Una storia di settemila anni fa. La prima colonizzazione

(da “Navigando nella storia delle Eolie”, Pungitopo. 2010)

Era molto tempo che lui ed i suoi amici guardavano quelle isole là in fondo, sull’orizzonte. Le isole del tuono e del fuoco le chiamavano perché giungevano, portati dal vento, rombi fortissimi e la notte brillavano come mille fuochi accesi. Erano il regno dei demoni, qualcuno diceva e molti ci credevano. Ma lui no e nemmeno i suoi amici. Così avevano iniziato a discutere come andarci e quando andarci. Non era solo spirito di avventura. Volevano vedere com’erano quelle terre, se erano grandi, se c’era acqua e soprattutto se c’erano pietre dure e forti. Le pietre erano un materiale importante per vivere. Ma bisognava aspettare la stagione più calda quando i venti si calmavano e con essi il mare, anche se qui, di questo,i non si poteva essere mai certi. Anche nella stagione del bel tempo scoppiavano forti mareggiate.

La zattera era già pronta, l’avevano costruita da tempo e con essa avevano fatto molti viaggi lungo la costa. Avevano raggiunto la punta che si protendeva verso le isole ma si erano accorti che una volta giunti lì il cammino era ancora lungo. Ma in sei remando ad un certo ritmo se non in un giorno, sicuramente in due ce l’avrebbero fatta.

E così un mattino di grande calma nel cielo e nel mare partirono. Partirono prima che sorgesse il sole e trovarono una buona corrente che lì aiutò nella traversata. Quando il sole cominciò a calare erano già in vista dell’isola più vicina, quella che aveva una grande bocca che brontolava in continuazione e dalla quale uscivano fumi e vapori. Anzi tutta l’isola emanava fumi e vapori. Avevano già deciso che non sarebbe stata quella la loro meta. Loro erano coraggiosi ma perché sfidare la fortuna? Così quando raggiunsero l’isola le passarono a fianco in uno stretto canale che la divideva da un’isola vicina, più grande, ma anch’essa con tante bocche di fuoco.  Proprio una di queste si levava alla loro destra e il percorso fra le due bocche non fu piacevole.

Vogarono tutta la notte fra boati e bagliori infuocati. In alcuni punti, lungo la costa, persino il mare bolliva e per quanto fossero coraggiosi il loro cuore si era ristretto e batteva forte come se volesse schizzare dal petto. Ma poi erano giunte le luci del giorno e, con esse, era tornata la forza ed il coraggio. Ma era bene che non ci si  fermasse nemmeno a quest’isola, era meglio che si puntasse alla terza che si scorgeva più in fondo. Anche lì c’erano le bocche di fuoco ma non sembravano tanto impetuose e poi l’isola era più verde, c’erano alberi e piante e forse avrebbero trovato anche dell’acqua.

I compagni erano stremati ma furono d’accordo. Era lui il capo e quello che diceva era quasi sempre giusto. Così arrivarono ad una spiaggetta e poterono tirare a secco la zattera.  Poi si gettarono sulla sabbia per riposare. Passarono nell’isola diversi giorni perché lui il capo voleva conoscere, vedere tutto, capire. C’era acqua dolce e anche frutta per mangiare. C’era anche della selvaggina da cacciare. Ma lui, il capo, guardava sempre l’isola di fronte che gli pareva la più grande e la più misteriosa.

Ed un mattino misero la zattera di nuovo in mare e vogarono verso la costa di fronte.  Non fu difficile ed anche qui, tirata la zattera a riva, decisero di vistare l’isola.

–         Saliamo in cima al monte, disse lui il capo, così possiamo avere una visione di tutto.

Ed infatti in cima c’era un pianoro da cui si poteva scorgere tutto l’orizzonte. L’isola che avevano lasciato, la prima che avevano incontrato e poi, molto più lontano, altre isole che sembravano più piccole ma tutte con la loro bocca di fuoco ed il loro pennacchio di fumo.

–         Questa mi sembra l’isola più importante, il centro. – disse ancora lui, il capo – Non ce ne andremo di qui se non l’avremo tutta visitata. Ora riposiamoci e poi, in cammino.

E fu così che camminando ed osservando, tutto con grande, curiosità giunsero ad una collina di pietre bianche in mezzo alle quali ve n’erano di nere che brillavano al sole. Fecero l’ultimo tratto di corsa.  Di che si trattava? Non avevano mai visto nulla di simile. Con circospezione ne presero una e videro che era pesante ma limpida come l’acqua che quasi ci si poteva specchiare. Provarono a vedere se fosse anche forte e resistente. E dopo averci pestato sopra con un’altra pietra più grossa, la prima  andò in frantumi e produsse mille schegge. Schegge taglienti come nessuna pietra lo era.

– Questa è una grande scoperta,  disse lui il capo,  dobbiamo tornare la villaggio sulla costa e parlarne agli altri. Con questa pietra si possono fare armi per cacciare, armi per difenderci, si possono tagliare i frutti della terra, si può incidere il legno, e tante altre cose. Ma non bisogna diffondere troppo la voce. Bisogna dirlo solo ai capi e prepararci a trasferirci su quest’isola con le donne ed i bambini. Si, qui si può vivere. E se fa troppo paura abitare su quest’isola potremmo vivere su quella di fronte e venire qui di tanto in tanto a raccogliere le pietre nere per lavorarle.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...