Chiamati a fare comunione

La parola “comunione” come la “misericordia” si ricollegano immediatamente all’amore e rappresentano quei grandi concetti che ci parlano dell’essenza e della natura di Dio.

Il fondamento teologico della comunione
Che cos’è l’amore ? si chiede il teologo protestante Jurgen Moltmann. E risponde: “L’amore è l’autocomunicazione del Bene. Esso è la forza di uscire da sé, di prendere parte ad un’altra esistenza, di proiettarsi in un altro essere, di donarsi ad un altro essere. L’amore è donarsi senza distruggere se stessi. Dio è amore, ciò vuol dire che Dio si espande all’infuori di sé, prende parte ad un’altra esistenza, si cala ad un altro essere donandosi a lui, ed è proprio lì e in nessuna altra parte tutto se stesso: Dio. Dio, ama il mondo ( Gv 3,16) con l’amore nel quale egli è Dio”.
Questa forza ad uscire da sé ha portato una prima volta Dio a generare il Figlio spogliandosi della sua onnipotenza e riversandola sul Figlio. “L’amore del Figlio, afferma Moltmann, è un amore che ricambia l’amore ricevuto. L’amore dello Spirito Santo è amore che unisce. Esso unisce l’amore creativo del Padre e l’amore riconoscente del Figlio. La dottrina della Trinità è la dottrina dell’unità del Dio che si differenzia nell’amore”.
Ma questa prima spoliazione (kenosis) non è sufficiente per esprimere fino in fondo l’amore di Dio ed è per questo che crea l’uomo cercando nell’uomo un essere capace di corrispondere, in autonomia, al suo amore. Un essere capace di dialogare con lui. La storia dell’Antico Testamento, dalla Genesi fino al diluvio universale, fino all’esodo, al rientro in Israele è la storia di questo fallimento per cui si è dovuto incarnare il Figlio e testimoniare, nella tragedia della croce, con la sua morte che l’uomo é capace di corrispondere all’amore di Dio e quindi degno di entrare nel suo Regno, nel luogo del suo riposo, con tutta la creazione e persino con i sentimenti, le speranze e le sue opere trasfigurate.
Questo è il fondamento di una teologia di comunione che si fonda sull’amore trinitario.

Una spiritualità di comunione
Un’autentica teologia – ci ricorda Enzo Bianchi priore di Bose – è capace di generare anche una spiritualità o, per meglio dire, un’autentica teologia è sempre spirituale, pneumatica, capace cioè di incidere sulla vita interiore e sull’esperienza del cristiano e della comunità.
Quando noi cristiani diciamo comunione, designiamo in primo luogo il mistero eterno della comunione che è la vita stessa di Dio, ma diciamo anche che a questa comunione noi partecipiamo nel corpo di Cristo, nel sangue di Cristo. E se la vita del cristiano e della Chiesa è vita secondo lo Spirito Santo, cioè originata dallo Spirito, e vita in Cristo, allora la spiritualità non può che essere spiritualità di comunione. In altre parole: la vita del cristiano e della Chiesa deve essere plasmata dalla comunione, la quale non è opzionale, non è una scoperta recente della teologia, ma realtà costitutiva.
Certamente, la comunione dei cristiani tra loro e con Dio nel pellegrinaggio della Chiesa verso il Regno sarà sempre fragile, continuamente messa alla prova e sovente anche contraddetta; sarà una comunione che tende a membra del suo stesso corpo.

E’ Giovanni Paolo II che nella sua lettera apostolica “Novo millennio ineunte”, delinea questa spiritualità: essa è da contemplarsi innanzitutto nel mistero della Trinità di Dio che abita in noi e fa di noi cristiani la sua dimora. Si tratta perciò, dice Giovanni Paolo II, di far nascere e crescere una capacità di sentire il fratello nella fede (anche il fratello con il quale la comunione non è piena) come un appartenente al corpo di Cristo, un mio fratello, con cui deve esserci conoscenza reciproca e condivisione. Nello spazio cristiano, infatti, l’altro non è “l’inferno” (come affermava Jean-Paul Sartre), ma è “dono di Dio”, “dono per me”; è ciò che mi manca e che mi rivela la mia insufficienza.
