Florenzia donna di fede, carità e speranza

Pubblichiamo le tre relazioni approfondendo il carisma di Florenzia Profilio che ho tenuto all’Istituto della Suore dell’Immacolata Concezione di Lipari da giovedì 27 dicembre a sabato 29 dicembre in preparazione del 139° anniversario della nascita della Madre in quest’anno che Benedetto XVI ha voluto dedicare alla fede.

 

1.    Il carisma: il Presepio scuola di santità                                                                     

 

                                                                       “Il Dio invisibile si è fatto visibile

                                                                         in Cristo,

                                                                         nato dal Padre prima della creazione

                                                                          del mondo”. (Col. 1,15).

 

L’amore per Gesù, è stato per Florenzia, il cuore della sua esistenza e lo esprimeva in particolare nella devozione ai  tre misteri della povertà del  Presepe, dell’umiltà della Croce e dell’abbandono dell’Eucarestia che aveva ricavato dalla spiritualità di Francesco ed aveva tramandato alle sue suore. Si tratta di tre devozioni che rimandano ad una ricchezza teologica centrale nell’esperienza di fede ed al tempo stesso suggestiva. La fede cristiana – ha scritto Benedetto XVI nella Lettera enciclica. Deus caritas est del  25 dicembre 2005 –  è «l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». E indubbiamente la fede è stata questo per  Florenzia: nuovo orizzonte di vita per una scelta decisiva e definitiva. Probabilmente parlando del Presepe, della morte e resurrezione di Cristo e dell’Eucarestia  lei non conosceva la grande elaborazione che su questi temi la Chiesa e i teologi andavano sviluppando. Eppure la sua sapienza d’intuito le fa cogliere i tratti fondamentali perché il Presepe (l’incarnazione), la croce ( e la resurrezione) e l’eucarestia abbracciano il grande progetto di Dio che si stende dalla creazione all’eternità. Ed è questo cammino che cercheremo di percorrere per quanto è nelle nostre capacità appoggiandoci alla Scrittura, all’insegnamento della Chiesa, all’elaborazione dei teologi e naturalmente alla guida dello Spirito.

Partiamo dalla povertà del Presepe.

Il Presepio è privazione di tutto da parte di Dio fatta con gioia per amore di noi. In questo sta la sua poesia, come dirà nella Lettera del 1953, non nei canti, nelle cornamuse, nei regali. Forse il pensiero si esprime con maggior chiarezza nella lettera del 1952.

Giustamente è stato detto,  il Presepio scuola di Santità!. E in vero ogni virtù non solo vi è predicata in pieno: il distacco dal mondo, la povertà, l’umiltà, la mortificazione, lo spirito di penitenza, l’ubbidienza, il sorriso della gioia nella sofferenza di ogni privazione; l’abbandono, la purezza dell’innocenza che abbraccia il dolore della vita… e tutto questo per amore di noi e perché imparassimo da Lui unico e vero Maestro, il Quale più tardi poté dire: Imparate da me che sono mite ed umile di cuore. Che vi dirò qui dilette figliuole? Il Natale che a differenza delle altre feste, non è semplice commemorazione, ma una reale rinnovazione del mistero dell’amore nelle anime di buona volontà, sia da voi vissuto quest’anno nella pienezza di ogni fecondità di bene e di virtù come si conviene a ciascuna di voi”. (dalla Lettera circolare di Madre Florenzia alle suore, Natale 1952).

Il Natale non è la favola del bambino che nasce nella mangiatoia fra il bue l’asinello mentre nel cielo brilla una stella cometa che indica la strada a Gaspare, Melchiorre e Baldassare e tutto intorno il campo pullula di pastori e di pecore con gli angeli che cantano “Gloria in excelsis Dei”. Il Natale è il grande momento liturgico in cui il cristiano è chiamato a contemplare l’incarnazione del Verbo in Gesù per elevare l’uomo ad essere “simile a Dio”, ed a considerare il grande amore di Dio che accetta di svuotare se stesso per realizzare questo progetto. Il progetto di cui il bambino nella mangiatoia, posto al centro del Presepe, è  simbolo.

E che cos’è l’incarnazione? Nella riflessione che mi appresto a svolgere  faccio riferimento alla teologia della “kenosis” cioè dello “svuotamento di sé”[1]  il cui primo riferimento è a Paolo (Lettera ai Filippesi 2,5-8) : Gesù Cristo “ pur essendo di natura divina … spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, e divenendo simile agli uomini”.  . E’ una teologia che risale a grandi Padri della Chiesa come Clemente d’Alessandria, Gregorio Nazianzeno, Gregorio di Nissa,  Agostino, ai grandi maestri di spiritualità come Benedetto, Francesco, Giovanni della croce. Ancora è una teologia ecumenica perché ha fra i suoi principali promotori teologi ortodossi come Serge Bulgakow e Pavel A. Florenskij che viene considerato il suo maestro, il gesuita cattolico Hans Urs von Balthasar  e il protestante Jurgen Moltmann.

