La ragazzina dalla coda di cavallo

Aida nei ricordi di Michele.  Lipari, dicembre 2011

Lipari, 23 agsto 1958. La ragazzina dalla cda di cavallo.

 Parlare di Aida ai nipoti

Carissimi Rosalba, Peppuccio, Francesca, Marco,  Alice, Attilio, Massimo, Valerio, Annarita, Franceschina, Almas, Sabrina e Matteo ma anche Nino, Mela, Blerinda , ….

Aida aveva per voi un particolare trasporto. Non avendo avuto figli riversava sui nipoti e – soprattutto sui più piccoli che erano giunti ad allietare la nostra vecchiaia – la sua cura di mamma e nonna…come dire …ausiliaria. Di tutti voi conosceva a memoria le date di nascita e quelle degli onomastici ed era felice quando poteva incontrarvi e stare con voi. L’ultima domenica prima della morte – che arrivò venerdì 2 dicembre alle ore 16.30 – anche se stava molto male volle sedersi a tavola con tutti noi perché c’erano Sabrina e Matteo. E siccome il male le aveva ormai intaccato l’esofago e inghiottire anche la pastina era una pena, quando il piccolo Matteo le disse:” Che fai non mangi più?”.Lei si fece forza ed inghiottì un paio di altri cucchiai. Ecco, carissimi, io vorrei che voi ricordaste chi era zia Aida, grande anche nelle piccole cose, e per questo vi trasmetto alcune pagine di ricordi tratti da una vita – 53 anni fra gli otto di fidanzamento e i 45 di matrimonio – vissuti insieme e, credetelo, tutti felici.

Era la seconda metà di agosto del 1958. Lipari allora non era ancora una stazione turistica conosciuta in tutto il mondo. Alla fine del decennio precedente alcune riprese di Vulcano e Stromboli avevano cominciato a girare fra le organizzazioni giovanili francesi, olandesi e belghe amanti della natura. Un contributo notevole a far conoscere le Eolie lo avevano dato i film Stromboli, terra di Dio e Vulcano soprattutto per la guerra mediatica fra Rossellini e la Magnani e la “love story” di Rossellini con la Bergman. Ancora nel 1954 vi erano nell’arcipelago solo 17 esercizi alberghieri di dimensioni modeste ed il flusso annuale di turisti non arrivava a 20 mila unità.

Così nei pochi bar di Lipari, in pieno agosto, si davano convegno per lo più solo comitive di eoliani residenti nelle isole o che nelle isole tornavano per trascorrervi le vacanze. E nei bar conversavano rinfrescandosi con le granite. In estate si intrecciavano i primi amori giovanili e anche le ragazze avevano il permesso di passeggiare sul corso da San Pietro al bar di Monti sotto gli occhi vigili dei genitori seduti ad un bar o seduti dinnanzi alla tabaccheria di mio nonno al Pozzo. La spiaggia al mattino e le passeggiate alla sera erano questi gli spazi di incontro con le ragazze per noi che non avevamo ancora diciotto anni. E sempre a portata di sguardo dei parenti. Più rare erano le escursioni pomeridiane in campagna o per mare: queste, solitamente, erano momenti riservati a noi maschietti che godevamo di qualche libertà in più.

Nel 1958 Aida non faceva ancora parte della nostra comitiva che, per la verità, era un po’ esclusiva formata dai figli di famiglie legate da vincoli di parentela o da una lunga e consolidata amicizia. Una comitiva per lo più di ragazzi con solo due o tre ragazze che potevano dirsi organiche. Aida faceva parte di un altro gruppo che, a differenza del nostro, comprendeva quasi esclusivamente ragazze. In quell’estate Aida aveva solo 14 anni e portava la coda di cavallo. “Una ragazzina”, così la giudicai dall’altro dei miei 17 anni, quando Franco, un amico romano, che cercava di fare dei ponti fra i due gruppi, mi invitò a passeggiare con lei ed una sua amica a cui lui faceva la corte.

Ricordo che mi sentivo imbarazzato come se fossi un insidiatore di minorenni. Scambiammo poche frasi. Le chiesi come mai non l’avessi vista tutta l’estate e mi rispose che era stata in viaggio con sua madre a trovare dei parenti a Roma e Milano. Forse non ci dicemmo nient’altro. Appena potei inventai una scusa qualsiasi e mi liberai. L’anno dopo, quando ormai si era stabilita una confidenza fra noi, mi disse che  giudicavano il nostro gruppo un po’ snob, una comitiva chiusa di soli maschi che ruotavano tutti intorno ad un paio di ragazze.

Quella fu la prima volta che incontrai Aida, anche se le nostre famiglie erano legate da vecchia amicizia perché mia madre e sua madre erano state compagne di scuola e i nostri padri erano stati entrambi, per circa vent’anni, nel distaccamento di polizia di Lipari a guardia dei cosiddetti “confinati”. E fu anche l’ultima volta che l’incontrai con la coda di cavallo.

Aida, aprile 1960

Un paio di mesi dopo infatti vidi entrare nel tabacchino di mio nonno tre ragazze che si somigliavano moltissimo. Aida era con le sorelle Rita e Maria e tutte e tre erano pettinate allo stesso modo, un taglio che mi pare si chiamasse “a caschetto”. Mi parvero tutte è tre belle ma Aida mi parve la più bella di tutte. Non realizzai subito che fosse la ragazzina dalla coda di cavallo con cui avevo passeggiato poche settimane prima. Lo appresi più tardi quando mi informai con mio cugino sul chi fossero le tre ragazze che d’altronde, pur con un altro look, chissà quante volte avevo visto. La cosa finì lì, sia perché in queste cose io non avevo l’intraprendenza del mio amico Franco, sia perché ormai ero a fine vacanza e sarei rientrato a Pavia dopo pochi giorni . Mi ero fermato a Lipari anche tutto settembre ed ottobre perché quell’anno sarei andato all’università che era la Cattolica di Milano ed i corsi iniziavano ai primi di novembre.

L’estate del 1959

 La novità del 1959 fu che nostra compagnia si allargò ed entrarono a farvi parte, insieme ad Aida, sua cugina Ivana, Gabriella ed altri ragazzi e ragazze . Fu l’estate in cui si organizzavano balli nelle case che  avevano un terrazzo come quella Sottomonastero di Milvia e Rossella o la casa al Pozzo di Emanuele Carnevale. Ma fu soprattutto l’estate in cui, per quanto fossimo giovani, si consolidarono delle relazioni che poi sfociarono in matrimoni che durarono per tutta una vita. Oltre ad Aida e me , quell’estate si “fidanzarono” Angelo Raffa ed Ivana, mio fratello Mimmo e Gabriella e, più tardi, mio cugino Mimmo e Rossella, mio cugino Angelo e Milvia. Certo non si trattava di fidanzamenti “ufficiali” ma tutti dimostrammo subito di fare sul serio e chi non era di questo avviso e voleva solo “babbiare”, veniva emarginato dalla compagnia.

Lipari, Marina corta. Agosto 1950.

Con Aida abbiamo sempre considerato il 13 luglio 1959 come la data del nostro fidanzamento. Ero arrivato a Lipari ai primi di luglio, appena finita la sessione di esami universitari, e subito avevo cercato  di stabilire con lei quel contatto che non era stato possibile l’autunno precedente. Fui favorito dal fatto che facevamo tutti il bagno a Marina lunga sia i componenti della mia compagnia sia Aida, Gabriella ed Ivana. Un giorno mentre scherzavamo sul bagnasciuga sul possesso di un pietra che sembrava una gomma grigia, improvvisamente lei mi strinse la mano, io gliela baciai, e lei non protestò. Mi parve un chiaro segnale di interesse e così cercai il modo di stare da solo con lei per parlarle. Ma non era facile.

La sera, dopocena, era sua abitudine salire a Piazza Mazzini con sua zia Pina per godersi un po’ di aria fresca ascoltando la musica del Boschetto un ritrovo all’aperto per giovani dove si ballava. Così era stato riciclato un vecchio campo da tennis in disuso le cui reti di cinta, molto brutte, erano state mascherate da fascine. Le ragazze più giovani vi entravano per lo più accompagnate da un genitore o da un parente. Ed appunto il 13 luglio,  ci eravamo dati appuntamento a Villa Mazzini. Dopo un quarto d’ora lei chiese a sua zia di entrare al Boschetto. Io mi vidi perso perché mentre le donne non pagavano per gli uomini c’era una tariffa ed io ero uscito senza soldi. Ero un po’ sconsolato quando un mio amico di Canneto mi venne in soccorso.

–         Perché non entri? Aida è già dentro.

–         Non ho una lira.

–         Te li presto io i soldi.

E così mi catapultai dentro e corsi subito al suo tavolino. Ballammo tutta la era sotto lo sguardo complice di sua zia ed ogni tanto, quando eravamo più lontano dal suo tavolo ci scambiavamo un bacio fuggevole sulle guance. Ero al settimo cielo.

Dopo quella sera le occasioni si moltiplicarono. Ci furono i balli in casa degli amici ma, più tardi, ci furono anche le passeggiate in barca a motore dei miei cugini. La meta preferita era  Val di Muria. Ancoravamo la barca e ci si sistemavamo dietro gli scogli che ci permettevano una certa intimità perché ci nascondevano da sguardi indiscreti. Se una barca giungeva nei paragi ce ne saremmo accorti per tempo. Ci si baciava ma non solo. Si parlava anche, ci si scambiava delle carezze ma non si andava mai oltre il petting . Sapevamo con chiarezza che eravamo molto giovani e sarebbero passati anni prima che avremmo potuto sposarci. Eravamo molto assennati. Soprattutto lei che non voleva approfittare della fiducia che i suoi le concedevano.