Non è possibile essere cristiani e non solo non volere l’unità, ma non fare tutto ciò che è possibile per la comunione. Chi agisce e vive per la comunione con Cristo non può, simultaneamente, non agire e non vivere per la riconciliazione e la comunione con i suoi fratelli. Deve tendere alla sua pienezza anche se sa che tale non sarà mai, se non nel Regno eterno. Del resto, vediamo che essa risulta ferita, offesa, già nella Chiesa degli inizi, come ci testimonia il Nuovo Testamento (cfr. 1Gv 2, 18; 3Gv 9-10…); nondimeno, allora come adesso, nella Chiesa è custodita e perseguìta la volontà di Dio che incessantemente chiede la realizzazione della comunione visibile del corpo di Cristo, l’essere uno come il Padre e il Figlio sono uno (Gv 17, 11).

A queste indicazioni di Giovanni Paolo II, Enzo Bianchi aggiunge alcune urgenze. Innanzitutto, l’esigenza che la comunione sia plurale. Non si dimentichi mai che la pluralità, la diversità è attestata dagli e negli scritti fondatori della nostra fede. Dell’unico Signore Gesù Cristo – «lo stesso ieri, oggi e sempre» (Eb 13, 8) – ci sono stati dati quattro Vangeli, cioè quattro annunci diversi, perché non la fissità di un libro, di uno scritto, bensì la dinamicità dello Spirito Santo è all’origine del cristianesimo. C’è fin dall’inizio pluralità di espressioni scritturistiche, di ecclesiologie, di concezioni cristologiche, di prassi liturgiche, di testimonianze e forme della missio, di accenti spirituali… Questa pluralità – che riflette la policromia, la multicolore sophìa di Dio (cfr. Ef 3, 10) e l’inesauribilità del mistero di Cristo accolto in culture diverse – è ricchezza di doni, ma è anche negazione di ogni fondamentalismo e di ogni integralismo cristiano.
Se si accoglie la diversità come un dono, e non la si ritiene un’anomalia, se la Chiesa “catholica” sa accogliere la particolarità delle Chiese locali, se sa essere grata delle ricchezze e dei tesori che le vengono apportati dalle varie culture e tradizioni, e riesce ad attuare lo scambio di tali ricchezze tra le Chiese particolari, allora essa diventa davvero la Chiesa in cui risplende «la multiforme sapienza di Dio» (Ef 3, 10), «la multiforme grazia di Dio» (1Pt 4, 10).
C’è un limite alla diversità, che conosciamo come ricchezza ma a volte anche come possibile tentazione che conduce alla divisione, all’opposizione reciproca? Questione delicata – riconosce il metropolita Zizioulas – che concerne soprattutto la problematica ecumenica. E con sapienza egli dichiara che «la condizione più importante della diversità è che essa non distrugga l’unità». Questa del resto è l’applicazione ecclesiale della parenesi paolina sull’unità del corpo, sulla possibilità di scandalizzare un membro, sulla carità che deve sempre prevalere: il rapporto “uno-molti”, “unità-diversità” è sempre da viversi nell’obbedienza dell’ unico corpo e della diversità dei doni dello Spirito Santo. Per usare il linguaggio di san Massimo il Confessore, la “differenza” è positiva, ma non deve mai diventare “divisione” .
Certamente – va ribadito con forza – questa assunzione della diversità e dell’alterità non apre lo spazio al relativismo se si accetta che in ogni incontro e confronto regni, come terzo salvifico, Gesù Cristo, il Signore. È lui, il Signore, che fa stare insieme mentre distingue, che accomuna mentre personalizza, che tutti conduce verso il Regno veniente. E in questa spiritualità di comunione il riconoscimento del Signore ricorda e assicura che la diversità dei doni si compone anche nella preghiera: la preghiera gli uni per gli altri, la preghiera comune. È nella preghiera che noi portiamo tutto ciò che siamo e anche tutto ciò che ancora non siamo, ma che dobbiamo diventare secondo la volontà e la chiamata del Signore.
