelo mio. Questo pellegrinaggio fatto con la mente e col cuore è stato un momento forte del nostro dialogo che si sviluppa da quattro anni fra vita terrena e vita eterna. Questa volta, più di altre volte io sono penetrato nel Regno di Dio, ho condiviso con te e gli amici momenti importanti, come se fossi già un cittadino di quel Regno.

Io comunque sono sempre pronto, in attesa. Il tuo

Michele

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