Cosa è il Consiglio Pastorale Parrocchiale : compiti e finalità.

I Consigli pastorali parrocchiali, o interparrocchiali o diocesani non sono strutture burocratiche della Chiesa ma strumenti di comunione. E la “comunione”, come la “misericordia” è uno di quei grandi concetti della nostra fede che ci parlano dell’essenza e della natura di Dio. La comunione è l’essenza di Dio. Il teologo protestante Jurgen Moltmann ci spiega che dire che “Dio è amore”vuol dire che Dio si espande all’infuori di sé, prende parte ad un’altra esistenza, si cala in un altro essere donandosi a lui, ed è proprio lì e in nessuna altra parte tutto se stesso: Dio. Dio, ama il mondo ( Gv 3,16) con l’amore nel quale egli è Dio”.

Una teologia di comunione
La comunione è l’essenza di Dio. perché la Trinità è comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Dio ha generato il Figlio spogliandosi della sua onnipotenza e riversandola sul Figlio, “L’amore del Figlio – osserva Moltmann – è un amore che ricambia l’amore ricevuto. L’amore dello Spirito Santo è amore che unisce. Esso unisce l’amore creativo del Padre e l’amore riconoscente del Figlio. La dottrina della Trinità è la dottrina dell’unità del Dio che si differenzia nell’amore”.
Ma questa prima spoliazione (kenosis) non è sufficiente per esprimere fino in fondo l’amore di Dio ed è per questo che crea l’uomo cercando nell’uomo un essere capace di corrispondere, in autonomia, al suo amore. Un essere capace di dialogare con lui. La storia dell’Antico Testamento, dalla Genesi fino al giudizio universale, fino all’esodo, al rientro in Israele è la storia di questo fallimento per cui si è dovuto incarnare il Figlio e testimoniare, nella tragedia della croce, con la sua morte che l’uomo é capace di corrispondere all’amore di Dio e quindi degno di entrare nel suo Regno, nel luogo del suo riposo, con tutta la creazione e persino con i sentimenti, le speranze e le sue opere trasfigurate.
Questo è il fondamento di una teologia di comunione che si fonda sull’amore trinitario.

Una spiritualità di comunione
Un’autentica teologia genera anche una spiritualità. La vita del cristiano e della Chiesa deve essere plasmata dalla comunione, la quale non è opzionale, non è una scoperta recente della teologia, ma realtà costitutiva.
Certamente, la comunione dei cristiani tra loro e con Dio nel pellegrinaggio della Chiesa verso il Regno sarà sempre fragile, continuamente messa alla prova e sovente anche contraddetta; sarà una comunione che tende a membra del suo stesso corpo. Per questo Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica “Novo millennio ineunte”, delineando questa spiritualità, ci dice che si tratta di far nascere e crescere una capacità di sentire il fratello nella fede (anche il fratello con il quale la comunione non è piena) come un appartenente al corpo di Cristo, un mio fratello, con cui deve esserci conoscenza reciproca e condivisione. Nello spazio cristiano, infatti, l’altro non è “l’inferno”, “il nemico” ma è “dono di Dio”, “dono per me”; è ciò che mi manca e che mi rivela la mia insufficienza.
Non è possibile essere cristiani e non fare tutto ciò che è possibile per la comunione. Chi agisce e vive per la comunione con Cristo non può, simultaneamente, non agire e non vivere per la riconciliazione e la comunione con i suoi fratelli. Deve tendere alla sua pienezza anche se sa che tale non sarà mai, se non nel Regno eterno.
Commentando queste parole del Papa, Enzo Bianchi sottolinea alcune urgenze.
Innanzitutto la comunione deve essere plurale. Dell’unico Signore Gesù Cristo – «lo stesso ieri, oggi e sempre» (Eb 13, 8) – ci sono stati dati quattro Vangeli, cioè quattro annunci diversi, perché non la fissità di un libro, di uno scritto, bensì la dinamicità dello Spirito Santo è all’origine del cristianesimo. C’è fin dall’inizio pluralità di espressioni scritturistiche, di ecclesiologie, di concezioni cristologiche, di prassi liturgiche, di testimonianze e forme della missio, di accenti spirituali… Questa pluralità – che riflette la policromia, la multicolore sophìa di Dio (cfr. Ef 3, 10) e l’inesauribilità del mistero di Cristo accolto in culture diverse – è ricchezza di doni, ma è anche negazione di ogni fondamentalismo e di ogni integralismo cristiano.