Ricordiamo la parabola dei vignaioli assassini come ce la racconta Luca (20, 9-19) collocandola di fatto a ridosso della Passione. Il padrone di una vigna manda dei servi ai suoi vignaioli perché gli diano il dovuto dei raccolti ma i servi vengono bastonati, feriti e cacciati.  Alla fine, dice Luca, il padrone mandò il figlio, l’amato, sperando che avessero rispetto per lui.

L’incarnazione giunge come ultima risorsa nella ricerca dell’ altro, dell’interlocutore, creato a sua immagine e somiglianza e quindi libero. Un interlocutore che Dio insegue fin dalla sua creazione e che sempre gli sfugge e lo tradisce. La Scrittura è la storia di questo incontro sempre rifiutato: dal giardino terrestre, al diluvio universale, alla torre di Babele, ai profeti…

L’incarnazione non è solo la storia di un Dio che si carica dei peccati dell’uomo. E’ molto di più: è la storia di un Dio che cerca un uomo perché corrisponda al suo amore e gli si affianchi  nell’ opera creativa senza fine nella costruzione di quel Regno di Dio in cui entreranno anche la creazione e le strutture umane trasfigurate. Certo facendo questo Dio libererà gli uomini anche dal peccato. Ma il peccato è venuto dopo, prima è venuta l’offerta d’amore. Che cos’è il peccato originale adombrato nell’immagine del serpente tentatore nel giardino dell’Eden se non un tradimento? L’uomo ( con la donna) preferisce, nella sua libertà, a Dio l’Avversario, l’uomo (con la donna) crede a lui piuttosto che a Dio.

Dalla Genesi all’Apocalisse quello che ci mostra la Bibbia è un Dio misericordioso e fedele, un Dio dai sentimenti forti, un Dio che, come un marito innamorato, è geloso ed insieme dà fiducia, si rallegra e si adira col popolo che ama, punisce ma sempre riprende il dialogo. Non il Dio freddo e  triste Motore Immobile, di cui parla Aristotile.  Non è il Dio che se ne sta beato nella sua trascendenza ad amare se stesso aspettando che siano gli altri ad amare lui. No,  è un Dio che non aspetta di essere amato ma è Colui che fa sempre il primo passo, che sempre prende l’iniziativa, che sempre ama per primo e si offre alla sua creatura gratuitamente: è, insomma, come ha scritto Moltmann, il più «folle» innamorato dell’Universo!”

Dio è amore, e in suo dinamismo è quello dell’amore. Questo amore non poteva rimanere inespresso, tutto centrato sulla sua persona. Così fin  dall’inizio dei tempi egli ha cercato degli interlocutori che gli corrispondessero. Per questo ha generato la Parola, il Verbo svuotandosi completamente della sua divinità e trasferendola al Figlio: “…tra sacri splendori;/dal seno dell’aurora,/ come rugiada, ti ho generato”(Salmo 110. 3)..

In questo atto di espropriazione dettato dall’amore viene generato anche il Soffio, lo Spirito “che dal Padre e dal Figlio procede”.

Ed è proprio Dio nella sua trinità, non pago di questa relazione intradivina, che opera prima della storia e dentro la storia per cercare l’ interlocutore che sappia corrispondere, in piena libertà, al suo amore.

Il Dio trinitario non solo non è un Dio immobile ma è anche un Dio che dialoga, un Dio che costruisce il mondo e la sua evoluzione nel confronto. La Bibbia ci dice che Dio dialoga con gli uomini e qualche volta si fa convincere come con Mosé. Ma la pagina più significativa di questo Dio che accetta di lasciarsi convincere dall’uomo è il dialogo con Abramo prima della distruzione di Sodoma e Gomorra ( Gn 18, 23-33). Qui Abramo “contratta” con Dio quanti giusti debbano esserci a Sodoma perché la città sia risparmiata. E quello che lo ascolta è un Dio paziente.

Ma Dio non dialoga solo con gli uomini. Innanzitutto dialoga con se stesso, dialoga con i Verbo e certo anche con lo Spirito. Possiamo pensare che la decisione dell’Incarnazione scaturisca da uno di questi dialoghi come anche l’apertura all’uomo del Paradiso e la creazione del Regno di Dio che coinvolge lo stesso mondo degli uomini. Anzi Incarnazione, Passione, Resurrezione, Ascensione, Pentecoste sono eventi legati da un solo filo rosso che riguarda il destino dell’uomo privato del paradiso terrestre e costretto a vivere in un universo vulnerato sottostando alla morte e ad una morte senza speranza di redenzione e risurrezione. Possiamo pensare che sia il Figlio, il Verbo,  visto che agirà in prima persona mettendo in gioco se stesso, a spingere il Padre a questa scelta per dimostrare che l’uomo è capace di elevarsi a livelli sublimi fino al sacrificio più completo[2]. Per dimostrare questo si spoglia della sua divinità e si fa uomo con tutti i limiti dell’umanità. E’ dal dialogo fra il Padre e il Verbo scaturisce questo nuovo destino che probabilmente è ben superiore rispetto a quello voluto all’origine (“felix culpa”) e rappresenta il passo in avanti decisivo per fare dell’uomo l’interlocutore permanente di Dio.