Lipari, Marina lunga. Agosto 1960. Da sinistra: Ezio, Angelo, Milvia,Chiaretta, Alfio, Rossella. Mimmo grande, Aida, Michele, Gabriella, Mimmo piccolo.

Una sola volta la vidi “trasgredire”. Non mi ricordo se era l’estate del 1959 o del 1960. Eravamo al bar con la solita compagnia a consumare un gelato o una granita la sera prima di cena. Io avevo ordinato un vermut. Ad un certo punto Aida mi dice che lo vuole assaggiare.
–         Ma se sei astemia.

–         Appena un goccio, mi rassicura.

In realtà ne beve almeno un dito e dopo cinque o sei minuti diventa molto più allegra ed anche espansiva nei miei confronti. Vuole darmi un bacio lì al bar e la cosa è veramente inaudita perché sicuramente non sarebbe mancato chi lo avrebbe riferito ai suoi. Mi preoccupo seriamente e vedendo che la sua allegria non accennava a rientrare nella normalità e nella ragionevolezza decido che era ora che la riaccompagnassi a casa. Fu un’esperienza che non ripetemmo più. Negli anni seguenti, quando la vedevo giù di tono bastava che le chiedessi se voleva un bicchierino di vermut per farla sorridere.

Dopo qualche tempo i suoi vollero che io cominciassi a frequentarla anche in casa e ci fu una sorta di cerimonia informale con la partecipazione dei rispettivi genitori. Non era un vero fidanzamento, non ci fu scambio di anelli, non dovetti chiedere la sua mano. Solo un caffè, per prendere atto che noi ci frequentavamo col consenso dei genitori.

Io, che ero contro le formalità, non presi bene questo incontro ma feci buon viso a cattivo gioco. Se serviva a vedersi con un po’ più di libertà, il gioco valeva la candela.

La libertà più grande che ci prendemmo, negli anni che seguirono, fu la gita con la barca dei cugini a Panarea. Tre coppie di ragazzi – Aida ed io, Rossella e Mimmo, Milvia e Angelo – un giorno decidiamo che invece di andare a Val di Muria avremmo puntato verso Panarea. Avvertiamo i genitori che avremmo fatto colazione a sacco e quindi non saremmo tornati per pranzo. Tutto funziona alla perfezione fino a Panarea. Il problema sorge al momento del ritorno perché si leva lo scirocco e il mare si ingrossa. Che fare? Tentare ugualmente la traversata non è consigliabile. Così scendiamo a Panarea e telefoniamo alle nostre case. Ed i genitori, dopo qualche rimbrotto, pensano subito a come sistemare le cose. Zio Vincenzino, il papà di Mimmo ed Angelo, chiederà al dott. Cincotta, che aveva aperto da poco un albergo nell’isola, di ospitarci. Tutti meno Aida che viene indirizzata da sua zia Rosina che l’aveva già ospitata quando aveva insegnato a Panarea.

Comunque decidiamo di goderci la vacanza inaspettata. La serata la passiamo, mangiando pane e prosciutto, su una spiaggia deserta, prima di Calajunco, con il bellissimo cielo stellato sulle nostre teste. La mattina dopo, senza fretta ce ne torniamo a Lipari. Il mare ora è calmo come una tavola e ne approfittiamo per fare il bagno alle cave di pomice.

Fra lettere e telefonate

Otto anni ci vorranno prima che possiamo sposarci. Otto anni in cui ci vedevamo per due mesi in estate e poi durante le vacanze di Natale e quelle di Pasqua quando, appena libero dagli impegni universitari, prendevo il treno che da Milano mi portava a Milazzo, spesso insieme a mio fratello Mimmo, spesso seduti sulle valige in corridoio perché era difficile trovare posti sotto le feste. E negli altri mesi – i lunghi mesi da settembre a dicembre, da gennaio ad aprile e da aprile ai primi di luglio – dovevano bastare le lettere. Lunghe, lunghissime lettere in cui ci raccontavamo come passavamo i nostri giorni e cercavamo di esprimere i nostri sentimenti. “Piccola mia” cominciavano le mie lettere. Un po’ più tradizionale lei anche se, qualche volta ispirata dalle amiche, provava qualche intestazione un po’ esotica come il “my honey” che a me non piaceva proprio. Ancora da qualche parte dovrebbero esserci questo migliaio di lettere che ci scrivemmo lungo otto anni spesso anche ogni giorno. Anzi lungo sette anni, perché il primo anno ci tenevamo in contatto solo attraverso cartoline come per tranquillizzare i suoi che si trattava solo di una corrispondenza fra amici.

E proprio il primo anno lei ebbe una piccola crisi. Non ricordo bene, ma forse quell’anno non ero riuscito a venire a Lipari per Pasqua e lei quasi mi aveva dimenticato. Quando arrivai a luglio Aida era a Milazzo, ospite di sua cugina Silvia  a cui era molto legata, ed aveva intenzione di interrompere il rapporto. Mi confessò dopo che quando vennero  a incontrarmi al porto lei e la cugina, questa vedendomi le disse che avrebbe fatto un grave errore a lasciarmi. Ed anche sua madre, con cui si confidava, le consigliò – se veramente aveva deciso di troncare – di parlarmene subito perché non era giusto che continuasse ad illudermi se veramente non sentiva nulla per me. Ma grazie a Dio non ce ne fu bisogno. Quando riprendemmo a frequentarci a Lipari i sentimenti tornarono a vivere come l’anno prima e tutto si risole per il meglio.

– Ero così piccola e mi sentivo così confusa. Quasi non ricordavo più il tuo volto e la tua voce, mi confidò qualche giorno dopo.

E quella del primo anno fu l’unica crisi in cinquantatrè anni. Dopo qualche tempo oltre alle lettere arrivò anche il telefono. Ma era una tortura soprattutto per lei perché io avevo il telefono in casa e lei no. Così la chiamavo, solitamente tutte le domeniche pomeriggio, al posto pubblico di Lipari. Dal posto pubblico l’avvertivano a casa ma passavano diverse ore prima che si riuscisse ad ottenere la comunicazione. Spesso anche quattro o cinque ore. Un intero pomeriggio dentro l’ufficio telefonico non era certo un bel modo di trascorrere la domenica pomeriggio. Eppure non avremmo rinunciato per niente a quei cinque minuti di telefonata dove non riuscivamo a dirci molto ma anche solo il suono delle nostre voci ci provocava un’emozione profonda.

Finalmente anche i suoi misero il telefono e quindi conversare via filo fu più agevole. Intanto lungo questi anni erano successe diverse cose. Lei si era diplomata maestra nel luglio del 1961, aveva fatto il concorso che non aveva vinto ma era risultata idonea ed aveva preso a insegnare, come supplente, nelle varie scuole delle isole: a Panarea l’anno 1962/63, a Rinella il 1963/64, a Vulcano Gelso per 15 giorni nel 1965 e poi a Canneto, Annunziata, Malfa, S.Marina, Lipari lungo il 1966. Particolarmente pittoresca fu l’esperienza di Vulcano Gelso: una scuola isolata che le serviva anche da alloggio dove andò ad abitare con la nonna. I ragazzi, pochissimi, che si potevano contare sulle dita della mano, arrivavano dai cascinali dei dintorni e le portavano chi una ricotta, chi un pesce, chi il formaggio. Fu un periodo tranquillo anche se la notte tutto quel silenzio metteva un po’ di apprensione.

A metà ottobre del 1961 Rita, la sorella maggiore di Aida, scappa di casa perché i suoi genitori sono contrari a che sposi un vivaista di Mazzarrà S.Andrea che ha conosciuto a Roma dove Rita viveva e lavorava. Come ancora si usa fare in Sicilia e non solo, la “fuga” serve a mettere papà e mamma di fronte al fatto compiuto. La motivazione dell’opposizione è che Agostino  (Tino) è troppo più anziano di Rita ed ha quasi l’età di sua madre. Aida mi scrive una lettera molto schierata. “Non  posso giustificare mia sorella, dice fra l’altro, perché sta dando un dolore troppo forte ai miei”. Le rispondo che, secondo me, se Rita è convinta di quello che fa ha fatto bene a disubbidire ai suoi. “Abbiamo solo una vita da spendere – cerco di spiegarmi – . Se ne avessimo due o tre ne potremmo viverne una come piace a noi ed una come piace ai nostri genitori o chi altri… Ma ne abbiamo solo una e dobbiamo viverla come riteniamo più giusto perché la vita è nostra”. Aida non ribatte e d’altronde dopo qualche settimana la pace con Rita è fatta. Resiste solo papà Attilio ma dopo un paio di mesi anche lui capitola. Comunque l’11 novembre Rita e Agostino si sposano

Il 2 luglio nasce la prima figlia di Rita e la prima nipote di Aida, Rosalba. Dopo una settimana accompagno Aida, sua madre e sua sorella Maria a Mazzarrà dove andiamo a conoscere la nipotina. L’anno dopo il 16 dicembre nascerà Peppuccio. Intanto, io da parte mia davo gli esami all’Università Cattolica. Il fatto che avevo la ragazza a Lipari mi permetteva di non avere distrazioni con quelle di Pavia, dove abitavo, ma comunque c’erano le distrazioni dell’associazionismo e della politica locale. Ero impegnato prima nell’Azione Cattolica, poi nelle ACLI provinciali e nella Democrazia Cristiana. Così ero andato di qualche anno fuori corso e i lavori che facevo – la formazione professionale nell’Enaip – non mi consentivano di pensare a metter su famiglia.

