Florenzia e Maria, Madre dello Stupore

 Madre Florenzia Profilio non parlò mai di Maria come Madre dello Stupore, ma – a mio avviso – questo appellativo della Vergine che le sue figlie hanno promosso e proposto nel maggio del 2007, è non solo fedele alla spiritualità di Florenzia ma coglie, in maniera geniale, quell’ansia a spingere innanzi – per adeguarle ai segni dei tempi – le  proprie conoscenze e la propria operatività che fu della Serva di Dio. Oggi che lo “stupore” è divenuto esperienza rara perché – come ricordava Madre Floriana proprio due anni fa – le anime sembrano più aride, le vite meno gioiose, la fantasia più mortificata, abbiamo bisogno di chi ce lo ricordi come un valore e ci aiuti a coltivarlo. E quindi è bene riandare, con la mente e col cuore, a Maria che , come vedremo, dello “stupore” fece una esperienza esemplare

Ma procediamo con ordine. Se Florenzia non parlò mai di Maria come Madre dello stupore per la Vergine però ebbe una devozione ed un amore tutto particolare. A cominciare da quand’era ancora bambina a Pirrera e improvvisamente spariva di casa per andare alla vecchia chiesetta, distante trecento metri dall’abitazione, e perdersi estatica dinanzi alla statua della Madonna degli angeli.

 Eppure l’ attaccamento a Maria non fu, in Giovanna prima e Florenzia dopo, né ingenuo, né sdolcinato come sono spesso certe devozioni alimentate alla religiosità popolare. Via via che Giovanna cresceva e faceva importanti esperienze nella vita – la vita in campagna, la morte del padre, la povertà drammatica della famiglia, il viaggio in America, l’impatto con un mondo nuovo, la conoscenza nella chiesa di Sant’Antonio in Sullivan Street dei frati francescani italiani e delle suore francescane dell’Immacolata concezione di Allegany, la vita in una fabbrica di abbigliamento, la decisione di fuggire per farsi suora, l’esperienza di Pittsbourgh, il ritorno in Italia e a Lipari, le difficoltà per la nascita dell’Istituto e per il suo avvio,  i problemi in famiglia soprattutto con la madre, le incomprensioni e qualche volta l’avversità di alcuni superiori ecclesiastici, e così via … man mano che faceva queste esperienze anche la sua fede cresceva ed era una fede cristocentrica fortemente centrata sull’amore per Gesù ed alimentata alla lettura ed alla riflessione biblica da una parte e, dall’altra, ad alcuni importanti riferimenti spirituali fra cui Francesco d’Assisi e Teresa del Bambino Gesù. L’insegnamento che riceveva da Francesco – che sicuramente imparò a conoscere a New York frequentando la chiesa di Sant’Antonio e poi nel noviziato di Allegany – era soprattutto quella testimonianza che ci tramanda  Tommaso da Celano quando dice che egli (Francesco) “circondava di un amore indicibile la Madre del Signore Gesù, perchè aveva reso nostro fratello il Signore della maestà. A suo onore cantava lodi particolari, innalzava preghiere, offriva affetti tanti e tali che la lingua umana non potrebbe esprimere. Ma ciò che maggiormente riempie di gioia, la costituì Avvocata dell’Ordine e pose sotto le sue ali i figli, che egli stava per lasciare, perchè vi trovassero calore e protezione sino alla fine”. Francesco costituì Maria Avvocata dell’Ordine, Florenzia la nominò Superiora generale del suo Istituto.

Anche l’insegnamento di Teresa rimandava al Vangelo. Infatti la santa francese, che era nata lo stesso anno di Florenzia e che probabilmente imparò a conoscere a Lipari, dal libro “Storia di un’anima” che le regalò il Vescovo Raiti, osservava che si presenta Maria “in un modo che la rende inavvicinabile, e invece la si dovrebbe presentare come una persona da imitare, mostrarne le virtù, dire che viveva di fede, come noi, e addurre le prove di questo traendole dal Vangelo”1.