Dio non può costringere l’uomo a corrispondere al suo amore perché lo priverebbe della sua libertà. Deve proporsi e aspettare la sua risposta. L’incarnazione è appunto l’incontro fra Dio e l’uomo che garantisce questa libertà di risposta. Dio incontra l’uomo non “in modo divino” ma “in modo umano” nel Figlio incarnato e crocefisso. “Dio – osserva Jurgen Moltmann – non è mai tanto ‘grande’ quanto lo è nella sua umiliazione, mai tanto glorioso quanto lo è nella sua impotenza, mai tanto ‘divino’ quanto lo è nella sua incarnazione”[3]. Questa è la ragione dell’Incarnazione : fare dell’uomo un interlocutore pieno di Dio, “simile a lui” dirà Giovanni nella prima lettera.

 

 

2.  Il carisma: condividere la croce e la resurrezione

“Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, perciò , come potrebbe non darci ogni cosa  insieme con lui?…Cristo è morto. Anzi, egli è resuscitato, e ora si trova accanto a Dio dove sostiene la mostra causa” (Rom. 8,32 – 34).

 

“Che vi é nella vita che noi possiamo patire che non troviamo Egli abbia sofferto prima di noi e più di noi? Incomprensioni, fatiche, stanchezza, disprezzi, tradimenti, calunnie ,sofferenze dell’anima e del corpo…ecc….ecc.. tutte, tutte troviamo che Lui ha sofferto, per amor nostro, infinitamente di più di quello che possiamo patire noi…e allora; quale ne sarà la conclusione? E’ evidente , figliole carissime; può la sposa fedele non condividere la sorte dello Sposo? E dopo la croce, dopo la passione, la Resurrezione. Ugualmente dopo il Calvario di questa vita verrà per noi la resurrezione.( dalla Lettera circolare di Madre Florenzia alle suore della Pasqua del 1952). Su l’onta, su l’odio, sul peccato e sulla morte Gesù si innalza, Gesù trionfa…. Anche noi nella gioia della Pasqua dobbiamo risorgere dalla tiepidezza e dalle miserie della vita risvegliando in noi la vera pietà, il vero amore di Dio che apporta unione dei cuori, e renda degni dell’eterna dimora col Padre Celeste, dove le virtù praticate in terra, e particolarmente la carità, brilleranno come preziosissime gemme. (dalla lettera circolare di Madre Florenzia alle suore della Pasqua 1953).

 

Con la prima riflessione siamo giunti alla nascita da Gesù ed abbiamo visto come essa viene da lontano dalle origini della creazione e vada al cuore della Trinità, di quel dialogo intratrinitario che noi possiamo solo supporre ed immaginare ma che sicuramente appartiene all’essere di Dio ed è generato dalla sua essenza che è, non dimentichiamolo, l’amore. In questa seconda riflessione ci concentreremo sulla morte e quindi sulla resurrezione di Gesù. Non tratteremo della sua vita ma su un aspetto di essa dobbiamo soffermarci anche se brevemente.

Abbiamo detto che il Verbo per adempiere al progetto trinitario nell’incarnazione si è spogliato di tutto e si è fatto simile all’uomo. Si è spogliato anche della sua coscienza di essere Dio? Non abbiamo qui il tempo di approfondire questo tema[4] ma io credo di si perché altrimenti questa “spogliazione” non sarebbe stata totale e le sofferenze di Gesù avrebbero avuto tutto un altro significato. La nostra tesi, facendo tesoro della gran parte della riflessione teologica, è che la consapevolezza di Gesù di avere una missione affidatagli dal Padre e di quale fosse questa missione sia andata maturando nel corso della sua vita sotto la guida e l’assistenza continua dello Spirito che è intervenuto in momenti salienti. Uno di questi momenti è certamente il battesimo nel Giordano[5]. Comunque si sia sviluppata in Gesù questa sua consapevolezza indubbiamente essa è piena e completa sulla croce nel momento decisivo quando, come vedremo, chiama il padre con le parole del Salmo 22.

«Gesù è morto – osserva Moltmann –  con tutti i sintomi dello spavento più atroce. Come spiegare questo fatto?». Egli non morì come Socrate della morte serena del saggio e neanche come i martiri zeloti che morivano nella certezza di essere giusti agli occhi di Dio e nemmeno con la tranquillità data dalla fede con cui morivano i martiri cristiani. Come mai? Perché questa estrema angoscia? Perché questa morte «con forte grido e lacrime»?  La causa dell’estrema angoscia patita da Gesù va ricercata, per Moltmann, nel rapporto personale di Gesù col Padre su cui egli aveva impostato la sua intera vita come attuazione di un progetto trinitario.

