Florenzia, testimone nel mondo della vita buona del Vangelo

Il 27,28 e 29 dicembre del 2011 , nel 138 anniversario della nascita della loro Fondatrice,le Suore dell’Immacolata Concezione di Lipari hanno promosso tre giornate di spiritualità  riflettendo su “Educare alla vita buona del Vangelo”, gli orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020”, e la testimonianza della Serva di Dio Madre Florenzia Profilio. Pubblichiamo le tre relazioni introduttive.

Favorire la crescita integrale della persona

“ Se sei il Figlio di Do, di che questi sassi diventino

pane. Ma egli rispose:’ Sta scritto: Non di solo pane

vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca

di Dio” (Mt. 4, 3-4).

L’obiettivo fondamentale della proposta educativa della comunità cristiana è “promuovere lo sviluppo della persona nella sua totalità, in quanto soggetto in relazione, secondo la grandezza della vocazione dell’uomo e la presenza in lui di un germe divino” (Educare alla vita buona del Vangelo, n.15).

E’ questo il punto focale degli orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020. E mi sembra con solide ragioni. Infatti la crisi etica che caratterizza la nostra epoca ormai da diversi decenni, sta proprio nella mutilazione che colpisce le persone privandole di valori e di speranze, riducendole ad interessi tutti materiali (potere, denaro, sesso) e provocando quindi una banalizzazione della loro esistenza.

Sul piano della ricerca delle cause di questa mutilazione si sono distinte molte scuole di pensiero a cominciare, in particolare, dall’800. Si puntò il dito sull’ordine sociale esistente sostenendo che era proprio la ricerca del consenso per il mantenimento di questo ordine che creava la mutilazione. Chi voleva cambiare questo ordine sociale venne definito allora sovversivo o rivoluzionario, chi invece voleva mantenerlo veniva definito conservatore o reazionario. Per molto tempo anche la religione venne considerata parte di questo ordine sociale e venne accusata di predicare la rassegnazione invece che la ribellione a questa mutilazione.

E’ sul finire dell’800 con il pontificato di Leone XIII che la Chiesa avvia una sua critica all’ordine sociale esistente e qualche decennio dopo un pensatore cattolico francese, Emanuel Mounier parlerà a proposito dell’ordine sociale esistente come di “disordine costituito” ed un altro, Jacques Maritain

Ha affermato all’esigenza di promuovere un “umanesimo integrale”.

Il considerare l’uomo nella sua dimensione materiale sostenendo che questa è l’unica a poter essere percepita concretamente o, al contrario, a considerlo nella sua dimensione integrale ha riflessi anche sulla visione della società e sulla qualità dello sviluppo.

Nel dopoguerra la propaganda sovietica da una parte e quella americana dall’altra tendevano a dimostrare la superiorità dei loro sistemi sociali confrontando le performance dei rispettivi paesi misurate quantitativamente a cominciare dal PIL (il prodotto interno lordo). Un paese si considerava tanto più civile ed avanzato quanto più produceva beni materiali.

E’ Paolo VI, nel 1967  nella Populorum Progressio, ad affermare la necessità di un altro concetto di sviluppo non più fondato sulla dimensione quantitativa ma su quella qualitativa. Il papa ricordava che avere di più per i popoli, come per le persone, non può essere lo scopo ultimo perché ogni crescita è ambivalente. E’ necessaria per permettere all’uomo di essere più uomo ma se diventa il bene supremo che impedisce di guardare oltre allora è una prigione. La ricerca esclusiva dell’avere diventa un ostacolo alla crescita  dell’essere e si oppone alla sua vera grandezza. Per le nazioni come per le persone, l’avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale.

Certo lo sviluppo economico e sociale pretende un numero sempre più grande e più specializzato di tecnici ma pretende anche e di più – ricorda Paolo VI –  “uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d’un umanesimo nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i valori superiori di amore, amicizia, preghiera e di contemplazione”.

L’ideale da perseguire è quello di passare da forme di sviluppo meno umano a quelle sempre più umano. Il paragrafo della Populorum Progressio è, a questo proposito, da leggere integralmente.