Il Signore Gesù, che prima di passare da questo mondo al Padre ha pregato per l’unità dei credenti in lui, ci conceda di essere realmente quell’unico corpo multiformiter distinctum, vivificato dall’unico Spirito Santo di cui parla Anselmo di Havelberg (XII secolo) nei suoi Dialoghi. Così, nella storia noi già parteciperemo al raduno escatologico dei figli di Dio dispersi, e seguendo Gesù Cristo vedremo cadere i muri divisori dell’inimicizia e saremo partecipi della sua pace (cfr. Ef 2, 14-18). Se siamo autentici discepoli di Gesù Cristo, tutto dobbiamo predisporre, sentire e operare in vista della comunione con lui che tutto vuole reintestare a sé, perché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15, 28).

Unità e diversità
Vale la pena approfondire questo rapporto fra unità e diversità perché, come abbiamo visto, è il cuore della comunione cristiana.
Nel progetto di Dio per l’umanità la diversità è fondamentale, buona, preziosa. L’uniformare, il tentare di rendere l’altro uguale a noi o di farci uguali all’altro, anche in nome del dialogo e della comunione fraterna, non è la strada corretta. Ogni mancanza di apprezzamento, il non saper intravedere un dono nella diversità è un allontanamento dalla creazione e dal disegno mirabile di Dio. E’ importante passare dal timore per le diversità alla riconoscenza per la molteplicità dei doni spirituali, perché tutto ciò armonizza e completa. La vita è un organismo composto da innumerevoli parti, che si differenziano assumendo corpi e specificità precisi, ma che nel contempo risultano essere dipendenti le une dalle altre e strettamente connesse. Dio rappresenta il Principio fondamentale, il trait d’union di tutto l’universo, Colui che in vista della sua azione creatrice modella, dà vita e plasma ogni forma; Egli permette di far vibrare quell’Unità che si nasconde dietro la molteplicità e far risuonare, integrare i diversi individui.
La grande strada da percorrere per renderci simili all’immagine che la Bibbia offre di Cristo è il superamento, l’attraversamento della diversità: la misericordia, l’amore della persona, l’ascolto, il dialogo sono i mezzi necessari. Abbracciare l’altro significa abbracciare un diverso, alla stessa stregua di Dio, il Diverso, l’Altro, lo straniero per eccellenza. Cristo stesso, come ricorda il prologo giovanneo, venne tra i suoi, ma i suoi non lo riconobbero. L’itinerario verso l’alterità può prendere avvio da qualunque punto, ma deve giungere all’amore dell’altro con tutte le sue sfaccettature: il punto d’arrivo è la persona con il suo destino infinito e con la sua funzione di completamento per l’altro. Non bisogna cercare in chi sta di fronte a noi, ciò che vi è di più simile, ma semplicemente accogliere l’alterità senza cancellarla, mediante l’aiuto del Signore, l’unico che permette di stare insieme pur nella distinzione e nella diversità, che accomuna mentre personalizza.
Scrive D. Bonhoeffer ne “Las vita comune”: «Dio non ha fatto l’altro come l’avrei fatto io. Non me lo ha dato come fratello perché io lo domini, ma perché in lui io trovi il mio Creatore. Nella sua libertà di creatura, il mio prossimo diviene per me motivo di gioia, mentre prima magari mi dava solo fastidio e pena. Dio non vuole che io modelli il prossimo secondo l’immagine che pare buona a me, cioè secondo la mia propria immagine; ma nella sua libertà di fronte a me ha fatto il mio prossimo a sua immagine. Non posso mai sapere in precedenza quale debba essere l’immagine di Dio nel prossimo; sempre di nuovo questa assumerà una forma diversa e nuova che dipende dalla libera creazione di Dio. A me può anche sembrare strana, indegna di Dio. Ma Dio crea l’altro a immagine e somiglianza del suo Figlio, del Crocifisso: anche questa immagine a me era pur parsa strana, indegna di Dio, prima che l’avessi compresa».