“Ci sposiamo?”

 Per questo non avevamo mai pensato seriamente al matrimonio. Le cose cambiano all’inizio del 1966. Vengo assunto come assistente di ragioneria all’Istituto tecnico ma in realtà mi si chiede di lavorare alla stesura della prima programmazione in Provincia di Pavia. In realtà l’incarico di assistente dovrebbe essere provvisorio, la prospettiva è quella di creare in pianta organica l’ufficio di programmazione e di  mettere a concorso il suo organico. Una prospettiva questa che mi alletta mentre quella di assistente di ragioneria non mi interessa proprio. Vedo uno spiraglio per dare una svolta alla nostra vita e realizzare finalmente il sogno di sposarci. Per questo un bel giorno, dopo qualche mese dall’assunzione, durante una di quelle telefonate domenicali le dico a bruciapelo:

– Ora un lavoro ce l’ho. Ci sposiamo?.

Lei rimane un po’ frastornata ma non dice di no.

–         Quando?

–          Al più presto. Prima di quest’estate.

Il suo affidamento a me è totale e la cosa mi commuove. Dovrei essere un poco anche preoccupato perché il mio non è un impiego stabile e la prospettiva del nuovo ufficio in pianta organizza si rivelerà poco dopo non facile almeno nel breve periodo. In più c’è il fatto che  dovrei partire per militare fra un anno o poco più, a meno che Aida non rimanga in cinta. E io ho una grande fiducia nella Provvidenza e nella mia buona stella. Così cominciamo a progettare il matrimonio. Il progetto va avanti e si decide di sposarci ad Assisi sia perché è la città di Francesco a cui siamo legati per sentimento e devozione ma anche perché è a metà strada fra Pavia e Lipari e sia noi che i parenti che vorranno partecipare alle nozze si incontreranno così a mezza strada. Si decide anche che per i primi tempi si abiterà nella casa dei miei che è abbastanza grande e vi è una stanza che diventerebbe la nostra camera da letto. Infine si decide anche di fare il viaggio di nozze a Maiorca di cui ho letto un servizio su una rivista che mi ha entusiasmato. Aida dice di si a tutto.

Assisi, San Damiano, 27 giugno 1966. Il giorno delle nozze nel cortile del convento.

Certo sposarsi costa e costa anche il viaggio di nozze ma per fortuna ci sono i soldi della liquidazione di mio padre che proprio in quei mesi è andato in pensione e non ha difficoltà a mettere a nostra disposizione. Invece mi son fatto un punto d’onore – non ricordo perché – di non chiedere una lira ai genitori di Aida. Forse quando le ho chiesto di sposarci lei mi avrà accennato a  qualche difficoltà economica dei suoi dove sulla sola pensione di suo padre gravano mamma Frenze, nonna Marietta e Maria .

Si sceglie la data del 27 giugno e si prendono i contatti con Assisi: la chiesa di S. Damiano dove ci sposeremo, l’albergo Belvedere dove dormiremo noi e i nostri parenti la sera prima del matrimonio, il bar dove organizzeremo non il pranzo di nozze ma un sorta di colazione con torta nunziale. Tutto all’insegna della frugalità come è nello stile francescano e nella mia cultura di allora. Una vera e propria corsa contro il tempo così che quando arriviamo ad Assisi ci accorgiamo che non tutti i documenti sono giunti alla curia. In particolare ne manca uno di Aida ed io sono un po’ in apprensione.

Assisi, San Damiano.Il giorno delle nozze. Aida e Michele al centro con alla destra papà Attilio e mamma Frenze ed, a sinistra, mamma Lina e papà Rosario.

–         Perché lei si preoccupa? – mi dice i cancelliere – I suoi documenti sono in ordine. Il problema è della sposa.

Lo guardo per vedere se scherza ma è serissimo.

–         E se non arriva il documento della sposa – gli ribatto – io con chi mi sposo?

Ma finalmente anche questo problema si appiana e noi possiamo raggiungere San Damiano che spunta fra il verde ed i fiori di una splendida giornata di primavera. Aida è bellissima nel suo vestito da sposa bianco e sembra una ragazzina molto più giovane dei suoi 22 anni. Dopo il pranzo-colazione partiamo per Roma dove trascorreremo due notti per incontrare alcuni parenti che abitano nella capitale e poi in volo verso Maiorca passando attraverso Nizza e Barcellona.

Non solo per Aida ma anche per me è la prima volta che si andava all’estero – se si esclude una gita a Besancon – ed era tutto nuovo ed entusiasmante. L’impatto con la Spagna è elettrizzante: le sue tradizioni, la sua cucina, la stessa lingua. I mulini a vento mi ricordano don Chisciotte, molti manifesti parlano delle corride, la “paella” ci conquista subito ma anche la sangria e le zuppe di pesce che si chiamano “caldero pescado”. Tutto ci sembra bello  perché è bello ed entusiasmante l’essere finalmente insieme a vivere la nostra vita. L’alberghetto che abbiamo prenotato è a Cala maior, una insenatura con una spiaggia stupenda a pochi chilometri dalla città di Maiorca che si raggiunge con un pullman in cinque minuti. Abbiamo scelto la mezza pensione ed a pranzo l’albergatore, saputo che eravamo in viaggio di nozze, ci ha offerto una bottiglia di champagne. Comunque nella settimana che rimaniamo nell’isola la giriamo in lungo e largo cercando le trattorie più caratteristiche anche approfittando dei costi bassi rispetto all’Italia.

Maiorca. Luglio 1966. Durante il viaggio di nozze.

I maiorchini sono affabili ed entrano subito in confidenza. Alla fermata di una corriera una signora ci chiede se siamo fratello e sorella.

–         No, siamo marito e moglie, rispondo.

–         Siete sposati ma lei è così “nina”, piccola.

–         Non tanto – dico un po’ piccato – ha 22 anni.

–         Ventidue anni? Gliene avrei dati 14 al massimo.

E rieccomi alle prese con la preoccupazione di apparire un corruttore di minorenni. Ci ritorneremo a Maiorca forse quarant’anni dopo. Ma l’isola era completamente cambiata modellata secondo i canoni standard del turismo di massa. Ci parve che avesse perso molto del suo fascino. O eravamo noi che avevamo perso un po’ dell’ingenuità e della capacità di stupirci di quegli anni? Sulla via del ritorno passiamo da Barcellona. Vorremmo fermarci qualche giorno ma comprendiamo che forse è bene non dare fondo ai risparmi. Prendiamo il treno con cuccette ed il giorno dopo siamo a Pavia per iniziare la vita vera di tutti i giorni.

A Pavia in casa dei miei.

 La casa dei miei era a S.Pietro in ciel d’oro. Ora è la casa di mio fratello Mimmo che, quando ci è andato ad abitare, l’ha fatta tutta ristrutturare.  Una casa con cinque stanze grandi, una cucina molto ampia, un bagno ed un corridoio. Era stata costruita dall’INCIS  per gli impiegati dello stato e i miei l’avevano riscattata.

Una bella casa grande al primo piano di uno dei quattro palazzoni che compongono il complesso. Tutto intorno ai palazzi vi era un ampio cortile dove noi giocavamo da piccoli. Anche il quartiere era tranquillo appena fuori dal centro storico. Di fronte alle “case INCIS”, come veniva chiamato il complesso, vi era la chiesa romanica di S. Pietro in ciel d’oro officiata dagli agostiniani che dava su una bella piazzetta con alberi e panchine. Ad Aida il posto era piaciuto molto quando era venuta un paio d’anni prima con sua madre e sua sorella e in quell’occasione io avevo fatto di tutto per farla innamorare di Pavia sapendo che sarebbe dovuta divenire la sua città.

Nel luglio del 1966 nella casa vivevano oltre a mio padre e mia madre, i miei fratelli Mimmo e Marcello. Mimmo si sposerà con Gabriella il 30 dicembre del 1968 e andrà a vivere, sempre a Pavia, in una casa distante alcune centinaia di metri. Dopo qualche tempo, mio padre, stanco della vita di pensionato, preferirà trasferirsi a Lipari ed aiutare mia zia Nunziatina – che era rimasta sola dopo la morte della nonna  e del nonno – nella gestione della tabaccheria. Praticamente la sistemazione in casa dei miei durerà per oltre due anni giacché nell’estate del 1967 io sarei partito per militare e vi sarei rimato sino ai primi di novembre del 1968.

Credo che Aida si sia adattata abbastanza bene a vivere con la mia famiglia. Infatti il menage familiare scorreva sereno e tranquillo. Allora non avevamo molte distrazioni giacché non avevamo ancora nemmeno la televisione. Dopo cena qualche volta ascoltavamo la radio, qualche volta si discuteva nella grande cucina, qualche volta si usciva per andare al cinema o a riunioni delle ACLI. Probabilmente qualche problema di convivenza con mia madre, fortemente attaccata ai figli, dovette esserci ma lei non se ne lamentò mai né durante il primo anno di matrimonio quando io ero a Pavia, né l’anno successivo quando partii per militare. Solo qualche anno fa mi raccontò scherzando un episodio accaduto proprio in quel periodo. In previsione del mio rientro cercavamo una casa per vivere per nostro conto e si era presentata una occasione molto favorevole in un quartiere nuovo di Pavia abbastanza distante da piazza San Pietro. Mia madre prima fece finta di niente ma si vedeva che era contrariata. Finalmente affrontarono la questione ed uscì fuori che lei non vedeva bene questa soluzione perché non voleva “perdere” i suoi figli.