“Meno umano: le carenze materiali di coloro che sono privati del minimo vitale, e le carenze morali di coloro che sono mutilati dall’egoismo. Meno umane: le strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni. Più umane: l’ascesa dalla miseria verso il possesso del necessario, la vittoria sui flagelli sociali, l’ampliamento delle conoscenze, l’acquisizione della cultura. Più umane altresì: l’accresciuta considerazione della dignità degli altri, l’orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace. Più umane, ancora: il riconoscimento da parte dell’uomo dei valori supremi, e di Dio che ne è la sorgente e il termine. Più umane, infine e soprattutto: la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell’uomo, e l’unità nella carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini”.

E nel 1971 parlando alla Federazione Europea per l’educazione cattolica degli adulti, sempre Paolo VI affermava che : “la vera formazione consiste nello sviluppo armonioso di tutte le capacità dell’uomo e della sua vocazione personale, in accordo ai principi fondamentali del Vangelo e in considerazione del suo fine ultimo, nonché del bene della collettività umana di cui l’uomo è membro e nella quale è chiamato a dare il suo apporto con cristiana responsabilità”.

In sintonia con questo pensiero la Costituzione pastorale”Educare alla vita buona del Vangelo afferma che “la  fede è radice di pienezza umana, amica della libertà, dell’intelligenza e dell’amore. Caratterizzata nella fiducia nella ragione, l’educazione cristiana contribuisce alla crescita del corpo sociale e si offre come patrimonio per tutti, finalizzato al perseguimento del bene comune”.(Educare alla vita … n. 15).

Florenzia non ha mai pensato ad un’attività separata dal mondo, ma ad una esperienza immersa nei problemi di tutti i giorni e teso allo sviluppo armonioso di tutte le capacità dell’uomo.. E questo sia nella sua opera assistenziale (bambini abbandonati, mendicicomio), sia in quella rivolta ai malati ( negli ospedali), sia in quella scolastica.

In un primo momento la sua vocazione nella Lipari o negli Stati Uniti di fine 800 e primi del 900 di fronte alla miseria, all’emarginazione,  ai drammi dell’emigrazione si concentra a tentare di dare una risposta ai bisogni più immediati per combattere l’abbrutimento e risvegliare i tratti dell’umanità. In particolare si concentra sui bambini abbandonati ed le ragazze lasciate sole ad affrontare i problemi della maternità perché sono questi i drammi più evidenti in una Lipari segnata dal confino dei coatti e da giovani borghesi che, nella loro arroganza, ritenevano di avere solo diritti e nessun dovere.

Ma con l’andare del tempo, quando comincia ad operare nelle grandi città della Sicilia come Catania e soprattutto Palermo allora Florenzia scopre che non esistono solo le povertà materiali ma anche le povertà morali e che anche i figli della borghesia hanno bisogno di una educazione che permetta a loro di crescere in umanità. E così a fianco alle attività nei confronti degli ultimi e degli emarginati si sviluppano anche quelle rivolte alle famiglie agiate sia per quanto riguarda i bambini delle scuole dell’obbligo sia per le ragazze che si trasferiscono in città per ragioni di studio.

Ed ancora oggi l’attenzione delle suore si muove in un raggio ampio per cui mentre in Brasile ed in Perù c’è tutta una attività che cerca di incidere nel mondo della miseria e dell’analfabetismo, da noi ci si indirizza a fare crescere nei bambini la creatività coltivandone lo stupore e l’immaginazione.

Formare alla vita secondo lo spirito

 “Se il Signore non costruisce la casa,

invano vi faticano i costruttori.

Se il Signore non custodisce la città,

invano veglia il custode”

Salmo 127

Lo sviluppo integrale della persona e lo sviluppo qualitativo dell’economia e della società sono obiettivi che vanno condivisi con tutti gli uomini di buona volontà. Paolo VI nella  graduatoria verso l’umanità più piena pone al gradino più alto“la fede in Dio e l’unità nella carità di Cristo”. E questo perché sa bene che un’opera così ardua  deve avere un fondamento forte. Anzi il più forte che ci sia.