Moltmann dice che sulla croce si compie un dramma: la Prima Persona della Trinità abbandona la Seconda, il Figlio, il Verbo, la Sapienza.

Ma che cosa significa “abbandono”? Non è una forma troppo enfatica, troppo definitiva? Certo “abbandono” non vuol dire separazione, annullamento perché Dio non può limitare e vulnerare se stesso.

Torneremo subito su questo interrogativo intanto osserviamo che proprio questo dramma della croce, «il grido di morte che Gesù lancia dalla croce è ‘la ferita aperta’ di ogni teologia cristiana», consapevolmente o inconsapevolmente. Una ferita che già a partire dalla riflessione neotestamentaria si cerca di risanare.

Al grido di Gesù in croce Paolo offre la sua risposta in Rm 8, 32 dove afferma: «Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?». Moltmann commenta: questo significa che «il Padre abbandona il Figlio «per noi», cioè lo abbandona per diventare il Dio e Padre degli abbandonati.»: è proprio nel momento del supremo abbandono dunque che maggiormente splende la luce della Trinità perché è proprio lì sulla croce che Dio si manifesta come amore, e come amore trinitario, infatti qual è il culmine dell’amore se non il consegnarsi all’altro, il donare la propria vita per amore dell’altro? E proprio «in questo avvenimento di donazione «per noi» sta l’unità dell’autodistinzione trinitaria di Dio» in quanto è nell’avvenimento della croce che «il Padre consegna il proprio Figlio alla morte assoluta; il Figlio consegna se stesso per noi; il sacrificio comune del Padre e Figlio avviene per mezzo dello Spirito Santo che congiunge e unisce il Figlio abbandonato con il Padre.».

Sulla croce è in gioco il rapporto fra Gesù e suo Padre, fra Dio e Dio: infatti Gesù non rivolge il suo grido al Dio dell’Alleanza ma specificatamente a suo Padre, non siamo di fronte al giusto sofferente dell’Antico Testamento che grida verso Dio ma al Figlio che grida al Padre. Questo lo evinciamo dal significato stesso del Salmo 22 nel quale il salmista non si lamenta compiangendo il proprio destino ma piuttosto si appella alla fedeltà di Dio. Il Salmo 22 può quindi essere considerato – osserva Moltmann – come una querela giudiziaria in cui l’orante non chiede a Dio di avere compassione di lui ma di mostrare la sua giustizia (“Si parlerà del Signore alla generazione che viene;/ annunceranno la sua giustizia;/ al popolo che nascerà diranno:/ ‘Ecco l’opera del Signore?” 31-32) .

Ed è appunto alla fedeltà del Padre nei suoi confronti (notiamo bene non alla fedeltà nei confronti dell’Alleanza o del popolo ma nei suoi confronti) che il Figlio si appella col suo grido perché questo abbandono da parte di Dio mette in gioco non solo l’esistenza personale di Gesù ma la sua esistenza teologica cioè la validità della sua predicazione su Dio, «con tale abbandono, sono allora fondamentalmente in gioco anche la divinità del suo Dio e la paternità del Padre suo, che Gesù aveva reso accessibili agli uomini. Se così stanno le cose, sulla croce non è in agonia soltanto Gesù, ma anche colui per il quale egli visse e predicò, cioè suo Padre.».

Per cui nel momento cruciale sulla croce prima di esalare l’ultimo respiro la lotta col Padre riguarda, a me sembra, più che il timore di un abbandono vero e proprio, il timore che, nel Padre, il rispetto per la Kenosi , “lo svuotamento”rischi di prevalere sul progetto stesso. Che altro infatti potrebbe essere? Abbandono del Figlio no, perché – abbiamo detto – Dio non può vulnerare se stesso. Dell’uomo Gesù? Ma esiste un uomo Gesù distinto, nel suo destino, dal Figlio di Dio?

A me sembra piuttosto che in questo drammatico dialogo intratrinitario fra il Figlio e il Padre, il Figlio ricordi al Padre che lui è stato fedele al progetto comune sino alla fine, ha rispettato lo svuotamento ed ha esaltato la sua umanità a cui nulla ha risparmiato. Ora tocca al Padre essere fedele e  resuscitarlo anche se questo vuol dire compiere un atto di potenza che in qualche modo contraddice la Kenosi, cioè lo stile di Dio, ma si tratta di un atto necessario senza il quale  il progetto non potrebbe realizzarsi.

L’avvenimento della croce è un avvenimento in cui vediamo Dio contro Dio in quanto lo scontro che separa il Padre dal Figlio è «un avvenimento che si verifica in Dio stesso, è stasis in Dio — Dio contro Dio -, se bisogna ritener per certo che Gesù ha testimoniato e vissuto la verità di Dio.».