Grazie a Dio il problema si risolse presto perché si liberò l’appartamento che era proprio sopra a quello dove abitavamo. Era stato il nostro primo alloggio a Pavia e lo conoscevamo bene. Era un bell’appartamento di tre stanze con un grande soggiorno con ben quattro finestre che svettava sui tetti della città. Per il resto Aida aveva preso ad insegnare e faceva diverse supplenze nelle scuole elementari della città e della provincia. In quel periodo soffriva frequentemente di emicranie e fu un disturbo che l’accompagnò fino alla menopausa costringendola a ritirarsi anticipatamente dall’insegnamento  appena maturarono i minimi della pensione. Questo problema di salute interferiva col suo lavoro perché rischiava di farle perdere delle supplenze. Bastava, infatti, l’assenza di un solo giorno, qualunque ne fosse la causa, perché la supplenza sfumasse. Comunque lei era paziente e sapeva sopportare il dolore. Cedeva solo quando l’emicrania si presentava in forma virulenta con conati di vomito che non le permettevano nemmeno di stare in piedi o seduta.

Anch’io avevo il mio lavoro diviso fra l’Istituto tecnico al mattino dove svolgevo la funzione di assistente di ragioneria e l’Amministrazione provinciale di pomeriggio dove lavoravo alla stesura della programmazione provinciale. Era una soluzione che mi soddisfaceva a metà ed avevo praticamente deciso che se il concorso fosse stato per assistente non vi avrei partecipato lasciando libero il posto ad un altro più portato di me  per questa materia.

Oltre al lavoro ed alla vita familiare io ero impegnato nelle ACLI ed ero il direttore del mensile “Al lavoro” oltre che responsabile della formazione per cui giravo molto  per i circoli della provincia. Aida mi seguiva spesso soprattutto nei convegni e nei corsi residenziali e si era fatti molti amici fra i dirigenti dell’organizzazione. Tutte le volevano bene e la stimavano per la sua dolcezza e disponibilità. Ricordo anzi che proprio nelle prime settimane  di ritorno dal viaggio di nozze c’era un corso di formazione in montagna. Dopo cena siccome era un po’ stanca ci eravamo ritirati nella nostra stanza quando ci giunse da sotto le finestre una serenata. I partecipanti al corso, scherzando le chiedevano di non tenermi tutto per sé ma di accettare di dividermi con loro. Decidemmo subito di rivestirci e di scendere giù per partecipare ai canti e ai brindisi che si svolgevano intorno ad una grande tavolata piena di ogni tipo di insaccato e dove scorreva a fiumi Barbera e Bonarda. Lei era astemia e il salame lo assaggiava appena perché aveva paura che le scatenasse l’emicrania ma cantava ben volentieri e di fronte agli scherzi non si tirava indietro.

Il mio militare

 Praticamente dopo un anno dovetti partire per militare. L’unica speranza  per non partire era che nel frattempo arrivasse un figlio. Ma questo non si era verificato e più tardi scoprimmo che  Aida aveva ad un’ovaia una ciste congenita  di cui dovette operarsi. Partii il 14 luglio del 1967 con destinazione Foligno alla scuola Allievi Ufficiali. Avevo scelto questa opportunità perché mi permetteva di continuare ad avere uno stipendio. Ormai avevo una famiglia da mantenere e le supplenze di Aida non bastavano per tutte e due giacché naturalmente dovevamo contribuire anche in parte alle spese della casa. Foligno era abbastanza distante da Pavia ed le prime settimane fu difficile vedersi. Per i tre mesi del corso infatti era impossibile per me avere permessi per andare a casa. Aida venne a trovarmi tre volte per tre fine settimana. Alloggiava nell’unico albergo decente della città che si trovava  a duecento metri dalla caserma e appena arrivava la libera uscita correvo a trovarla. Poteva sembrare un po’ imbarazzante chiudersi in camera per ore ma lo facevano in molti. Inoltre, dopo la prima volta, tutti in albergo e nella caserma sapevano che eravamo sposati. Una notte rimase chiusa in bagno con la porta bloccata e dovette fare un po’ di trambusto per essere liberata. Il giorno dopo ci ridemmo sopra.

Lipari 1966. Aida con mamma Frenze e nonna Marietta.

Mai una volta si lamentò di queste trasferte come non si lamentò mai né della convivenza con i miei, né del fatto che la mia partenza l’aveva lasciata sola con loro. Dopo Foligno fui trasferito ad Acqui Terme per il periodo di sergente allievo AUC e poi a Cremona come sottotenente di complemento. Durante il periodo di Acqui Terme che fu di sei mesi, godendo anche di maggiore libertà personale, ne approfittavo tutte le settimane per scappare a Pavia un paio di giorni. Non fui mai scoperto se non l’ultima settimana ma i superiori furono comprensivi e la cosa fu messa a tacere. Lo stesso avvenne per i tre mesi che vissi a Cremona. Qui incontrarsi fu più facile perché, con altri colleghi, avevamo affittato una casa fuori della caserma  e quindi, finito l’orario di lavoro giornaliero, eravamo liberi di muoverci. Molte volte con un amico di Pavia che aveva la macchina partivamo dopo le 18 e ritornavamo in piena notte per essere in caserma l’indomani mattina. Certo era l’orario di partenza, incerto quello di ritorno perché tutto dipendeva dalla disponibilità della fidanzata del mio amico. C’erano notti che lo lasciava andare solo alle prime luci dell’alba e volte invece, che litigavano, e me lo vedevo arrivare a casa nella stessa serata. Più tranquilla era la situazione quando era Aida a venire a Cremona anche se eravamo in tre ad abitare l’appartamento che era di due stanze: una ad uso matrimoniale e l’altra per gli altri due. Quindi bisognava fare i turni per ricevere le compagne. Una notte la fidanzata di uno dei tre che era molto gelosa e non si fidava di quello che le diceva il suo ragazzo piombò all’improvviso e volle ispezionare tutta la casa. Fu una cosa imbarazzante e si stabilì che questo non dovesse più ripetersi pena l’espulsione di chi non riusciva a controllare il proprio partner.

Nel periodo in cui ero ad Acqui Terme andò a concorso il posto di assistente di ragioneria. I miei amici dell’Amministrazione provinciale volevano che vi partecipassi ad ogni costo ed avevano, dissero, trovato il modo per farmi vincere il concorso. Io non ne volevo assolutamente sapere soprattutto ora che subodoravo qualche imbroglio che cozzava con i miei principi. Presi parte al concorso per poter usufruire dei tre giorni di licenza che trascorsi a casa con Aida, ma il giorno della prova, appena fu distribuito il testo dell’elaborato, mi alzai e consegnai , nel mormorio generale, il foglio in bianco.

I miei amici scossero la testa.

– Ma sei pazzo? Che cosa farai quando finirai il militare? Con che vivrai? Ti raffermerai?

– No. Non rimarrò nell’esercito e qualcosa farò. C’è tempo per cercare e spero nella Provvidenza e nella buona stella.

Ancora una volta Aida fu solidale con me. Capì la mia scelta  e capì anche il rischio che correvamo.

– Quando ho saputo che si stavano muovendo per farti vincere il concorso sapevo che non avresti accettato. Non era solo il tipo di lavoro. Era che non ti saresti sentito più libero ma legato mani e piedi. E questo è fuori dalle tue prospettive. Certo ora siamo senza paracadute. Ma vedrai che il Signore ci verrà in aiuto.

Ed ancora una volta, come Aida aveva previsto e come altre volte nella mia vita è accaduto, la Provvidenza mi venne incontro. A luglio ebbi quindici giorni di congedo per malattia. Il posto dove era la caserma a Cremona era pieno di pioppi che rilasciavano matasse di polline che infiammavano la mia allergia e mi provocavano non solo tosse e bruciore agli occhi ma anche attacchi di asma che cercavo di controllare col cortisone e gli antistaminici. Ad un certo punto decisi di farmi visitare e fui mandato all’ospedale militare di Milano e qui mi diedero il congedo. Andai di filato a Lipari dove già mi aspettava Aida.

A Lipari si faceva la solita vita estiva: la spiaggia al mattino, qualche passeggiata il pomeriggio o escursione in barca, il bar e il passeggio la sera. E fu proprio in una mattinata sulla spiaggia mentre sfogliavo distrattamente il quotidiano che l’occhio mi cadde su una inserzione. A Milano una casa editrice cercava giovani diplomati e laureati come redattori di libri scolastici. Poteva essere l’occasione che aspettavo. Ne parlai ad Aida e lo stesso giorno compilai la domanda e la spedii.

Passavano i mesi e alla mia richiesta non c’era alcun riscontro. Il militare era quasi finito e si era ormai alla fine di ottobre quando un giorno mi telefona Aida in caserma a Cremona. Era arrivata la tanto attesa risposta. La casa editrice era la Mursia  e mi si invitava a Milano per la settimana successiva per una prova e un colloquio. Prova e colloquio andarono bene  ed io fui assunto subito. Praticamente passai dal militare al nuovo lavoro senza perdere un solo giorno.

Più tardi, quando alla Mursia ero entrato in confidenza con gli impiegati, la segretaria di redazione mi chiarì il mistero di quel ritardo. La mia domanda era finita in fondo al suo cassetto ed era rimasta lì per diversi giorni. Quando l’aveva trovata era stata incerta se consegnarla al direttore perché temeva di essere accusata di sciatteria. Aveva tergiversato per due giorni e due notti ma la coscienza le rimordeva perché pensava che quel lavoro poteva essere importante per chi aveva fatto domanda. E così si era decisa.