Non una fede astratta fatta di formule e professioni formali, ma una fede viva capace di innervare tutta l’esistenza delle persone. Cioè una fede che si esprime innanzitutto in una spiritualità.

“La Chiesa promuove nei suoi figli anzitutto un’autentica vita spirituale, cioè una esperienza secondo lo Spirito (cfr. Gal 5,25. Essa non è frutto di uno sforzo volontaristico, ma è un cammino attraverso il quale il Maestro interiore apre il cuore alla comprensione del mistero di Dio nell’uomo: lo Spirito che il “Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto “ (Gv 14,26)”. Educare alla vita buona del Vangelo, n. 22.

S.Paolo. Romani (12,1-2). “Offrire i corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.

L’accoglienza del dono dello Spirito, porta ad abbracciare tutta la vita come vocazione. (Educare… n. 23).

Ci sono diversi percorsi di spiritualità. Florenzia nella sua vita ne ha perseguito uno originale molto vicino a quella “piccola via” di cui fu grande maestra Teresa di Lisieux oggi non solo santa ma dottore della Chiesa.

Tutta l’attività di Florenzia, quella che lei ha vissuto e quella che ha testimoniato innanzitutto alle sue figlie, è permeata da una profonda spiritualità che è l’anima della sua umanità e della sua personalità.

Una spiritualità che parte dalla preghiera radicata nel silenzio.  “Insegnava alle suore – ricorda suor Gemma – che il vero silenzio è tale solo quando l’anima si incontra con Dio. Era solita ripetere il detto di Santa Chiara:’ A nulla vale il silenzio della lingua se con il Signore non ragiona il cuore’. Capire l’unione con Dio è capire il perché del nostro silenzio. Il silenzio, diceva, è una tale forza trasformatrice che ci fa scoprire la nostra povertà umana, la nostra incapacità, i nostri limiti”.

Diceva anche: “Gesù parla alle anime silenziose. Quando si accorge che nel nostro cuore si nutrono pensieri che non sono per lui, ci lascia sole e non si può conoscere la via che porta al cielo”. Non era una semplice osservazione devota, ma il frutto di un’esperienza verificata lungo tutta l’esistenza fin da quando, appena bambina, nel giorno della prima comunione, nel silenzio del raccoglimento, sentì dentro di sé, forse per la prima volta, quella ‘voce’ che la guiderà sempre nei momenti decisivi della propria esistenza.

Preghiera e silenzio formano in Florenzia un binomio inscindibile perché Florenzia fin da bambina aveva capito che la preghiera era conversazione con Dio, con Gesù, con la Madonna. Era lode, intercessione, supplica ma anche ascolto. E Gesù e la Madonna spesso rispondevano a Florenzia. Ed è certamente questa confidenza che diede alla Madre quella grande forza per affrontare e superare le difficoltà e le avversità. “La preghiera – ha raccontato una suora – fu il suo respiro, scaturiva dal suo cuore semplice ed umile, quando le difficoltà diventavano più aspre, ci incoraggiava a pregare di più e meglio. Molte volte l’ho visto come assorta in preghiera davanti ad un piccolo fiore. Tutto era per lei occasione di incontro con il Signore”. “La preghiera – aggiunge suor Gemma – era l’unica sua arma, il suo alimento giornaliero, il suo sostegno a cui si appoggiava nella furiosa procella che sembrava scaraventare tutta la sua opera nel profondo del mare. Non trascurava mai l’orazione mentale, non solo quella a cui era chiamata tutta la comunità. Ma tutta la sua vita, si può dire, sia stata una meditazione. Tutta la natura era la scala per elevarla alla contemplazione della bontà, dell’onnipotenza, della scienza e della bellezza e soprattutto dell’amore di Dio per la sua creatura.