Una devozione, quella di Florenzia, che si accompagnava sempre all’amore per Gesù, come ci testimoniano le suore che l’hanno conosciuta. Valga per tutte questa testimonianza: “Nei suoi discorsi la madre non separava mai Gesù dalla Madre sua: Pregate Gesù e la Vergine Immacolata poiché possono tutto”. A ciascuna suora augurava: “ La Vergine Immacolata, vi conceda la grazia di essere degne figlie di tanta Madre e vi faccia comprendere e gustare quanto sia soave e leggero il giogo del Signore… Avanti…sempre in alto lo sguardo alla celeste Regina che addita a tutti la via della croce, l’unica che conduce alla gloria, alla eterna felicità”. E questo è il messaggio che si ritrova in tutte le lettere circolari che negli ultimi anni prese a inviare  alle diverse case per il Natale e per la Pasqua.

Nel suo itinerario spirituale verso la santità nel quotidiano che abbiamo riassunto – semplificando – in sei  punti: il silenzio, la preghiera, la perfetta letizia, l’abbandono a Dio, l’amore per Gesù espresso nelle devozioni del Presepe, della Croce e dell’Eucarestia, l’amore per i poveri e gli ultimi, che cosa rappresentava Maria?  Maria era la guida in questo cammino semplice ma anche arduo che pretende da uomini e donne una tensione ed una predisposizione d’animo tutto particolare. Ecco chi era Maria per Florenzia: la guida ad una spiritualità cristocentrica fondata su una conoscenza della Madonna che faceva riferimento soprattutto ai Vangeli.

 Fra tutte le innumerevoli devozioni che intorno al nome di Maria sono nate e si sono diffuse qual è l’immagine di lei che nei Vangeli occupa una posizione centrale? Sicuramente, e non pretendo in questo di essere originale, è l’annunciazione con l’angelo che interpella Maria e questa – dopo un momento di turbamento – dice quel “si” che introduce al mistero dell’incarnazione attraverso il quale il creatore del mondo entra nella esperienza degli uomini, si fa uomo ed opera direttamente nella storia separandola nettamente in storia prima e dopo la sua venuta. Le parole dell’angelo permettono a Maria di superare il turbamento ma aprono il suo animo ad un altro sentimento, quello dello stupore, che accompagnerà Maria per tutta la vita ma che noi vogliamo analizzare almeno fino all’incontro con Elisabetta. Lo stupore è una molla forte della conoscenza, della riflessione orante, della capacità di interrogarsi e di porsi – con animo aperto  – dinnanzi al mistero. Un teologo protestante ha detto che Maria fu la prima teologa perché conservava e meditava le cose che accadevano nel suo animo. Le conservava, le meditava e le ordinava. Io vorrei aggiungere che questa capacità teologica di lettura dei segni dei tempi le si sviluppò proprio con l’annunzio dell’angelo quando lo stupore invase il suo animo.  

Maria era una giovinetta, poco più che una ragazzina – conoscendo le tradizioni del suo tempo e del suo popolo e visto che era già promessa sposa potremmo pensare che avrà avuto un quindici anni – che viveva in un villaggio di un paese lontano dai grandi centri culturali dell’epoca: lontano dall’Egitto, dalla Grecia, da Roma. Un villaggio Nazareth dove forse passava una via di comunicazione e di commercio fra il mare e l’oriente, ma comunque distante dal trambusto e dai costumi delle metropoli. Qui vivevano tradizioni solide e antiche ma anche molto dure, spesso spietate. Quando l’angelo gli disse che avrebbe concepito un figlio sicuramente ella pensò a che cosa questo avrebbe significato per lei, la sua famiglia, lo sposo promesso Sapeva della pratica della lapidazione, immaginava i giudizi sommari, la vergogna… Eppure, a stare a Luca, non è questo che la turba. Non è la paura per quello che può accaderle. E’ già entrata nello stupore, Maria. Pur giovane essa intuisce che all’evento che lì si sta compiendo non è possibile contrapporre considerazioni personali. A quelle penserà Dio che sicuramente vuole che il suo progetto – far nascere un figlio e dargli il trono di Davide suo padre che lo porterà a regnare sulla casa di Giacobbe ed il suo regno non avrà fine – vada in porto. Lo stupore la porta a voler conoscere non il rischio per sé ma come questo sarà  possibile: “Non conosco uomo”. E dopo le parole dell’angelo pronunzia , in piena libertà, quel consenso che Dio attendeva dall’inizio dei tempi. E dopo quel si: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” non abbiamo di Maria altre parole fino all’incontro con Elisabetta. Maria – possiamo supporre – entra nel silenzio. E nel silenzio va meditando sulle parole che le sono state dette, vuol capirne sino in fondo il senso e il significato.