Questa storia mi commosse ma mi confermò che su di noi c’era una particolare assistenza. Quella che accompagna i coraggiosi o quella che assiste gli incoscienti?

Il lavoro alla Mursia.

La Mursia allora era in via Tadino una parallela di corso Buenos Aires non troppo distante dalla stazione ferroviaria. Ci sono tornato nel mese di aprile durante il periodo in cui Aida faceva la tomoterapia ma l’azienda non è più lì. La Mursia era una media casa editrice particolarmente impegnata nelle editoria scolastica ma anche nella saggistica con un’attenzione a largo raggio. Al settore scolastico si lavorava molto soprattutto nei mesi in cui dovevano uscire le novità  e cioè da marzo a giugno. Noi redattori facevamo di tutto anche scrivere i testi ma il lavoro vero e proprio doveva consistere nella revisione dei testi dell’autore e. per i libri che lo prevedevano, la costruzione dell’impianto iconografico concordando con l’autore le didascalie.

Dopo un breve periodo di apprendistato dove fui messo a correggere bozze, mi fu dato di seguire il libro del prof. Nangeroni rivisto ed aggiornato dal prof. Ferro, il Nangeroni-Ferro, come lo chiamavamo, in quattro volumi, per gli istituti tecnici. In particolare, oltre alla revisione del testo, mi sarei dovuto occupare di tutte le illustrazioni e delle didascalie. Questo lavoro mi piaceva. Era come impaginare un giornale. Questo incarico praticamente mi assorbì per tutto il tempo che rimasi alla Mursia e cioè due anni e qualche mese ( dal  novembre del 1968 al febbraio del 1971).

Lo stipendio non era un gran che ma non era neanche malvagio perché dopo qualche mese fui promosso impiegato di prima e poi c’erano gli straordinari, che in alcuni mesi erano significativi. Quello degli straordinari fu inizialmente un problema. Di solito dopo le 18, l’orario di chiusura, si rimaneva a lavorare fino alle 22 e anche fino a mezzanotte soprattutto nei periodi di punta e quando si andava in tipografia si passava fuori anche la notte. In considerazione del fatto che abitavo a Pavia mi fu concesso di fare gli straordinari a casa mia che sottoscrivevano sulla fiducia. Questo mi dava un privilegio che però nessuno contestava. Nella redazione i fissi eravamo tre oltre ai dirigenti ed eravamo tutti molto affiatati. I dirigenti cercavano di mantenere un clima di cordialità e di amicizia ed ogni tanto si facevano degli incontri in cui si invitavano anche le famiglie. Più volte a questi incontri partecipò anche Aida che conquistò tutti con la sua dolcezza e la freschezza.. I mesi passati alla Mursia furono mesi cruciali per Milano perché furono quelli della strage di Piazza Fontana e delle trame nere e i depistaggi. Siccome nella casa editrice eravamo solo in tre sindacalizzati che scioperavamo, ricordo che quella sera del 12 dicembre 1969, non appena si diffuse la notizia della strage, noi tre – un redattore della saggistica, un impiegato dell’ufficio tecnico ed io – fummo convocati dal direttore che ci fece un discorso come se fossimo stati noi a mettere le bombe.

– Una cosa è scioperare, ci disse, altra cosa e mettere le bombe ed uccidere le persone.

Rispondemmo che eravamo perfettamente d’accordo e che chiedevamo il permesso per partecipare al funerale delle vittime.

Comunque quegli anni furono anche anni di forte radicalizzazione politica. Finito il lavoro alla Mursia correvo a Pavia dove passavo dalle assemblee delle ACLI che noi giovani cercavamo di orientare sempre più a sinistra, alle assemblee studentesche. Aida mi seguiva sempre in queste occasioni. Partecipava alle assemblee, ai canti, alle manifestazioni anche se evitavamo di farci coinvolgere in esperienze di estremismo e di violenza. Mentre io tutti i giorni partivo per Milano per andare alla Mursia e tornavo la sera, Aida partiva per le sue supplenze in provincia di Pavia – nel 66-67 Zeccone, poi Pavia centro, poi Camporinaldo, poi ancora Pavia, quindi Landriano – che la impegnavano non solo per la mattinata ma anche per buona parte del pomeriggio. Mi raccontò che in uno di questi paesini – probabilmente Camporinaldo nel 1968 -durante l’intervallo del pranzo si era fatta amico un cane e divideva con lui il suo panino al formaggio che rappresentava il suo pranzo. Lei camminava per i prati e il cane le andava dietro. Lei gli parlava e questi sembrava che ascoltasse. Col tempo, il cane le andava incontro e poi l’accompagnava alla corriera quando doveva tornare a Pavia. Gli erano sempre piaciuti i cani, anche se non ne aveva mai avuto uno. Forse più dei gatti che pure a Lipari avevano avuto in casa.

Intanto il numero dei nipoti andava crescendo. Il 29 dicembre 1968 a Rita e Tino era nata la terzogenita, Francesca mentre il 5 ottobre del 1969 a Mimmo e Gabriella era nato Marco, un frugoletto molto vivace che – al contrario degli altri che vedevamo durante le vacanze – era sempre per casa e Aida, nei momenti liberi, gli insegnava prima a compitare le parole e poi a leggere e scrivere. Ricordo che a casa della mamma, che era il punto di incontro e di ritrovo, vi era un grande frigorifero bianco con attaccate tante lettere dell’alfabeto e fu quella la prima lavagna.

Lipari 1976(?). Aida con Francesca e Marco durante una passeggiatas in campagna.

 

A fine agosto del 1970 ci fu a Vallombrosa  l’incontro di studi delle ACLI dove si avanzò l’ipotesi socialista. Era il primo convegno aclista nazionale a cui partecipammo ed allora avevo preso a farmi crescere la barba già da qualche mese. A Vallombrosa si ventilò la possibilità che io venissi assunto dalle ACLI nazionali ed andassi a lavorare a Roma. Ne parlammo a lungo. L’esperienza mi tentava molto ma non mi nascondevo che poteva essere un salto nel buio. L’ipotesi socialista delle ACLI se era in sintonia con le mie idee però era fortemente contestata dentro il movimento da una forte minoranza democristiana e fuori del movimento dai vescovi soprattutto. Che sarebbe successo se il movimento fosse entrato in crisi? Avrei lasciato il lavoro certo della Mursia per uno che poteva rivelarsi precario? Come al solito Aida seguiva i miei ragionamenti, dava qualche consiglio ma lasciava a me la decisione. Decidemmo che sarei rimasto alla Mursia  ancora qualche mese e nel frattempo mi sarei laureato. Questo voleva dire che sarei andato a Roma in primavera e con una laurea in tasca forse avrei avuto qualche chance in più in caso di crisi.

Così tornato a Pavia  mi gettai nello studio degli ultimi esami che erano le lingue ed in particolare i tre di inglese e nella preparazione della tesi. A gennaio mi misi in malattia per quindici giorni per ultimare la tesi. Mi laureai il 20 febbraio all’Università di Pavia dove mi ero trasferito l’anno prima abbandonando la Cattolica di Milano per poter trascorrere più tempo a casa ed evitare che il cumulo lavoro- università mi tenesse fuori troppo a lungo..

Fra Roma e Pavia.

Appena laureato rassegnai le dimissioni dalla Mursia e pensavo di andare a lavorare a Roma già ai primi di marzo. Ma lo sganciamento dalla casa editrice fu più laborioso di quanto avessi previsto. Infatti il direttore aveva deciso di farmi lavorare tutto il preavviso e dovetti scrivere una lettera allo stesso tempo dura ed accorata all’editore perché fossi lasciato libero nel giro di un paio di giorni.

A Roma fui inserito con funzioni di capo ufficio, in attesa di ratifica, nel settore città e dovevo occuparmi sia dei problemi degli amministratori locali che di quelli delle mobilitazioni urbane nel cui ambito le Acli di Pavia – di cui ero divenuto presidente provinciale da qualche mese – avevano fatto scuola. Ma se a Vallombrosa il clima era quello della svolta a sinistra minacciata solo, per quello che se ne sapeva, da qualche nuvola all’orizzonte, in marzo, quando arrivai a Roma, la situazione era ben diversa. Già ai primi di febbraio si era avuta la prima scissione a destra ed erano nate le “Libere ACLI”. Ancora qualche mese e la presidenza della Conferenza episcopale che si era riunita ai primi di maggio ritirava il consenso.

Era la premessa alla sconfessione di Paolo VI che sarebbe arrivata il 18 giugno. Le ACLI sono ora nella bufera e con le ACLI in qualche modo anche la mia posizione. La presidenza nazionale compie alcuni aggiustamenti di linea che si riflettono anche nell’apparato. Io, non vengo licenziato ma trasferito in Lombardia ad occuparmi dei miei ruoli di vice presidente regionale e presidente provinciale di Pavia.

Una festa di capodanno a Lipari. Oltre ad Aida e Michele si notano, da sinistra, zio Mimì Accattatis,zio Umberto, Marcello, Mimmo e Gabriella.

 

E’ una posizione che mi dà una grande libertà di movimento e per tre anni, fino al congresso di Firenze giro l’Italia organizzando la “sinistra ACLI”. In questo pellegrinare Aida mi segue spesso soprattutto per i Convegni ed i corsi residenziali sempre compatibilmente con gli impegni scolastici Dall’anno scolastico 1968-69 ,pur essendo supplente, insegna praticamente solo nelle scuole di Pavia città. In particolare al Carducci che è la scuola centrale ma anche al Pascoli, al Berchet, al De Amicis, al Vittorino da Feltre, ecc. In pochi anni è perfettamente integrata nell’ambiente.