E proprio di fronte alle difficoltà ed alle avversità Florenzia si è ricordata della grande lezione di Francesco, quella di affrontarle con “perfetta letizia” che poi significa riuscire a togliere il proprio “io” come centro della propria vita e sapersi abbandonare a Dio  facendo di lui il cuore della propria esistenza. Una suora ricorda che usava dire : “le contrarietà sono le forti carezze di Dio… Ella considerava le difficoltà, le prove che dava il Signore per saggiare la sua fiducia in Lui, ma Lui stesso, era certa, le avrebbe risolte”. E suor Pia Rusignolo aggiungeva .”In mezzo a tante ingiustizie ed incomprensioni, la Serva di Dio non emise mai una parola di lagnanza né una mormorazione; sapeva accettare, soffrire, tutto conservava nel cuore, non cessava mai di pregare. La si vedeva serena, con un atteggiamento che ispirava fiducia e abbandono nella divina Provvidenza”.

E l’abbandono a Dio diventa  concreto e percepibile in Gesù Cristo rivissuto attraverso  le icone del presepio, del crocifisso, dell’eucarestia. “La Madre amava di un amore appassionato Gesù Crocifisso – ricorda una suora -, la meditazione della Passione del Signore era il suo nutrimento di ogni giorno. Non c’erano incontri personali che la Serva di Dio non facesse riferimento a tale doloroso Mistero. Ci diceva :’Può la sposa fedele non condividere la sorte dello Sposo?’(…) La considerazione dell’esempio sublime del Dio Crocifisso e della gloriosa Resurrezione vi animerà a trasformarvi in anime generose, in spiriti forti ed umili… Così solo imparerete come si opera, come si vive, come si spera e come si ama, come si pratica la virtù e come si manifesta.”.Quanto al Presepio usava ripetere che era “scuola di Santità”. “E in vero ogni virtù  non solo vi è predicata in pieno: il distacco dal mondo, la povertà, l’umiltà, la mortificazione, lo spirito di penitenza, l’ubbidienza, il sorriso della gioia nella sofferenza di ogni privazione; l’abbandono, la purezza dell’innocenza che abbraccia il dolore della vita… e tutto questo per amore di noi e perché imparassimo da Lui unico e vero Maestro, il Quale più tardi poté dire: Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”

Infine la centralità dell’Eucarestia. Suor Colomba ricordava che il silenzio per la Madre era importante per mantenere quel raccoglimento necessario a tenere la nostra anima costantemente unita a Dio e a tale scopo invitava le suore a dividere la giornata in due periodi di raccoglimento. La prima mezza giornata raccolte come se fossero in costante ringraziamento per l’Eucarestia ricevuta la mattina, mentre la seconda mezza giornata doveva essere vissuta come preparazione alla Comunione da ricevere l’indomani1. Altre suore ricordano che era sua principale preoccupazione nell’aprire una casa che vi fosse la cappella arredata e curata come si conviene alla dignità del luogo; che ivi possibilmente fosse celebrata ogni giorno la Santa Messa, cui partecipassero le suore ed eventualmente altre persone. Voleva che la liturgia fosse celebrata con solennità e che i canti fossero eseguiti con cura per questo faceva studiare la musica alle suore che ne avevano l’inclinazione2.

.Ed è attraverso questo percorso che Florenzia giunge all’amore per i bisognosi  e quindi all’impegno di operare per la crescita integrale della persona.

Alle suore missionarie in Brasile che erano andate a prestare la loro opera negli ospedali scriveva: “Oh, come sarebbe bello se in uno dei tanti ammalati trovereste Gesù in persona! Ma se non Lo trovate visibile, Lo troverete sempre invisibile. Quindi quando avvicinate l’ammalato andate con quel pensiero che vedete Gesù”1. E il commento di una suora a questa lettera è molto pregnante:: “Ecco in Madre Florenzia il motivo teologico della carità per il prossimo: ‘il corpo mistico di Cristo’ da curare, così come si legge in Mt 25,26:”Tutto ciò che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me”2. Per Florenzia divennero ‘Gesù’ i fanciulli abbandonati e bisognosi, le giovani universitarie da ospitare, le anziane, gli ammalati, “quanti non trovano sulla terra l’atmosfera della pace cristiana e la fortezza serafica”3