Nella comunità cristiana l’attenzione deve rivolgersi ai singoli; si trova il bene se anzitutto si ricerca e si persegue il bene delle persone che compongono questa compagine. Il bene sempre e comunque. Vivere la comunità e nella comunità significa accogliere la differenza. Se essa coincide con questa appartenenza e apertura, allora è veramente amore verso ogni persona. In comunità si ama ogni individuo con tutte le sue angolature e non bisogna tendere ad un puro modo di vita ideale e astratto; una comunità che si prefigge unicamente di rispettare le regole, di apparire perfetta, stabile e sicura, piuttosto che interessarsi delle persone, della loro libertà interiore, dello slancio dell’anima, è come qualcuno che dopo aver comprato una pianta sana e bella non si preoccupa di offrirle il sole, l’acqua, tutto ciò che le è utile per il suo sviluppo e la sua futura crescita. Pertanto, la vita in comune deve tornare ad essere un luogo di condivisione affettiva, di dialogo con l’altro, un desiderio di legarsi così profondamente all’altro da provare i suoi sentimenti, al punto da formare ed essere con lui un’anima sola. Anche nella preghiera l’altro deve diventare parte integrante del rapporto personale con il Padre. Non è solo un pregare per lui, ma una maniera per essere corde vibranti all’unisono e fare in modo che il volto di quell’uomo che appariva estraneo diventi davvero l’immagine di un mio fratello.
Gli stessi conflitti generazionali, riscontrabili ogni qual volta si verifica un trapasso da un’epoca ad un’altra, si avvertono maggiormente quando si vive all’interno di una comunità e in un luogo ben preciso e circoscritto. Per esempio, le persone più anziane restano legate alle tradizioni e sono portatrici di una formazione ben diversa da quella dei più giovani, che manifestano invece la necessità di una preparazione, di aprirsi al mondo. In una pagina di Origene, dedicata alla dottrina delle due età, si legge: «Nelle Scritture compaiono due età: una è quella del corpo, che non è in nostro potere, ma si colloca nella legge della natura; l’altra è quella dell’anima, che risulta collocata precisamente in noi, in base alla quale, se vogliamo, cresciamo ogni giorno e ne giungiamo al culmine, in modo da non essere più bambini, ondeggianti e esposti ad ogni vento di dottrina, ma smettendo di essere tali, diveniamo uomini» (Omelia XX su Luca).
La diversità, dunque, in tutti i suoi aspetti (essenziali, caratteriali, generazionali) non deve essere vista come un limite, ma come un gioioso equilibrio di vita, che guida il singolo ad entrare in relazione con il mondo, con ogni suo fratello.

Ecclesiologia di comunione
Parlare di ecclesiologia di comunione vuol dire rimandare immediatamente al Concilio Vaticano II, aperto da Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962, cioè più di cinquant’anni fà, e chiuso da Paolo VI il 7 dicembre del 1965. Infatti il Concilio rappresenta il momento in cui una ecclesiologia di comunione, maturata nei decenni precedenti, ha innovato profondamente rispetto ad una concezione giuridicista e verticista che si era affermata dopo il concilio di Trento. Di questa ecclesiologia di comunione la costituzione Lumen gentium è il grande manifesto. Essa partendo dalla Chiesa concepita come “mistero” e non più come “società perfetta”, afferma la centralità del popolo di Dio. Un popolo di sacerdoti chiamato ad offrire sacrifici spirituali a cominciare da se stessi, rendendo dovunque testimonianza a Cristo e ragione della speranza cristiana.
“Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico – dice ancora la LG, 10 – quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro perché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipino all’unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdozio ministeriale, continua la LG – , con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrifico eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all’offerta dell’Eucarestia, ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e la carità operosa”.