Conosce più gente lei di quanto ne conoscevo io che a Pavia ci vivevo da quando avevo 11 anni. Era la sua grande capacità di comunicativa mentre io sono stato sempre un po’ chiuso e riservato. Intanto arrivano altri nipoti. Massimo, figlio di Mimmo e Gabriella, il 25 novembre del 1973 e Attilio, figlio di Rita e Tino, il 3 febbraio del 1974. In particolare è Massimo che, come è successo per Marco, vive a suo diretto contatto praticamente affidato alle sue cure ed a quelle della nonna  tanto più che Mimmo e Gabriella lavorano fuori Pavia e Gabriella torna a casa solo a sera. In quel periodo facciamo anche qualche viaggio. Andiamo a Londra a trovare suo fratello Saverio che vi vive da parecchi anni. E sarà la prima di una serie di puntate sino all’ultima nel 2009, alla vigilia della morte di Saverio.

Lipari, estate 1980 (?). Aida, Michele e Attilio.

 

Inoltre nella primavera del 1975, dopo il congresso di Firenze, io vengo eletto in Presidenza Nazionale e devo trasferirmi a Roma. Il tempo di trovare casa in una nuova cooperativa un po’ periferica ma prima del raccordo anulare, e possiamo fare programmi per trasferirci a Roma. La casa in via Balzani è una bella casa di tre stanze con terrazzo in una zona in rapida espansione, collocata in mezzo a giardini e parchi. Vi andremo ad abitare nell’estate del 1976, quando Aida chiude la sua esperienza di insegnamento a Pavia. Intanto nel 1974 è diventata insegnate di ruolo con sede a Casorate Primo, ma qui insegnerà un solo anno, il 1975-76, perché già l’anno successivo avrà l’assegnazione provvisoria a Roma. L’assegnazione definitiva arriverà per l’anno 1979-80 e l’anno successivo al 126° circolo proprio vicino a casa nostra.

 La casa e la vita a Roma mentre la famiglia si allarga

 Quella di Roma è la prima nostra casa di proprietà e forse è finalmente quella in cui Aida si sente pienamente realizzata anche se per i primi tempi è costretta a viaggiare molto con pulman ed autobus perché gli le sedi scolastiche dove deve insegnare sono molto distanti dalla nostra abitazione. Soprattutto dal 1976 al 1978. Erano anni turbolenti quelli, dove spesso nelle strade di Roma si scatenava la guerriglia e lei doveva traversare tutta Roma dal Casilino, dove abitavamo, a Primavalle dove ebbe una supplenza per un anno intero. Un ora e mezzo di tram e spesso, quando c’era il rientro pomeridiano, usciva di casa la mattina alle 7 e tornava la sera alle otto o anche più tardi. E proprio in quegli anni a Primavalle era successo di tutto nello scontro fra opposti estremismi. Per cui l’attesa del suo rientro era sempre una sofferenza anche perché non esistevano ancora i telefonini.

A pensarci oggi, quelli furono anni un po’ avventurosi per lei obbligata a girare per una Roma segnata dal conflitto e dallo scontro e per me che cominciavo la mia esperienza nella presidenza nazionale con i primi viaggi all’estero che non sempre erano momenti di turismo. Mi ricordo due missioni: una in Grecia ad Atene per un convegno internazionale sul Cile libero ed uno in Israele per partecipare al congresso del sindacato Histadrut. Il viaggio ad Atene arrivò subito dopo la famosa insurrezione degli universitari contro i colonnelli. Ma non fu questo a creare il problema. Orami i colonnelli non c’erano più e c’erano solo le celebrazioni all’università. Il problema sorse nel viaggio di ritorno in aereo. Arrivati su Roma improvvisamente scopriamo che non si riesce a capire se il carrello si blocca oppure no e quindi si fa un mezzo atterraggio di fortuna dopo aver scaricato il serbatoio girando su Roma per oltre tre ore. Per fortuna Aida non si era ancora trasferita a Roma ed aspettava solo, con un po’ di apprensione per il ritardo, che telefonassi per dire che ero atterrato. Ben diversa fu la visita in Israele. Nel nostro giro era previsto che visitassimo i luoghi dello scontro con gli arabi e così una sera andammo a vedere un loro villaggio avanzato a Medulla, per metà kibbutz con attività produttive e sociali e per metà postazione bellica. Ricordo che a Medulla proiettarono uno dei film della serie  Airport, proprio a significare che tutto era tranquillo. La notte però l’avamposto viene bombardato ed anche se noi non subiamo alcun danno  la notizia fa il giro del mondo. Cerchiamo di telefonare a casa per tranquillizzare le famiglie ma non ci riusciamo anche se i soli tentativi ci costano una fortuna. Sembra strano, ma questi problemi furono solo dei primi tempi e non si ripeterono più, con questa drammaticità , nei circa 20 anni che rimasi in presidenza nazionale.

Intanto la vita della famiglia andava avanti. Il 29 marzo del 1979 si sposava ad Ancona Marcello con Paola e noi andammo al matrimonio che , sebbene fosse marzo, fu caratterizzato da una forte grandinata che lascò il ghiaccio ai margini delle strade. Il matrimonio fu fatto in due riprese: quello civile in Municipio e quello religioso in chiesa. L’estate la passavamo sempre a Lipari e avevamo con noi diversi nipoti. Prima Rosalba e Peppuccio, poi – a partire dal 1975 – sempre più Francesca e Marco , spesso anche Massimo e qualche volta anche Attilio, poche volte Alice e Valerio  e quasi sempre con Paola. Con Francesca, Marco e Massimino facevamo lunghe passeggiate a Pianoconte, a Canneto, a San Calogero e poi , quando comprai una barchetta di vetroresina con un motore da quattro cavalli, in barca.

Aida con Massimo, Attilio e…la famosa barca a motore campagna di mille gite lungo le coste finchè non l’hanno rubata.

 

Con quella barchetta facemmo il giro dell’isola, andammo a Salina, andavamo a Vulcano, ma solitamente il bagno lo facevamo alle case di fuori di Pignataro o alle spiagge bianche di Canneto. Marco era il più vivace ed imprevedibile del gruppetto. Una volta lui e Francesca raccolsero dei ricci di mare e li misero sul sedile della barca quando io feci un salto per salire a bordo non mi accorsi dei ricci e ci finii sopra. Così riempii i piedi di aculei. Dovetti andare al Pronto soccorso per farmeli togliere. Massimo invece era il più difficile. Nelle passeggiate gli davano fastidio le farfalle, nella spiaggia di case di fuori si lamentava delle alghe. L’avevamo soprannominato “pecetta”. Per tutti i nipoti Aida era una mamma molto comprensiva e mai burbera. Scherzava e giocava con loro. Con loro faceva le corse lungo la spiaggia. Era molto protettiva, soprattutto quando improvvisamente cambiava il tempo e dovevamo affrontare delle onde che preoccupavano un po’. Allora voleva che si tornasse indietro, che ci si mettesse al sicuro. E qualche volta un po’ di paura ce la siamo presa come quando fummo costretti a prendere terra ad Acquacalda, tirare la barca sulla spiaggia e telefonare a casa che ci venissero a prendere con la cinquecento del nonno.

Le gite in barca durarono per sei, sette anni. Poi un brutto giorno rubarono la barca. Mi sembra che fosse all’inizio dell’estate del 1982. Avevamo messo la barca sulla spiaggia a Marina lunga e poi eravamo partiti per un giro della Sicilia in macchina portando con noi Rosalba e Marco e Attilio, al posto di Rosalba, nell’ultima tappa. Quando tornammo 15 giorni dopo la barca non c’era più. Una  grossa  perdita.  Ci consolava solo che il giro della Sicilia era stato molto bello anche se un po’ faticoso. Spesso a Lipari tornavamo anche per Natale e Pasqua e allora si organizzava la festa di fine anno con tutti i parenti .

A Roma arredammo la casa con i mobili che trasferimmo da Pavia e con qualche altro che comprammo a Roma. Oggi i mobili della casa di Roma sono in quella di Lipari di via XXIV Maggio che Aida non ha fatto a tempo ad abitare da viva. Vi ha riposato dal venerdì 2 dicembre a lunedì 5. Ho voluto infatti che fosse allestita lì la camera ardente perché in qualche modo della casa prendesse possesso. Di questa casa aveva voluto seguire passo passo la ristrutturazione, la scelta dei pavimenti, il bagno, e poi la disposizione dei mobili e dei quadri. Quando a Roma ottiene il trasferimento nella scuola prima del Casilino e poi di Via Ferraroni, a  cento metri da casa nostra, il ritmo della nostra vita sembra regolamentarsi. Soprattutto per lei non avendo più problemi nei collegamenti casa-scuola.  Per me è un po’ diverso. Raggiungere le ACLI tutti i giorni con i tram è un po’ faticoso e poi gli incarichi di movimento mi portano spesso in giro per l’Italia e spesso anche per il mondo. Mete piuttosto frequenti diventano per me il Belgio, la Francia, la Germania, la Svizzera, la stessa Inghilterra dove le ACLI vantano una buona presenza. Ed in queste trasferte quasi sempre Aida mi segue stringendo amicizia con i dirigenti locali  che la portano in giro, durante le mie lezioni e le mie conferenze, a visitare i luoghi. Partecipa anche alle grandi manifestazioni delle ACLI ed alle udienze con Giovanni Paolo II sotto il cui pontificato ripresero i rapporti del Vaticano con le ACLI interrotte al tempo della deplorazione di Paolo VI.