Suor Colomba ricordava che Florenzia usava dire frequentemente: “Quando un povero bussa alla nostra porta, bisogna accoglierlo ed aiutarlo, perché in lui c’è l’immagine di Gesù Cristo”4.“I poveri bussavano con fiducia alla porta, – ricorda suor Gemma nei suoi appunti – non tollerava che se ne andassero a mani vuote e se qualcuno si mostrava avaro nei loro confronti, ne esigeva la riparazione. Anche alle ammalate andavano le sue attenzioni ed erano oggetto delle sue predilezioni. Non lasciava intentato alcun rimedio pur di ridare loro salute e vigore”.5

Così il cerchio si salda. Florenzia può sviluppare una forte opera caritativa che non si ferma ma, anche nei momenti di maggiore difficoltà, perché quest’opera è alimentata da una spiritualità così intensa.

Come Teresa di Lisieux, ma anche come Charles de Faucaud e persino come Francesco d’Assisi, Florenzia può essere definita come una mistica dell’esistenza. Infatti la sua testimonianza di fede sta tutta nella propria esperienza. Non ha scritto molto, non ha lasciato testi di spiritualità. Di scritti suoi è rimasto poco, non più di un centinaio di pagine: i cenni autobiografici, alcune lettere ad alcune suore, 21 lettere circolari firmate come Madre generale per le quali forse si è fatta aiutare dalla vicaria. E’ rimasta invece la sua Congregazione, che è la grande opera che porta la sua impronta profonda e che più di ogni altra cosa parla della sua spiritualità.

Ne parla innanzitutto nella sua struttura. L’Istituto non è nato in un giorno, non è nato pianificato fin dall’origine, è nato lungo i cinquant’anni in cui Florenzia lo ha guidato, ma anche lungo gli altri 53 anni che, morta Florenzia, esso ha continuato a procedere nel suo insegnamento e nel suo spirito.

L’esperienza di questo Istituto passa attraverso tre fasi, tutte già tracciate quando Florenzia era in vita : quella dei piccoli centri di provincia, quella delle grandi città, quella della missione nell’America Latina. Sono tre tappe che evidenziano dimensioni diverse della quotidianeità: quella della povertà confinante con la miseria dei piccoli centri della Sicilia dei primi decenni del 900 di cui Lipari è un emblema; quelle delle grandi città a cavallo della seconda guerra mondiale dove oltre ai problemi della guerra cominciavano a intravvedersi i segni delle nuove povertà cosiddette immateriali, e quelle infine dell’America Latina dove si ha a che fare con una povertà estrema e spesso con la sopraffazione che nega i diritti umani. E’ in questi ambienti diversi, che riassumono la poliedricità del nostro mondo, che Florenzia ed il suo Istituto ripropongono costantemente il loro cammino di santità.

Cercare la santità nel quotidiano

“Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra,

perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli

intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt. 11, 25).

“Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù. Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno in questo campo offenda o inganni il proprio fratello, perché il Signore punisce tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e ribadito.
Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito”. (Prima lettera ai Tessalonicesi).

Il rispetto del proprio corpo è fondamentale per S. Paolo se il corpo deve diventare “sacrificio vivente” a Dio. Ma l’astenersi dalle impurità non è che il primo passo di un cammino di santificazione. E’ la premessa perché la mente deve essere libera e sveglia per affrontare le tappe successive e cioè quella dell’umiltà e della mitezza (“ imparate da me che sono mite ed umile di cuore “ Mt. 11, 29), quelle della compassione cioè della condivisione con gli altri delle gioie e delle sofferenze, quella della capacità di spoliazione totale, ecc.
“Nell’opera educativa della Chiesa emerge con evidenza il ruolo primario della testimonianza, perché l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e se ascolta i maestri lo fa perché sono anche testimoni credibili e coerenti della Parola che annunciano e vivono”  Educare alla vita buona del Vangelo, n. 34.

“Tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano. Per raggiungere questa perfezione i fedeli usino le forze ricevute secondo la misura con cui Cristo volle donarle, affinché, seguendo l’esempio di lui e diventati conformi alla sua immagine, in tutto obbedienti alla volontà del Padre, con piena generosità si consacrino alla gloria di Dio e al servizio del prossimo. Così la santità del popolo di Dio crescerà in frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrato nella storia della Chiesa dalla vita di tanti santi” (Lumen gentium n. 40).

Sempre la LG ci dice che la santità “ si esprime in varie forme in ciascuno di quelli che tendono alla carità perfetta nella linea propria di vita ed edificano gli altri; e in un modo tutto suo proprio si manifesta nella pratica dei consigli che si sogliono chiamare evangelici. Questa pratica dei consigli, abbracciata da molti cristiani per impulso dello Spirito Santo, sia a titolo privato, sia in una condizione o stato sanciti nella Chiesa, porta e deve portare nel mondo una luminosa testimonianza e un esempio di questa santità”.Tutti i fedeli del Cristo quindi sono invitati e tenuti a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato. Perciò tutti si sforzino di dirigere rettamente i propri affetti, affinché dall’uso delle cose di questo mondo e da un attaccamento alle ricchezze contrario allo spirito della povertà evangelica non siano impediti di tendere alla carità perfetta; ammonisce infatti l’Apostolo: Quelli che usano di questo mondo, non vi ci si arrestino, perché passa la scena di questo mondo (cfr. 1 Cor 7,31 gr.)

Oggi nella Chiesa la santità che ci si presenta è, – direbbe il Card. Martini – come ogni santità eroica, qualcosa di straordinario ma insieme semplice: un eroismo semplice, una normalità esemplare, una sublimità a noi vicina, una santità popolare.

Di questa santità popolare, vissuta nel quotidiano, Florenzia fu un  caso esemplare. In Florenzia come in Teresa di Lisieux la “piccola via” alla spiritualità diventa anche la via alla santità.

Ad una suora che le chiede come farsi santa Florenzia risponde con humor.”Le sue parole molto gradite al mio cuore mi spronano ad una risposta. Ma che risposta posso darle io poverella e figlia di poverello? Ripeto le stesse sue parole: tra pentole e pentolini vi è la sua santità. Quando accende il fuoco si ricordi dell’inferno e del purgatorio e così il suo lavoro sarà tra meditazione e lavoro tutto per Gesù.Cosa vuole di più? Si faccia santa e preghi per me”.

Ma questa piccola vita vissuta nella quotidianità non sempre e non necessariamente è banale, anzi qualche volta giunge a richiedere un eroismo molto prossimo a quello dei martiri che testimoniarono la fede “usque ad effusionem sanguini”, fino allo spargimento del sangue.

“La sicurezza che la sua missione nella Chiesa era voluta da Dio – ha scritto di Florenzia suor Gemma Guerra che le fu compagna fin dai primi anni -, le fece sostenere con animo virile le incomprensioni, le defezioni, gli scontri, specialmente con le autorità ecclesiastiche. Queste lotte scalfirono la sua fibra fisica, ma la sua fede affondava in più salde radici. Giustamente fu definita “la roccia”…Fidò nella Divina Provvidenza anche quando la Comunità versava in difficoltà finanziarie. Quante volte si mancava anche del necessario, ed essa soleva dire che Dio aveva promesso a S. Francesco: “Anche se tutto il mondo avesse un solo pane, metà sarebbe dei suoi figli”.

Un grande teologo von Balthasar ha detto della piccola via che :”Piccola può essere definita(…) per molteplici ragioni. Intanto perché… tralascia i mezzi straordinari, poi ancora : mette espressamente in guardia da essi e invece, come il vangelo, stesso, si rivolge a tutti e dà per presupposto l’ordinarietà dell’esistenza. Poi, perché non sa meglio rappresentare lo stato in cui l’anima è maggiormente atta a percepire e ricevere l’amore di Dio se non con l’immagine dell’essere come bambini e il sentimento dell’essere piccoli al cospetto di Dio. Da ultimo, perché è una via breve, in quanto rinunzia a distanze misurabili e, se la si segue veramente, coincide già ad ogni passo con il traguardo che si riproponeva”.

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