Durante la sua vita terrena – dice la Lettera agli Ebrei -, Gesù si rivolse a Dio che poteva salvarlo dalla morte, offrendo preghiere e suppliche accompagnate da forti grida e lacrime. E siccome Gesù era sempre stato fedele a lui, Dio lo ascoltò”(5,7).

Lo “ascoltò” cioè fu fedele anche lui al progetto trinitario e lo resuscitò.  La resurrezione di Gesù è un fatto straordinario nella storia del mondo. Certo altre resurrezioni c’erano state come quella di Lazzaro, della figlia di Giairo, del figlio della vedova di Nain. Ma erano tutte resurrezioni di persone che comunque erano destinate a morire nuovamente. Quella di Gesù invece è una resurrezione per sempre che ha come prospettiva quella di vincere, per tutti, definitivamente la morte. Qui sta l’espressione di una potenza che certo contraddice la kenosi e che potrebbe forzare la libertà dell’uomo. Qui sta il cuore del dramma trinitario sulla croce che scuote, per quello che possiamo comprendere, l’essenza stessa di Dio.

E con la Resurrezione comincia un altro fondamentale capitolo della storia della creazione e del Regno di Dio.

 

 

 3.  Il carisma: “fare dell’eucarestia il centro della giornata”.

 

 “Mentre stavano mangiando, Gesù prese    il  pane, lo diede ai discepoli e disse. “Prendete,  questo è il mio corpo”. Poi prese la coppa di    vino, fece la preghiera di ringraziamento, la    diede ai discepoli e tutti ne bevvero. Gesù   disse :” Questo è il mio sangue offerto per tutti   gli uomini. Con questo sangue Dio conferma la   sua alleanza”(Mc. 14, 22-24).

Alle suore che si lamentavano della solitudine soprattutto in terra di missione, Florenzia diceva: “Gesù dimora con voi e quindi avete tutto. Amatelo Gesù. Ditegli spesso: Gesù ti amo. Resta con noi”.Una suora ricordava che: “Si intratteneva volentieri a lungo in Chiesa a colloquio col Signore e ci spingeva a trovare Gesù spesso, nelle diverse ore della giornata, e fare dell’Eucarestia il centro della giornata”.” Amiamo Cristo nell’Eucarestia, – scriveva – amiamolo a fatti e non a parole. Con Lui e per Lui le angustie della vita, sotto qualunque aspetto si presentino, si trasfigurano e diventa dolce l’amaro. Impareremo da Gesù Eucarestia come si opera e come si vive, come si spera e come si ama, come si pratica la virtù e come si manifesta”.

 

Fare dell’Eucarestia il centro della giornata e quindi della vita. Aveva ragione Florenzia, perché l’Eucarestia nel suo senso più vero e più pieno è la massima espressione della fede anzi è il momento in cui gli uomini cooperano con Dio alla costruzione del Regno e quindi si può parlare di questo sacramento come dell’officina, del laboratorio del Regno.

Sul “Regno di Dio fra vita terrena e vita eterna” ci siamo intrattenuti due mesi fa e quindi faccio riferimento a quella relazione[6]. La resurrezione di Gesù – dicevamo allora – ha rivoluzionato l’aldilà realizzando appunto quel Regno di Dio di cui parlava proclamando : “Convertitevi perchéil Regno di Dio è vicino”.  E in che cosa è consistita questa rivoluzione? Con la Resurrezione prima e l’Ascensione dopo Cristo inaugura il nuovo Paradiso che non è abitato solo da angeli ed arcangeli ma dagli uomini con i loro valori, la loro storia, la loro cultura. Con l’Ascensione il Regno di Dio si insedia nel Paradiso.

Tutto l’universo aspetta – scrive  S. Paolo – con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli. Il creato è stato condannato a non aver senso, non perché l’abbia voluto, ma a causa di chi ve lo ha trascinato. Vi è però una speranza: anch’esso sarà liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio. Noi sappiamo che fino ad ora tutto il creato soffre e geme come una donna che partorisce. E non soltanto il creato, ma anche noi che abbiamo, le primizie dello Spirito, soffriamo in noi stessi perché aspettiamo che Dio, liberandoci totalmente, manifesti che siamo suoi figli.” (Rom. 8, 18-23).

Questo quando tutto sarà compiuto e non ci sarà più distinzione per gli uomini fra la vita terrena e la vita eterna. Ma già oggi il Regno di Dio è in mezzo a noi, lo ha detto Gesù (Lc. 17,20) . Già oggi possiamo operare per la sua costruzione, per la sua realizzazione. Questo è il grande messaggio portato da Gesù e che la sua morte e resurrezione hanno reso possibile. Ma come?