Per quanto riguarda i laici, più avanti al n. 31 sempre la LG, afferma che “è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio… sono chiamati da Dio a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e con fulgore della loro fede, della loro speranza e carità”.
Siano essi semplici fedeli o pastori, tutti i credenti partecipano della comune dignità, alla comune grazia, alla comune vocazione alla santità.
La Chiesa, in quanto sacramento universale di salvezza (cfr.LG.1) è segno, presenza germinale o primizia e annuncio del Regno di Dio, il grande progetto del Padre sull’umanità fin dalla creazione dell’universo. La Chiesa, quindi, ha la missione di proclamare l’avvento di questo Regno e di attuarne e testimoniarne la crescita nella storia. E la comunità cristiana trova il significato ultimo dei propri sforzi e dalla propria azione nell’affermare i valori di questo Regno: la fraternità, la bontà, il perdono, l’unità, la libertà, la giustizia, la pace, la felicità, la vita, l’amore.
La Chiesa, dunque, realizza la sua missione nel mondo rendendo presenti in mezzo agli uomini i quattro grandi doni di cui è portatrice, che rivelano la presenza del Regno di Dio:
• il servizio, o diaconia, come modo nuovo di vivere le relazioni e l’amore universale anche tra i popoli e le nazioni;
• la comunione e la convivenza fraterna, cioè la koinonìa, come modello e modo di essere ideale per le comunità cristiane ma anche per la concordia tra i popoli;
• la profezia, o martyrìa, ovvero l’annuncio confessante e liberante del Vangelo;
• la liturgia ossia il Regno annunciato e celebrato in un insieme di riti che manifestano una vita in pienezza.
La Chiesa non è semplicemente aggregazione umana, ma è opera trinitaria: ha, infatti, nella Trinità la sua fonte e il suo modello.
E’ popolo di Dio che vive e cammina con tutti gli uomini nella storia; è comunità dei credenti uniti a Cristo ed ha nella gerarchia lo strumento che opera tale unione. In quanto popolo di Dio, la Chiesa è, dunque, realtà di comunione, che si esprime attraverso la corresponsabilità di tutti i fedeli nella sua vita e nella sua missione.
E perché comunione, la Chiesa è anche il primo “sacramento”. Ne consegue che impegno prioritario della comunità cristiana è cercare in tutti i modi di realizzare e vivere la comunione.
In un mondo lacerato dal peccato, in una umanità frazionata e ribollente di contrapposizioni e di guerre, la Chiesa è chiamata a vivere e a offrire la testimonianza della comunione, come “convivialità delle differenze”.
Le diversità nella Chiesa, tra le singole persone, i gruppi, i movimenti, le istituzioni e i carismi, devono rivelarsi non come sorgente di tensioni o di divisioni, bensì come occasione e stimolo alla comprensione reciproca, alla collaborazione, alla comunione. E questo non per motivi pratici, di efficienza, di esemplarità o di scelte umane intelligenti, bensì per ragioni teologiche: Dio si è rivelato, infatti, come Unità nella Trinità, come massima “convivialità delle differenze”: e perché è l’Eucarestia che fa la Chiesa. L’Eucarestia “è istituita perché diventiamo fratelli; (…) perché da estranei, dispersi e indifferenti gli uni agli altri, noi diventiamo uniti, eguali e amici; è a noi data perché da massa apatica, egoista, gente fra sé divisa e avversaria, noi diventiamo un popolo, un vero popolo, credente e amoroso, di un cuore e di un’anima sola” (Insegnamenti di Paolo VI, 1966, III, p. 358).
La comunione operativa è costitutiva della Chiesa e l’unità e l’armonia che si vivono in essa sono potenza evangelizzatrice ed evidenza convincente ed avvincente di Vangelo.
Questa ecclesiologia di comunione, fonte della comunità e dell’amore fraterno, è l’origine, la culla e la matrice da cui nascono, vivono e si nutrono i Consigli della partecipazione ecclesiale.