1984, Roma, Città del Vaticano. Visita a Giovanni Paolo II con le ACLI

 

Fu in questo periodo che va dal 1976, anno del suo trasferimento da Pavia, al marzo del 1994 quando do le dimissioni dalle ACLI per candidarmi nel collegio elettorale Lipari –Milazzo, che abbiamo avuto modo di andare in Tunisia e in Australia in missioni delle ACLI e  in vacanza in Unione Sovietica, in Israele e Giordania, in Grecia. Per celebrare i venti anni di matrimonio avevamo voluto offrirci una vacanza un po’ speciale. Sei anni prima avevo preso la patente stanco di usare a Roma i mezzi pubblici ed avevamo comprato prima una Fiat 126 bianca e poi una Alfa 44 con cui avevamo fatto diverse gite in Italia come il giro delle Puglie, il giro della Campania, il giro della Sicilia. Ora, a fine giugno del 1986, avevamo deciso di andare in Grecia con la nostra Alfa blu. Partenza da Ancona il 26 giugno  per Patrasso, rientro il 6 luglio da Jgoumenitsa. Tabelle di marcia molto precise. La prima tappa ci avrebbe portato da Patrasso a Mystras attraverso Olimpia, Pilos, Sparta; la seconda da Mystras a Tolon con visita alla fortezza di Tirinto, Epidauro e cena a Nauplia; la terza da Tolon ad Atene con soste a Micene, Corinto, Eleusi, Dafni e quindi Atene; la quarta era un’intera giornata dedicata ad Atene; la sesta( mercoledì 2 luglio) da Atene a Itea con soste a Tebe, Levadia, Delphi, il monte Parnaso; la settima da Delfi a Kalambaka vicino  alle meteore con sosta alle Termopili, Lamia, Ipati, Trikala, Porta Palagia; la mattina dell’ottava giornata è stata tutta dedicata alle meteore con visite al convento di Agios Stephanos, convento di Varlaan, il convento della Trasfigurazione e poi, nel pomeriggio, verso Igoumenitaa con sosta a Joannina e visita all’isola. Il 5 luglio era la giornata della  partenza da Igoumenitsa per Ancona. Ma arrivati a Jgoumenitsa abbiamo una sorpresa: la nave per Ancona è stata soppressa e siamo stati riprotetti su una nave per Brindisi che sarebbe partita l’indomani mattina con arrivo a Brindisi in giornata. Ne approfittiamo per conoscere le spiagge nei dintorni. E ne troviamo una bellissima, completamente deserta, con sabbia finissima ed una polla sorgiva di acqua dolce. Un paradiso. Quella di Jgoumenitsa non è stato l’unico imprevisto capitato in un programma cadenzato ora per ora. Ma tutte le volte le alternative trovate sono state forse più interessanti di quelle programmate.

Un viaggio bellissimo, indimenticabile per posti ancora non omologati dal turismo. A dire il vero tutti i nostri viaggi sono stati bellissimi ed indimenticabili. Quello in Unione Sovietica con alcuni giorni nella bellissima Leningrado; quello in Giordania ed Israele, nella Pasqua del 1984,  assieme  a Mimmo Gabriella, Marco e Massimo quando Aida correndo con Massimo, scivolò e si slogò la caviglia ma l’indomani mattina non provava più alcun dolore .. In Israele ci siamo tonati ancora nel 2005, dal 3 all’8 febbraio, con un pellegrinaggio promosso dalle ACLI e organizzato dall’Opera romana pellegrinaggi . Un paio di mesi fa – quando io insistevo per andare a Lourdes – Aida mi aveva confidato che se fosse guarita sarebbe voluta tornare in Israele, portandoci anche Rita.

Giordania. Pasqua 1984. In cammino verso la città di Petra-

 

– Amore mio, le avevo risposto, se guarisci faremo una spedizione in Terrasanta.

A gennaio del 1986 facemmo un altro importante viaggio. A Parigi con Giovanni Bianchi e sua moglie per incontrare i padri Congar e Chenù al Convento Saint Jacques, in rue des Tanneris. Era la prima volta che andavamo a Parigi e quei giorni furono densi di incontri con i due padri domenicani ma abbiamo avuto modo di visitare anche Parigi e soprattutto il quartiere latino dove abitavamo in un alberghetto. Ricordo che Chenu aveva manifestato una certa simpatia per Aida e un altro dominicano disse scherzando che a Chenu piacevano le belle donne . Tornammo al Convento Saint Jacques qualche anno dopo, forse nel 1989, incontrammo Chenu ma era molto invecchiato e praticamente non riconosceva più; non trovammo invece padre Congar perché era ricoverato in ospedale.

Parigi, Convento di Saint Jacques, Gennaio 1986. Da sinistra, Giovanni BIanchi, padre M.D. Chenu, Michele, Aida e Silvia, la moglie di GIovanni.

 

Intanto il 2 settembre del 1982 a Paola e Marcello nasceva Alice e quattro anni dopo, il 20 settembre del 1986 Valerio. Il 23 settembre del 1985, nella chiesa vecchia di Quattropani si sposava Saverio con Debbie, una ragazza eritrea . Si erano sposati civilmente qualche tempo prima a Londra e qui fecero solo il matrimonio religioso. Due anni dopo, il 23 settembre 1987,  sempre nella chiesa della Madonna della Catena a Quattropani si sposava Peppuccio con Mela. Era il primo matrimonio dei nipoti, quindi il 17 settembre  1988 fu la volta di Francesca con Pietro a Milazzo , e l’8 aprile 1991 si sposava Rosalba con Nino.

Lipari, Chiesa vecchia di Quattropani, 23 settembre 1985. Matrimonio di Saverio e Debbie. A sinistra Rita, Aida, Maria che si apprestano a lanciare il riso. Lo stesso, a destra, stanno per fare mamma Lina e mamma Frenze.

 

Alternati con i matrimoni cominciavano a nascere i pronipoti ed altri nipoti. La prima pronipote ad arrivare, l’11 febbraio 1989, fu Annarita figlia di Francesca  e Pietro che visse a lungo insieme a noi nella grande casa dei cinque appartamenti, prima di trasferirsi a Londra. A Londra il 23 marzo 1990 nasceva Francesca di Saverio e Debbie  a cui seguiva Almas il 5 gennaio del 1994 . Infine gli ultimi due pronipoti, i più piccoli, figli di Attilio e Blerinda, e in qualche modo i più amati perché venivano a riscaldare di sentimento la nostra vecchiaia: Sabrina che nasceva l’1 luglio del 2001  e Matteo il 23 settembre 2007 . Oltre che a Lipari in estate i nipoti venivano a trovarci a Roma  o facevamo con loro gite in Italia come quella con Mimmo , Gabriella, Marco e Massimo in Sardegna (fig.18).

Roma- 1985(?). Aida con Marco e Attilio a Villa Borghese.

 

Aida con Marco e Massimo durante la gita in Sardegna.

 

Il problema immunitario e altre malattie

Aida è sempre stata un po’ cagionevole di salute. Da bambina aveva avuto un ascesso alla gola da cui ne era uscita ma le aveva lasciato una brutta cicatrice. Era cresciuta con problemi digestivi che spesso le provocavano forti emicranie. Le emicranie sparirono con l’arrivo della menopausa mentre i problemi digestivi se li portò sempre con sé e negli ultimi anni si era aggiunta un’ernia iatale e problemi di rigurgito. Il fatto era che doveva essere sempre regolata nel mangiare e faceva un grande uso di pillole e sciroppi vari. Poi intono ai 40 anni si accentuarono le vene varicose e dovette portare sempre delle calze elastiche.

Lipari 1987 (?). Aida con Valerio e Alice a passeggio verso S.Calogero.

 

Comunque erano malanni che le peggioravano la qualità della vita ma non portavano gravi danni al fisico. Forse il problema più serio fu quello che si presentò a Roma nella seconda metà degli anni 80.  Improvvisamente le comparve una febbriciattola fra 37.5 e 37.8, raramente raggiungeva quota 38, che le durava mesi e mesi e non riusciva a debellare né con sulfamidici, né con antibiotici.

Capo Milazzo. Santuario di S.Francesco. 17 settembre 1988. Maria, Peppuccio, Mamma Frenze e Aida al matrimonio di Francesca.

 

A Roma venimmo a sapere di uno specialista che curava questi problemi con l’autovaccino. Cioè prelevava un po’ di muco dalla gola, ne faceva una cultura e quindi  glielo iniettiva con iniezioni sottocutanee. Fu una cura che andò avanti per mesi. Avendo sentito dire che era un problema immunitario, all’inizio, ne fui fortemente preoccupato. Erano gli anni in cui si parlava molto di AIDS. Grazie a Dio non era quel tipo di problema e col tempo, forse proprio in virtù di quella cura, la febbriciattola scomparve e la paura rientrò.

Capo Milazzo 17 settembre 1988. Maria, Francesca e Aida il giorno del matrimonio di Francesca.

 

Nel 1984, eravamo da poco tornati da Israele, Aida cadde in depressione. Per mesi e mesi  era come se fosse assente, aveva poca voglia di parlare, rimaneva muta e in silenzio. Andò anche da un psicanalista. Poi lentamente, dopo l’estate del 1984, tornò alla normalità. Dei tumori avevamo sempre avuto timore anche perché suo padre era morto di un adenocarcinoma polmonare. Ma suo padre era un fumatore mentre Aida non aveva mai fumato in vita sua. Non ci  pareva dunque che ci si dovesse difendere da questo pericolo quanto piuttosto da altri.

Mazzarrà S. Andrea. Luglio 1989. Da sinistra Aida, mamma Frenze, Rosalba e rita al battesimo di Annarita ( in braccio a Rosalba nella foto).