Come matura il Regno di Dio su questa terra? Come opera Dio attraverso la Parola ed il Soffio? Che contributo possono dare gli uomini? Nell’incontro a cui ho fatto riferimento dicevo che per capire questo è utile riflettere sullo Spirito Santo, sulla santità e sull’Eucarestia. Sullo Spirito che soffia dove vuole, alimenta il discernimento, e costruisce continuamente patti di pace fra gli uomini; sulla Santità che è un ponte fra il già e non ancora e quindi l’Eucarestia che è il sacramento costituito da Gesù nell’ultima cena, l’ultimo atto prima di affrontare la Passione e la Croce. Oggi sulla scia del carisma di Florenzia riflettiamo in particolare sull’Eucarestia.

Ripartiamo dalle parole di Gesù: “Questo è il mio corpo che è dato per voi: fate questo in memoria di me… Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che è versato per voi” (Lc. 22, 19-20). E Matteo, Marco e Paolo che riportano la formula (Mt. 26,26-28; Mc. 14,22-24; 1Cor.11,23-25) ribadiscono oltre alla donazione della vita per gli uomini e alla richiesta di ripetere il rito  in sua memoria,  un passaggio rivelatore a proposito del calice: il calice è simbolo della nuova alleanza che Dio stabilisce per mezzo del  sangue di Cristo.

L’Antica alleanza era quella delle tavole della legge date a Mosé sul Monte Sinai. La nuova alleanza è quella sancita attraverso la passione morte e resurrezione di Gesù che apre la strada al progetto trinitario. Il progetto trinitario che ha per obiettivo quello di creare un nuovo rapporto dell’uomo con Dio che lo fa “simile a lui”( 1Gv. 3,2) è la nuova alleanza. L’Eucarestia è uno strumento, la via principale, che Gesù ha scelto per coinvolgere gli uomini nella costruzione del Regno di Dio a cominciare dalla vita terrena.

A ben vedere la via dell’Eucarestia ha una dimensione orizzontale ed una dimensione verticale. La dimensione orizzontale[7] è data dai rapporti con gli altri uomini qualificati dalla donazione fino alla donazione della vita, come ha fatto Gesù. “ Il corpo di Cristo ci è dato – scrive Arturo Paoli[8] – perché noi tutti lo assimiliamo e formiamo una comunità”. Gesù nella sua esistenza con la pratica della dimensione conviviale ( frequentazione delle abitazioni, partecipazione ai banchetti, condivisione dei pasti nei prati…) ha inserito nei rapporti umani l’esperienza di una fraternità aperta a tutti anche ai pagani (Mc 7, 24-30) e, “scandalosamente” ai peccatori e a gente non rispettabile in genere.  I discepoli che Gesù sceglie inaugurano un movimento credente che si caratterizza per la fraternità universale, promuovendo un modo di essere uomini e donne capaci di condividere tutto, nella gratuità e senza imposizioni. In questa fraternità il banchetto eucaristico ha un posto centrale come profezia e narrazione di un mondo nuovo, metafora escatologica di un mondo differente, annuncio e in qualche modo anticipazione del Regno. Rappresenta la speranza che l’amore può modificare le strutture di ingiustizia, di morte , di disprezzo per gli ultimi. “Fate questo in memoria di me”. E la stessa notte in cui lo tradiscono, convoca i fratelli a tavola e qui, al centro della celebrazione, trasforma la violenza in gratuità e il tradimento in accoglienza, offre loro l’unità e la vita del suo corpo”(X. Pikaza, Questo è l’uomo. Manuale di Cristologia, Borla, Roma 1999 p.408).

La dimensione verticale dell’Eucarestia è data dal rapporto della comunità con il Signore tramite il sacerdote. Il pane e il vino posti sull’altare rappresentano l’offerta della comunità che il Cristo trasformerà nel suo corpo e nel suo sangue. Più precisamente il pane rappresenta tutti gli sforzi che gli uomini compiono per promuovere nel mondo la giustizia, la fraternità e la pace; il vino rappresenta la fatica, la sofferenza, il dolore pagati per questo impegno. Ecco questo la comunità degli uomini, legati dalla fraternità, riuniti intorno all’altare offrono sotto le sembianze del pane e del vino: il loro contributo all’edificazione del Regno alla creazione di relazioni, esperienze, istituzioni, strutture fondate sulla convivialità e l’accoglienza. E questo in ogni chiesa, in ogni comunità, ovunque si celebri l’eucarestia. Donano, nel solco della memoria di Cristo, tutti se stessi come sacrificio vivente (Rom.12,1.2) e Cristo tutto benedice e mentre accoglie tutto come materiale per la costituzione del Regno, a sua volta, offre all’uomo se stesso, sotto le sembianze del pane e del vino, perché l’uomo trovi la forza di continuare a lottare.

Sono due gli aspetti che emergono in questo ragionamento: i beni della terra che vengono trasformati nel corpo e nel sangue di Cristo; la dimensione escatologica del sacramento.