Se si accoglie la diversità come un dono, e non la si ritiene un’anomalia, se la Chiesa “catholica” sa accogliere la particolarità delle Chiese locali, se sa essere grata delle ricchezze e dei tesori che le vengono apportati dalle varie culture e tradizioni, e riesce ad attuare lo scambio di tali ricchezze tra le Chiese particolari, allora essa diventa davvero la Chiesa in cui risplende «la multiforme sapienza di Dio» (Ef 3, 10), «la multiforme grazia di Dio» (1Pt 4, 10).
Certo, la condizione più importante della diversità è che essa non distrugga l’unità. La “differenza” è positiva, ma non deve mai diventare “divisione” . È il Signore che fa stare insieme mentre distingue, che accomuna mentre personalizza, che tutti conduce verso il Regno veniente. E in questa spiritualità di comunione il riconoscimento del Signore ricorda e assicura che la diversità dei doni si compone anche nella preghiera: la preghiera gli uni per gli altri, la preghiera comune.
Vale la pena approfondire questo rapporto fra unità e diversità perché, come abbiamo visto, è il cuore della comunione cristiana.
Nel progetto di Dio per l’umanità la diversità è fondamentale, buona, preziosa. L’uniformare, il tentare di rendere l’altro uguale a noi o di farci uguali all’altro, anche in nome del dialogo e della comunione fraterna, non è la strada corretta. Ogni mancanza di apprezzamento, il non saper intravedere un dono nella diversità è un allontanamento dalla creazione e dal disegno mirabile di Dio. E’ importante passare dal timore per le diversità alla riconoscenza per la molteplicità dei doni spirituali, perché tutto ciò armonizza e completa.
Bonhoeffer ne “Las vita comune” scrive: «Dio non ha fatto l’altro come l’avrei fatto io. Non me lo ha dato come fratello perché io lo domini, ma perché in lui io trovi il mio Creatore. Nella sua libertà di creatura, il mio prossimo diviene per me motivo di gioia, mentre prima magari mi dava solo fastidio e pena. Dio non vuole che io modelli il prossimo secondo l’immagine che pare buona a me, cioè secondo la mia propria immagine; ma nella sua libertà di fronte a me ha fatto il mio prossimo a sua immagine. Non posso mai sapere in precedenza quale debba essere l’immagine di Dio nel prossimo; sempre di nuovo questa assumerà una forma diversa e nuova che dipende dalla libera creazione di Dio. A me può anche sembrare strana, indegna di Dio. Ma Dio crea l’altro a immagine e somiglianza del suo Figlio, del Crocifisso: anche questa immagine a me era pur parsa strana, indegna di Dio, prima che l’avessi compresa».
Nella comunità cristiana l’attenzione deve rivolgersi ai singoli; si trova il bene se anzitutto si ricerca e si persegue il bene delle persone che compongono questa compagine. Il bene sempre e comunque. Vivere la comunità e nella comunità significa accogliere la differenza. Se essa coincide con questa appartenenza e apertura, allora è veramente amore verso ogni persona. Gli stessi conflitti generazionali, riscontrabili ogni qual volta si verifica un trapasso da un’epoca ad un’altra, si avvertono maggiormente quando si vive all’interno di una comunità e in un luogo ben preciso e circoscritto. Per esempio, le persone più anziane restano legate alle tradizioni e sono portatrici di una formazione ben diversa da quella dei più giovani, che manifestano invece la necessità di una preparazione, di aprirsi al mondo.
In conclusione, la diversità in tutti i suoi aspetti (essenziali, caratteriali, generazionali) non deve essere vista come un limite, ma come un gioioso equilibrio di vita, che guida il singolo ad entrare in relazione con il mondo, con ogni suo fratello.

Una ecclesiologia di comunione
Parlare di ecclesiologia di comunione vuol dire rimandare immediatamente al Concilio Vaticano II, aperto da Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962, cioè più di cinquant’anni fà, e chiuso da Paolo VI il 7 dicembre del 1965. Infatti il Concilio rappresenta il momento in cui una ecclesiologia di comunione, maturata nei decenni precedenti, ha innovato profondamente rispetto ad una concezione giuridicista e verticista che si era affermata dopo il concilio di Trento. Di questa ecclesiologia di comunione la costituzione Lumen gentium è il grande manifesto. Essa partendo dalla Chiesa concepita come “mistero” e non più come “società perfetta”, afferma la centralità del popolo di Dio. Un popolo di sacerdoti chiamato ad offrire sacrifici spirituali a cominciare da se stessi, rendendo dovunque testimonianza a Cristo e ragione della speranza cristiana.
“Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico – dice la LG, 10 – quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro perché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipino all’unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdozio ministeriale, continua la LG – , con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrifico eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all’offerta dell’Eucarestia, ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e la carità operosa”.
Per quanto riguarda i laici, più avanti al n. 31, sempre la LG, afferma che “è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio… sono chiamati da Dio a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e con fulgore della loro fede, della loro speranza e carità”.
Siano essi semplici fedeli o pastori, tutti i credenti partecipano della comune dignità, alla comune grazia, alla comune vocazione alla santità.
La Chiesa, in quanto sacramento universale di salvezza (cfr.LG.1) è segno, presenza germinale o primizia e annuncio del Regno di Dio, il grande progetto del Padre sull’umanità fin dalla creazione dell’universo. La Chiesa, quindi, ha la missione di proclamare l’avvento di questo Regno e di attuarne e testimoniarne la crescita nella storia. E la comunità cristiana trova il significato ultimo dei propri sforzi e dalla propria azione nell’affermare i valori di questo Regno: la fraternità, la bontà, il perdono, l’unità, la libertà, la giustizia, la pace, la felicità, la vita, l’amore.
La Chiesa, dunque, realizza la sua missione nel mondo rendendo presenti in mezzo agli uomini i quattro grandi doni di cui è portatrice, che rivelano la presenza del Regno di Dio:
• il servizio, o diaconia, come modo nuovo di vivere le relazioni e l’amore universale anche tra i popoli e le nazioni;
• la comunione e la convivenza fraterna, cioè la koinonìa, come modello e modo di essere ideale per le comunità cristiane ma anche per la concordia tra i popoli;
• la profezia, o martyrìa, ovvero l’annuncio confessante e liberante del Vangelo;
• la liturgia ossia il Regno annunciato e celebrato in un insieme di riti che manifestano una vita in pienezza.
La Chiesa non è semplicemente aggregazione umana, ma è opera trinitaria: ha, infatti, nella Trinità la sua fonte e il suo modello.
E’ popolo di Dio che vive e cammina con tutti gli uomini nella storia; è comunità dei credenti uniti a Cristo ed ha nella gerarchia lo strumento che opera tale unione. In quanto popolo di Dio, la Chiesa è, dunque, realtà di comunione, che si esprime attraverso la corresponsabilità di tutti i fedeli nella sua vita e nella sua missione.
E perché comunione, la Chiesa è anche il primo “sacramento”. Ne consegue che impegno prioritario della comunità cristiana è cercare in tutti i modi di realizzare e vivere la comunione.
In un mondo lacerato dal peccato, in una umanità frazionata e ribollente di contrapposizioni e di guerre, la Chiesa è chiamata a vivere e a offrire la testimonianza della comunione, come “convivialità delle differenze”.
Le diversità nella Chiesa, tra le singole persone, i gruppi, i movimenti, le istituzioni e i carismi, devono rivelarsi non come sorgente di tensioni o di divisioni, bensì come occasione e stimolo alla comprensione reciproca, alla collaborazione, alla comunione. E questo non per motivi pratici, di efficienza, di esemplarità o di scelte umane intelligenti, bensì per ragioni teologiche: Dio si è rivelato, infatti, come Unità nella Trinità, come massima “convivialità delle differenze”: e perché è l’Eucarestia che fa la Chiesa. L’Eucarestia “è istituita perché diventiamo fratelli; (…) perché da estranei, dispersi e indifferenti gli uni agli altri, noi diventiamo uniti, eguali e amici; è a noi data perché da massa apatica, egoista, gente fra sé divisa e avversaria, noi diventiamo un popolo, un vero popolo, credente e amoroso, di un cuore e di un’anima sola” (Insegnamenti di Paolo VI, 1966, III, p. 358).
La comunione operativa è costitutiva della Chiesa e l’unità e l’armonia che si vivono in essa sono potenza evangelizzatrice ed evidenza convincente ed avvincente di Vangelo.