Una postorale di comunione

Il nostro parroco, Mons. Gaetano Sardella, che giorno 29 giugno compie 40 anni di sacerdozio tutti vissuti nella Chiesa liparese e moltissimi nella Parrocchia di San Pietro, ha deciso di preparare la comunità parrocchiale a fare l’esperienza di un nuovo Consiglio pastorale perché quello in carica scadrà il prossimo anno. Per questo ha voluto che si organizzasse questa riflessione sulla comunione e che si avviasse un cammino comune verso questo importante obiettivo. A don Gaetano facciamo i migliori auguri perché la sua missione continui nello spirito di donazione che ha caratterizzato tutto il suo sacerdozio e che anche questo nuovo obiettivo rappresenti un traguardo di grazia per tutta la parrocchia. E chiudiamo questa riflessione con alcune considerazioni sul Consiglio pastorale parrocchiale.
Il Consiglio pastorale, in questa visione di Chiesa si pone a servizio della crescita della comunità ecclesiale mediante il suo modo di essere e di operare, che ha nella dimensione della Comunione la sua vera identità e la sua ragione di essere. Esso opera nella consapevolezza che, in virtù dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana, esiste (vige) una vera uguaglianza di tutti i fedeli nella dignità, nell’agire e nella universale vocazione alla santità, pur partecipando all’edificazione del Corpo di Cristo ciascuno secondo la propria specifica vocazione (cfr. LG.32).
Il Consiglio pastorale, pertanto, è l’espressione dell’unità dei distinti ossia del fatto che i cristiani e il loro pastore sono dei fratelli uguali in dignità, diversi quanto a funzioni e solidalmente responsabili della vita e della missione della Chiesa. Nell’esercizio di questa responsabilità il Consiglio opera e vive coniugando il principio sinodale e quello gerarchico. E’ quindi finalità generale del Consiglio quella che il Papa Giovanni Paolo II indica a tutta la Chiesa nella “Novo Millennio Ineunte”: fare della comunità cristiana “la casa e la scuola della comunione”, e promuovere nella stessa comunità cristiana e al proprio interno la “casa e la scuola della comunione”, e promuovere nella stessa comunità cristiana e al proprio interno la “spiritualità della comunione” (cfr. NMI, n. 43), per superare le tentazioni che continuamente insidiano e generano competizione e diffidenza, rivalità, divisione e gelosie.
La Chiesa verso la quale il Consiglio guarda e che si impegna a servire e a costruire è una comunità di discepoli, chiamata e mandata: è popolo di Dio missionario nella storia e nel territorio, che assume la comunione e la sinodalità come stile dei rapporti intraecclesiali e l’Evangelizzazione come impegno di carità verso il territorio e di servizio necessario al Vangelo.
Il Consiglio si pone, perciò, a servizio della Chiesa che ha nella parrocchia l’espressione della sua presenza e della sua missione per la vita della gente. Essa è, infatti, “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie” (ChL, n.26) e “opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi”, diventando “la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” (ChL, n.27).
L’impegno per una formazione essenziale e di base, necessaria ad ogni laico per vivere da cristiano le vicende della vita, è servizio indispensabile perché una parrocchia possa attuare la scelta di una Evangelizzazione aperta e offerta a tutte le persone presenti nel territorio in cui vive e opera la comunità dei cristiani. Questo impegno formativo è teso a rendere i laici consapevoli della loro identità e della loro missione, dei contenuti essenziali della fede cristiana, delle caratteristiche e delle attese del tempo e delle persone a cui ci si rivolge, ed è richiesto dalla condizione oggettivamente missionaria che stiamo vivendo.
Altrettanto impegno formativo deve essere rivolto in forme specifiche, differenziate e progressive, verso quei laici che sono più coinvolti nella vita della comunità cristiana e che, con servizi diversi, la arricchiscono dei loro carismi.