“Le nuove  formule offertoriali della liturgia cattolica – osservava Max Thurian, monaco di Taizé ed osservatore al Concilio Vaticano II, in un libretto del 1982[9] – sono molto ricche di significato. Il pane è frutto della terra, il vino frutto della vite; l’uno e l’altro sono frutto del lavoro dell’uomo; li presentiamo a Dio dell’universo perché diventino pane della vita e vino del regno eterno, il corpo e il sangue di Cristo. La liturgia indica qui un duplice passaggio: il frumento e la vite sono stati lavorati dall’uomo per dare origine al pane e al vino; l’uomo li offre al creatore, affinché  mediante il suo Spirito li trasformi per farne il corpo e il sangue di Cristo. Questo duplice passaggio della creazione è espresso dall’offertorio e dalla consacrazione”.

I beni della terra e del lavoro dell’uomo vanno ben al di là come abbiamo detto e come ci ricorda la costituzione conciliare Gaudium et Spes all’art.39 che richiama anche la loro dimensione escatologica: ”I beni, quali la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà, cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li troveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati , allorquando il Cristo rimetterà al Padre il regno eterno e universale”.

Appena prima, al n.38, la stessa Costituzione aveva detto: “Un pegno di questa speranza ed un viatico per il cammino il Signore lo ha lasciato ai suoi in quel sacramento della fede nel quale degli elementi naturali, coltivati dall’uomo, vengono tramutati nel corpo e nel sangue glorioso di Lui, come banchetto di comunione fraterna e pregustazione del convito del cielo”.

Tutto il creato, commenta Bruno Forte, è in un certo modo presente nel pane e nel vino dell’Eucarestia, “elementi della natura , coltivati dall’uomo”: le realtà creaturali e l’azione umana nell’universo vi sono comprese. Siamo di fronte ad radicale apertura e chiamata alla gloria. L’universo nella sua pienezza si muove ed è attirato verso la trasformazione escatologica, significata al presente nella conversione eucaristica[10].

Questa prospettiva che vorrebbe affrancare l’Eucarestia dalla pietà devozionale e aiutarla ad avere quel respiro cosmico voluto da Cristo mi rimanda ad una delle più belle ed ispirate pagine del gesuita scienziato Pierre Teilhard de Chardin con cui apre il suo saggio “La Messa sul Mondo”:

Poiché ancora una volta, o Signore, non più nelle foreste dell’Aisne ma nelle steppe dell’Asia, sono senza pane, senza vino, senza altare,mi eleverò al di sopra dei simboli sino alla pura maestà del Reale; e Ti offrirò, io, Tuo sacerdote, sull’altare della Terra totale, il lavoro e la pena del Mondo”.

 

Conclusione

Vorrei concludere tornando a Florenzia meditando sul percorso della sua fede che, se riflettiamo bene, si concentra tutta nella donazione di sé per gli altri, per gli ultimi che è il cuore della missione del Verbo. Una donazione che va, per il Verbo, dallo svuotamento totale della sua divinità nel Presepio per farsi simile ai poveri che lo accolsero per primi;  che giunge fino al sacrificio estremo della Croce dove, abbiamo visto, mette in gioco persino il suo rapporto col Padre in uno scontro intratrinitario che riguarda la fedeltà; ed infine il sacramento della donazione per eccellenza che ha istituito nella notte in cui fu tradito e cioè l’Eucarestia.

L’Eucarestia che raccoglie, per Florenzia,  il messaggio del Presepe e della Croce e diventa, abbiamo detto, il centro della giornata e della vita. La Madre usava consigliare alle sue figlie di dividere la propria giornata in due momenti: il momento dell’attesa dell’Eucarestia, e il momento della riflessione sull’Eucarestia ricevuta. Non attese e riflessioni solo contemplative ma, come lo richiedeva il carisma, attese e riflessioni operose e cioè incarnate nella vita quotidiana, nei problemi delle donne e degli uomini, nella continua costruzione della fraternità all’interno dell’Istituto e con la gente, nell’assistenza degli emarginati a cominciare dai bambini e delle donne abbandonate, nell’educazione alla vita ed alla fede. E questo senza risparmiare fatiche, dolori, umiliazioni, incomprensioni. Tutto questo Florenzia raccoglieva nell’attesa perché sull’altare sotto i simboli del pane e del vino, divenissero corpo e sangue del Signore. Quel corpo e quel sangue che le permettevano di tonare a impegnarsi nella vita: rinfrancata, rassicurata con più convinzione ed entusiasmo con la certezza che avrebbe saputo far fronte ad ogni avversità.

Ed in questo laboratorio che condivideva con le sue figlie cresceva e si sviluppava l’Istituto: da Lipari, alla Sicilia, a Roma, nelle missioni del Brasile e del Perù.