Questa ecclesiologia di comunione, fonte della comunità e dell’amore fraterno, è l’origine, la culla e la matrice da cui nascono, vivono e si nutrono i Consigli della partecipazione ecclesiale.

Una pastorale di comunione
Il Consiglio pastorale, in questa visione di Chiesa si pone a servizio della crescita della comunità ecclesiale mediante il suo modo di essere e di operare, che ha nella dimensione della Comunione la sua vera identità e la sua ragione di essere. Esso opera nella consapevolezza che, in virtù dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana, esiste (vige) una vera uguaglianza di tutti i fedeli nella dignità, nell’agire e nella universale vocazione alla santità, pur partecipando all’edificazione del Corpo di Cristo ciascuno secondo la propria specifica vocazione (cfr. LG.32).
Il Consiglio pastorale, pertanto, è l’espressione dell’unità dei distinti ossia del fatto che i cristiani e il loro pastore sono dei fratelli uguali in dignità, diversi quanto a funzioni e solidalmente responsabili della vita e della missione della Chiesa. Nell’esercizio di questa responsabilità il Consiglio opera e vive coniugando il principio sinodale e quello gerarchico. E’ quindi finalità generale del Consiglio quella che il Papa Giovanni Paolo II indica a tutta la Chiesa nella “Novo Millennio Ineunte”: fare della comunità cristiana “la casa e la scuola della comunione”, e promuovere nella stessa comunità cristiana e al proprio interno la “spiritualità della comunione” (cfr. NMI, n. 43), per superare le tentazioni che continuamente insidiano e generano competizione e diffidenza, rivalità, divisione e gelosie.
La Chiesa verso la quale il Consiglio guarda e che si impegna a servire e a costruire è una comunità di discepoli, chiamata e mandata: è popolo di Dio missionario nella storia e nel territorio, che assume la comunione e la sinodalità come stile dei rapporti intraecclesiali e l’Evangelizzazione come impegno di carità verso il territorio e di servizio necessario al Vangelo.
Il Consiglio si pone, perciò, a servizio della Chiesa che ha nella parrocchia l’espressione della sua presenza e della sua missione per la vita della gente. Essa è, infatti, “la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie” (ChL, n.26) e “opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi”, diventando “la casa aperta a tutti e al servizio di tutti” (ChL, n.27).
L’impegno per una formazione essenziale e di base, necessaria ad ogni laico per vivere da cristiano le vicende della vita, è servizio indispensabile perché una parrocchia possa attuare la scelta di una Evangelizzazione aperta e offerta a tutte le persone presenti nel territorio in cui vive e opera la comunità dei cristiani. Questo impegno formativo è teso a rendere i laici consapevoli della loro identità e della loro missione, dei contenuti essenziali della fede cristiana, delle caratteristiche e delle attese del tempo e delle persone a cui ci si rivolge, ed è richiesto dalla condizione oggettivamente missionaria che stiamo vivendo.
Altrettanto impegno formativo deve essere rivolto in forme specifiche, differenziate e progressive, verso quei laici che sono più coinvolti nella vita della comunità cristiana e che, con servizi diversi, la arricchiscono dei loro carismi.
Il Consiglio Pastorale, dunque, non può non assumersi espressamente e consapevolmente questo compito della formazione, concretizzandolo con iniziative proprie e assecondando, sostenendo e rendendo operante, per quanto possibile e con la gradualità necessaria, all’interno della propria comunità, l’opera di formazione espressa dalla Chiesa diocesana.
Quando si parla di formazione si intende sia il catechismo per i bambini ed i ragazzi sempre più importante vista la grande ignoranza religiosa in circolazione, sia la catechesi per adulti già sperimentata più volte in passato nelle nostre parrocchie e che va riproposta in maniera più organica e continuativa, sia la promozione di seminari di approfondimento su temi specifici. Penso in particolare ad uno sulla famiglia per coinvolgere credenti e non credenti nei lavori del Sinodo.
Compito precipuo del Consiglio è quello di essere luogo di riflessione comune, di discernimento comunitario e di progettazione pastorale, ancor prima di essere luogo di decisioni, in modo da vedere e rilevare, valorizzare e dare operatività a ciò che lo Spirito suscita nella comunità.