Gli ebrei avevano una grande familiarità con le Scritture, con i libri della Bibbia. Non solo li leggevano nella sinagoga ma anche a casa in famiglia, li ripetevano e li commentavano nelle lunghe sere raccolti intorno ai falò. E sicuramente Maria in quei giorni passati nel silenzio avrà ripensato e meditato con una meditazione orante,  a quanto dicevano le scritture. Avrà meditato soprattutto sul profeta Isaia: “Il signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7.14) e più avanti “Poiché un bambino è nato per noi,ci è stato un figlio…grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno…”(Is 9,5-6)..E poi il libro di Sofonia “Gioisci figlia di Sion…”, il secondo libro di Samuele, quello di Gioele, quello di Zaccaria. E in parallelo gli saranno venute in mente il cantico di Anna che va al tempio per ringraziare Dio di avergli dato un figlio, Samuele, e per consacrarlo al Signore : “Il Signore rende povero ed arricchisce, abbassa ed esalta. Solleva dalla polvere il misero, innalza il povero dalle immondizie, per farli sedere insieme con i capi del popolo ed assegnare loro un seggio di gloria”(1 Sam 2,7-8); il cantico del mare che Mosè col suo popolo innalzarono dopo la vittoria sull’esercito del Faraone (Esodo 15,1-8) , e infine i canti di Giuditta (16, 1-17) e quello di Debora (Giudici, 5).

Tutto questo Maria andava meditando in silenzio e i pensieri gli crescevano nel cuore e nella mente come una preghiera che le urgeva dentro e non riusciva ad esprimere.

E quando giunta al paese ed alla casa di Elisabetta sente il suo saluto. “Benedetta tu fra le donne  e benedetto il frutto del tuo grembo” ecco che finalmente lo stupore le fa affiorare questa preghiera alle labbra e la sua bocca si apre per lodare Dio con il Magnificat che può a ragione definirsi il canto dello stupore: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome”.

 C.M.Martini, Qualcosa di così personale. Meditazioni sulla preghiera, Mondadori, 2009. Pag.29

Maria nel Magnificat “parla guardando la storia dalla parte della speranza, si mette dalla parte del Regno, e, in una umanità piena di mali, di sofferenze e di ingiustizie, contempla la  venuta di Dio che sta trasformando la povera esistenza umana”.

E’ lo sguardo della speranza che le permette di cogliere una realtà che “realisticamente” non potrebbe cogliere e per questo si “stupisce”.

Chiediamoci – aggiunge il card. Martini – perché Maria può compiere questo gesto profetico, questa contemplazione coraggiosa della storia, nella quale fa emergere i segni del Regno e i segni della speranza, per illuminare, a partire da essi, anche tutte le sofferenze dell’umanità destinate ad essere trasformate e capovolte dall’avanzare del Regno. La risposta è che Maria può farlo perché ha esperimentato la salvezza. Ha esperimentato il Signore come salvatore della sua vita che in un attimo, vorticosamente, l’ha trasformata, facendola esistere in un nuovo modo di essere, di amare, di sperare, di rapportarsi a Dio e agli altri”.

Da questo luogo, dall’esperienza di pienezza di salvezza, Maria può guardarsi intorno e vedere la storia…. Può cogliere i “segni dei tempi”.

Non si può cogliere il Dio del Vangelo se non si fa esperienza della salvezza.

 

 

 

 

 

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