Un Istituto che oggi è affidato a voi e, se permettete a tutti noi che condividiamo il vostro impegno e la vostra missione, su questa terra. Ma anche un Istituto  che è già – se crediamo a quello che ci siamo detti –  in una modalità che non conosciamo ma possiamo solo immaginare , nell’eternità del Regno di Dio.

Si, sicuramente l’Istituto nel Regno vi è già perché lì è Florenzia, perché lì sono le suore e tanti amici che hanno amato e sostenuto l’Istituto e che ci hanno preceduto e perché, infine, certamente questo Istituto è una struttura di solidarietà, di condivisione,  di accoglienza che il Signore pezzo per pezzo, giorno per giorno raccoglie dalle nostre mani, attraverso il celebrante, nel momento dell’Eucarestia e trasferisce nella vita eterna. E così sia.


[1] D.W. Mitchell in “Saggio sulla knosis cristiana nell’ottica del dialogo interreligioso (Nuova umanità), XXV (2003/3-4) 147-148, pp. 457-502). Osserva che nella Scrittura “svuotarsi”è spesso messo in relazione con “sgorgare”. Per esempio nel libro del Genesi (24,20), Rebecca ‘svuota’ l’anfora dell’acqua che sgorga dal pozzo. In Isaia (53,12) il Servo Sofferente , al quale è spesso collegato Gesù, si svuota a tal punto della sua vita che di lui si dice che “ha consegnato se stesso alla morte”. Il termine kenosis è una parola che combina entrambi i significati: svuotarsi e sgorgare; è in questo modo che Paolo lo usa per descrivere lo svuotamento di Gesù.  E’ una “negazione di sé” e al contempo una “donazione di sé”.

[2] La posizione di von Balthasar è diversa: è il Padre che “dispone” l’incarnazione ed il Figlio “obbedisce” sotto la spinta dello Spirito. “Il Figlio che obbedisce è una cosa sola con il Padre che dispone e lo invia, ma se c’è una differenza fra l’uno e l’altro questa è ‘compensata’ dalla mediazione dello Spirito come Colui che consente la pienezza dell’incontro fino alla completa identificazione della volontà di inviare del Primo e con la volontà di accettazione obbediente del Secondo. La narrazione neotestamentaria attesta chiaramente il ruolo attivo dello Spirito nell’evento dell’Incarnazione, come attesta l’assoluta disponibilità del Figlio affinché avvenga di Lui quanto stabilito dalla volontà del Padre. Nell’economia della rivelazione dunque la Trinità si presenta secondo questo schema di successione…: il Padre dispone l’invio per la missione, lo Spirito media ed attua, il figlio accetta.” (M. Paradiso, Nell’intimo di Dio. La teologia trinitaria di Hans Urs von Balthasar, Citta nuov, Roma 2009, pag. 281-282). W.Kasper riprende questo concetto in una forma più semplice e lineare: “Lo Spirito, il vincolo personificato della libertà nell’amore tra il Padre e il Figlio, è il mezzo nel quale il Padre invia il Figlio liberamente e per pura grazia, e nel quale egli trova i Gesù, il partner umano, il mezzo nel quale ed attraverso il quale egli risponde fedelmente e in modo storico alla missione affidatagli dal Padre” (Jesus der Christus, Mainz, 1974). Questa iniziativa del Padre trova riscontri significativi anche nella Scrittura. Non solo nella parabola dei vignaioli assassini del Nuovo Testamento ma anche nella vicenda dell’Antico Testamento in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificare il suo unico figlio Isacco.

[3] J.Moltmann, Trinità e Regno di Dio. La dottrina su Dio, Queriniana, Brescia, 1983, pag. 132

[4] Una riflessione più ampia anche se ancora parziale e incompleta l’abbiamo tentata nella riflessione fatto il 14 dicembre 2012 al Corso di catechesi per adulti nella chiesetta del Pozzo affrontando il tema “Chi voi dite che io sia?”. Per chi fosse interessato ad approfondire e per trovare le indicazioni per un approfondimento può trovare quella mia relazione sul mio sito: http://www.michelegiacomantonio.com.

[5] Non farei riferimento all’incontro con i dottori nel tempio di Gerusalemme perché dovremmo aprire una riflessione sui “vangeli dell’infanzia” sul loro significato e sulla composizione dei Vangeli che è avvenuta “in progress”. Rimando su questo alla mia relazione citata.

[7] Per la stesura della dimensione orizzontale ho fatto riferimento, in particolare, a C.Donolo, L’esistenza eucaristica di Gesù di Nazaret.

[8] A. Paoli, Il difficile amore. Un uomo scendeva, Cittadella Editrice, Assisi 2008, p.73.

[9] M.Thurian, Il mistero dell’Eucarestia, Ed.Paoline, 1982.

[10] B. Forte, La Chiesa nell’Eucarestia, D’Auria, Napoli, l975, pag.305 – 306.

 

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