Strumento fondamentale per realizzare questo compito e per perseguire l’unità di azione basata su criteri oggettivi, è la predisposizione del Progetto pastorale parrocchiale, che la parrocchia si deve dare alla luce e in continuità con il Piano pastorale della Diocesi.
Il Consiglio, quindi, deve incamminarsi, con gradualità, ma anche con la determinazione possibile, verso l’elaborazione di questo progetto, la cui funzione è quella di:
• interpretare i bisogni religiosi e umani del territorio;
• prevedere e valorizzare la qualità e il numero dei ministeri opportuni;
• individuare mete e obiettivi possibili per la propria azione e privilegiare quelli urgenti;
• valorizzare tutti i carismi, favorirne la presenza e coltivarne la crescita, prevenendo ogni forma di soggettivismo, la dispersione o l’egemonia di persone o di gruppi particolari;
• mantenere la memoria dei passi già compiuti;
• disporsi alla revisione-verifica annuale del cammino fatto.
In questo quadro bisogna, a titolo di esempio,
• verificare l’organizzazione dei momenti liturgici a cominciare dalla Messa domenicale riguardo in particolare all’Offertorio con la raccolta e l’offerta di doni all’altare;
• valutare le forme di attività caritativa che la parrocchia svolge in particolare tramite la Caritas sostenendo e potenziando questa fondamentale struttura della Comunità. A questo proposito è importante promuovere un’attenzione continuativa ai problemi del territorio con particolare riferimento alle situazioni di povertà ed emarginazione per esprimere su di essi giudizi ed orientamenti etici alla luce del Vangelo, e per articolare la programmazione pastorale in risposta alle situazioni reali;
• affrontare il problema della comunicazione verificando la possibilità di riprendere esperienze già fatte in passato ( come la pubblicazione di un giornaletto settimanale o mensile) o di tentarne di nuove come la creazione di un sito interparrocchiale;
• affrontare il tema delle manifestazioni pubbliche: processioni, raduni, marce, pellegrinaggi…In questo quadro va posta particolare attenzione ad una iniziativa che la parrocchia sta valutando con le nostre suore francescane, di collegare alla cerimonia del 30 dicembre a Pirrera in ricordo della nascita di Madre Florenzia Profilio una manifestazione (marcia, raduno, incontro) “della misericordia e della speranza” per chiedere alla Madonna dello stupore e a Madre Florenzia l’intercessione per tutti i malati delle isole.
E’ anche compito del Consiglio Pastorale fissare i criteri e decidere le scelte di fondo circa l’amministrazione e l’uso dei beni e delle strutture della parrocchia in spirito di povertà e condivisione. Spetta quindi al CPP approvare il bilancio dell’amministrazione parrocchiale sottoscritto dal Consiglio parrocchiale per gli affari economici. Quando il CPP affronta problemi di carattere amministrativo, sono presenti tutti i membri del CPAE.
Il Consiglio Parrocchiale si riunisce in via ordinaria tre volte l’anno e si può valutare l’opportunità di promuovere una volta l’anno una Assemblea interparrocchiale in autunno per presentare e verificare la programmazione parrocchiale per l’anno successivo.
Il Consiglio pastorale è consapevole che il “consigliare” nella Chiesa rappresenta una necessità e costituisce un momento di fondamentale importanza della partecipazione dei laici alla azione pastorale della parrocchia in vista del comune discernimento. Sa, quindi, di essere, come stabilisce il Codice di Diritto Canonico organo consultivo, in quanto a servizio della crescita di tutti nella “comunione”, espressione della identità propria della Chiesa. Per raggiungere questa comunione sono richiesti, da parte di tutti, ascolto, umiltà, sottomissione alla Parola di Dio, conoscenza e fedeltà all’insegnamento della Chiesa.
E anche il ministero della presidenza, proprio del Parroco è proprio in funzione della realizzazione e della crescita della comunione di vocazioni, di ministeri e di carismi per l’utilità comune.
In conclusione, riassumendo, il Consiglio pastorale, in una corretta visione ecclesiologica, ha un duplice significato:
– rappresenta l’immagine della fraternità e della comunione dell’intera comunità parrocchiale di cui è espressione;
– costituisce lo strumento di decisione comune dove il ministero della presidenza esercitato dal parroco e la corresponsabilità dei fedeli devono trovare la loro sintesi.

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