Il Consiglio Pastorale, dunque, non può non assumersi espressamente e consapevolmente questo compito della formazione, concretizzandolo con iniziative proprie e assecondando, sostenendo e rendendo operante, per quanto possibile e con la gradualità necessaria, all’interno della propria comunità, l’opera di formazione espressa dalla Chiesa diocesana.
Compito precipuo del Consiglio è quello di essere luogo di riflessione comune, di discernimento comunitario e di progettazione pastorale, ancor prima di essere luogo di decisioni, in modo da vedere e rilevare, valorizzare e dare operatività a ciò che lo Spirito suscita nella comunità.
Strumento fondamentale per realizzare questo compito e per perseguire l’unità di azione basata su criteri oggettivi, è la predisposizione del Progetto pastorale parrocchiale, che la parrocchia si deve dare alla luce e in continuità con il Piano pastorale della Diocesi.
Il Consiglio, quindi, deve incamminarsi, con gradualità, ma anche con la determinazione possibile, verso l’elaborazione di questo progetto, la cui funzione è quella di:
• interpretare i bisogni religiosi e umani del territorio;
• prevedere e valorizzare la qualità e il numero dei ministeri opportuni;
• individuare mete e obiettivi possibili per la propria azione e privilegiare quelli urgenti;
• valorizzare tutti i carismi, favorirne la presenza e coltivarne la crescita, prevenendo ogni forma di soggettivismo, la dispersione o l’egemonia di persone o di gruppi particolari;
• mantenere la memoria dei passi già compiuti;
• disporsi alla revisione-verifica annuale del cammino fatto.
Il Consiglio pastorale è consapevole che il “consigliare” nella Chiesa rappresenta una necessità e costituisce un momento di fondamentale importanza della partecipazione dei laici alla azione pastorale della parrocchia in vista del comune discernimento. Sa, quindi, di essere, come stabilisce il Codice di Diritto Canonico organo consultivo, in quanto a servizio della crescita di tutti nella “comunione”, espressione della identità propria della Chiesa. Per raggiungere questa comunione sono richiesti, da parte di tutti, ascolto, umiltà, sottomissione alla Parola di Dio, conoscenza e fedeltà all’insegnamento della Chiesa.
E anche il ministero della presidenza, proprio del Parroco è proprio in funzione della realizzazione e della crescita della comunione di vocazioni, di ministeri e di carismi per l’utilità comune.
In conclusione, riassumendo, il Consiglio pastorale, in una corretta visione ecclesiologica, ha un duplice significato:
– rappresenta l’immagine della fraternità e della comunione dell’intera comunità parrocchiale di cui è espressione;
– costituisce lo strumento di decisione comune dove il ministero della presidenza esercitato dal parroco e la corresponsabilità dei fedeli devono trovare la loro sintesi.

Bibliografia
Jurgen Moltmann, Sulla Trinità, Napoli, 1982
Enzo Bianchi, La chiesa è una comunione, in http://www.30giorni.it ,08/09 – 2010.
Roberta Franchi, La diversità: dono di Dio che unifica e completa, in http://www.ventochemuove.it.
Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001, http://www.vatican.va.
J. Zizoulias, Mystère de l’Eglise dans la tradition orthodoxes, in “Irenikon”,601987,p.327-333.
I documenti del Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, Edizioni Paoline, Torino, 1985
Guzman M.Carriquiry Lecour, La Chiesa, Mistero di comunione, Assisi 2 novembre 2008, in http://www.laici.va.
Congregazione per la Dottrina della fede, Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica su alcuni aspetti della Chiesa intesa come comunione, 28 maggio 1992, in http://www.vatican.va.
Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale Christifideles Laici (30 dicembre 1988) (ChL), http://www.vatican.va.
Diocesi di Pistoia, Statuto e regolamento per i Consigli pastorali parrocchiali.
Diocesi di Varese, Riflessioni sul consiglio parrocchiale.
Diocesi di Foligno, Consiglio pastorale parrocchiale.
Diocesi San Miniato, Lettera del Vescovo ai parroci sul consiglio pastorale diocesano.

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