 

Infatti il cancro era una malattia che aveva colpito molte sue amiche a cominciare dalle più intime. Sua cugina Silvia ne era morta giovanissima, nostra cognata Gabriella era stata operata a metà degli anni 80 al seno e sembrava esserne venuta fuori anche se periodicamente doveva fare i controlli. E per questo Aida ogni anno, superati i quarant’anni, passava la visita dal ginecologo, faceva i pap-test, ed altri controlli a largo raggio. Controlli che si erano rivelati tutti tranquillizzanti.

Estate 1989. Aida da la pappa ad Annarita

 

 Le esperienze elettorali

Alla fine del 1990, ai miei giri vorticosi che mi portavano in ogni angolo d’Italia intervenendo in convegni di studio e corsi di formazione, si aggiunge una attenzione nuova nei confronti della Sicilia. In particolare l’attenzione riguarda soprattutto un triangolo: Catania – Messina – Lipari. E’ una svolta che fa riferimento ad una scelta precisa: quella di preparare per tempo un mio radicamento politico nella mia regione di provenienza per una mia eventuale candidatura in prospettiva. Ne avevamo parlato io ed Aida e l’idea l’aveva interessata. Rendeva possibile un riavvicinamento a sua madre e a Maria, Rita ed ai nipoti.

Lipari 1989 (?). Sul terrazzo di casa di Marcello in vico Malta a pranzo. Da destra, Valerio, Aida, Gabriella, Paola, mamma Lina, papà Rosario, zia Nunziatina, Massimo.

 

Roma le piaceva. Aveva stretto relazioni nel quartiere e frequentavamo anche gli amici delle ACLI. Inoltre ogni tanto , soprattutto nei rari fine settimana che non ero impegnato, facevamo delle escursioni nei dintorni, oppure andavamo in uno dei parchi o visitavamo un museo. Si, Roma offriva molte opportunità di svago ma probabilmente le pesavano quelle serate che trascorreva da sola perché io ero in giro per lavoro. Ed erano tante. In media 4 giorni o 5 la settimana.

Londra marzo 1990. Aida con Franceschina nata da poco.

Lipari estate 1995. Sulla spiaggia Aida con Almas, di spalle Debbie.

 

Non se ne lamentava  ma probabilmente un cambiamento non le dispiaceva. Anche se non era detto che poi un cambiamento ci fosse. Perché in prima battuta il radicamento politico doveva preludere alla possibilità di andare alla Camera o al Senato e quindi ci si sarebbe mossi sull’asse collegio- Roma. Ma se il collegio fosse stato quello delle Eolie allora il cambiamento sarebbe stato interessante. Quindi seguì con particolare interesse ed attenzione questa mia strategia di inserimento che cominciò con un convegno a Lipari sullo sviluppo delle Eolie, proseguì con la mia nomina a commissario delle Acli di Catania, la mia candidatura al Consiglio Comunale di Lipari, la fondazione di un mensile per le Eolie, la fondazione a Messina  – e si era già nell’autunno del 1993 – di un movimento politico di cattolici.

Proprio nel  settembre del 1990 Aida era andata in pensione con il minimo approfittando di una legge che glielo consentiva e ponendo così fine allo strazio di insegnare con l’emicrania che l’aveva torturata per anni ed anni. Il risultato fu che terminato l’impegno scolastico anche i mal di testa diradarono in maniera significativa. Forse grazie alla menopausa ma forse anche grazie al fatto che era più distesa e serena. Liberata dall’impegno della scuola mi seguiva spesso nelle mie puntate in Sicilia e non solo in Sicilia. Si stabilì definitivamente a Lipari e poi fra Lipari e Milazzo quando, nel settembre 1993, il mio impegno siciliano si fece più corposo. Per la campagna elettorale poi venne ad abitare con me a Milazzo, nella casa sulla riviera di ponente, che un nostro amico ci aveva messo a disposizione per tutto il periodo elettorale.

In quegli anni assieme a viaggi in Germania – piacque molto ad Aida quello nella Selva nera -, in Svizzera , a Bruxelles ce ne fu anche uno  impegnativo in Australia nei primi quindici giorni di agosto del 1992. Era una visita ai circoli delle ACLI e ci andammo Giovanni Bianchi che delle Acli era presidente ed io che ero vice presidente con responsabilità all’emigrazione e le rispettive mogli.

Australia, Cairns – Febbraio 1997. QAida e Michele con due canguri.

 

Scoprimmo che nei circoli delle ACLI c’erano tanti eoliani che quando appresero che Aida e io eravamo di Lipari fummo al centro della loro attenzione. Molti di loro non erano più tornati alle Eolie dalla loro partenza in gioventù, altri non vi erano mai stati ed avevano il ricordo delle isole tramandato dai loro genitori. In quel viaggio rimanemmo praticamente sempre a Sidney salvo una puntata di Giovanni e me a Melbourne. Una delle ultime sere ci fu una serata di ballo offerta in nostro onore nella quale fu sorteggiato un biglietto di viaggio aereo Sidney –Roma e ritorno. Il viaggio lo vinse Aida che però lo offrì all’organizzazione e quindi fu nuovamente sorteggiato. La calorosa accoglienza mi convinse anni dopo, divenuto Sindaco, a ripetere l’esperienza sempre con Aida. In Australia avevamo girato molti filmini non solo riprendendo la gente ma soprattutto la natura. Aida si era divertita a riprendere i canguri ed i koala e tornati a Lipari li mostrò ad Annarita la figlia di Francesca che aveva poco più di tre anni. Alla bimba piacquero tanto che voleva rivederli in continuazione e continuava a ripetere che anche lei voleva andare in Australia.

Rodi 1998. Aida in un veste di turista.

 

La campagna elettorale per il collegio Milazzo-Lipari alla Camera fu molto lunga e impegnativa. Battemmo in due mesi tutti i paesini del collegio con una buona mobilitazione di giovani al nostro seguito. Aida fu sempre al mio fianco per tutta la campagna: non si perse un comizio ed una manifestazione. Il risultato fu un po’ deludente. Noi avevamo puntato a caratterizzare la mia candidatura come il “nuovo” ma per la gente il “nuovo” era Berlusconi e quindi tutti i suoi candidati anche se erano uomini del vecchio sistema che battevano la scena politica democristiana  da decenni ed ora si riciclavano. Una buona prestazione fu invece quella nelle Eolie e quindi il giorno dopo le politiche già si parlava della mia candidatura a Sindaco nelle amministrative che si sarebbero svolte a giugno.

Israele. Gerusalemme. Aida di fronte alla moschea sulla spianata del Tempio.

 

Io ero un po’ titubante perché durante le politiche avevo promesso, per questa competizione, il mio appoggio a Bruno Ma nel gruppo che mi aveva sostenuto solo pochi avevano fiducia in lui e nessuno voleva le primarie che io proponevo per uscire un po’ dall’intrigo. Aida aveva capito che malgrado i miei dubbi e tentennamenti, alla fine, se la proposta fosse stata fatta seriamente, non mi sarei tirato indietro. E tutto sommato non era contraria. Aveva accettato le politiche perché semplificava un po’ il mio girovagare ed ora questa prospettiva sembrava semplificarla ancora di più : non i due poli di Roma e del collegio ma solo il polo di Lipari. Così almeno credeva lei e lo credevo pure io prima di vedere che macchina mostruosa sarebbe divenuta l’amministrazione eoliana.

Lipari Pianoconte. Estate 2002. Aida e Michele alla festa per il battesimo di Sabrina sul terrazzo della casa di Saverio.

 

Praticamente il nodo se accettare o no  la candidatura lo sciolgo a Londra dove eravamo andati, se non vado errato, per il battesimo di Almas la seconda figlia di Saverio e Debbie. A Londra dove eravamo già stati forse due volte, più che in tour turistici ci impegniamo in lunghe passeggiate nei parchi e nei giardini. Allora Londra era una città più ordinata di come ci è apparsa l’ultima volta. Ci colpivano soprattutto i giardinetti nelle piazzette che si aprivano fra i caseggiati così ricchi di fiori, ben tenuti, perfettamente puliti mentre Lipari in quei tempi pativa il cumolo dell’immondizia lungo le strade ed i vicoli.

Lipari Nastale 2001. Aida gioca con Sabrina.

 

–         Mi piacerebbe importare nelle Eolie un po’ di questa pulizia e questo ordine.

–         Ce ne vorrà di tempo – lei ribatteva e forse cominciava a capire che se fossi diventato Sindaco non sarebbe stata una esperienza di tutto riposo.

Settembre 2007. Aida con Matteo.

 

E di tutto riposo non fu nemmeno la campagna elettorale anche perché il risultato fu conquistato ai supplementari, cioè ci volle il ballottaggio. Lo scontro fu durissimo ma anche entusiasmante. E l’entusiasmo andò crescendo di giorno in giorno apprestandoci alla scadenza finale. Anche questa volta Aida fu attiva e presente anzi ancora di più che per la campagna precedente perché questa volta giocava in casa e conosceva molta più gente.  Fu attiva e presente nelle fasi di propaganda, fu attiva e presente nelle feste che seguirono la vittoria non risparmiandosi nei balli, nelle danze nei cori. Fu quello forse uno dei momenti più felici della sua vita.

Lipari. Aida alla festa organizzata dal doposcuola della Caritas a cui partecipa come volontaria.

 

La mia esperienza di Sindaco

La mia esperienza di Sindaco durò sette anni dai primi di luglio del 1994 quando giurai in Prefettura, al13 giugno del 2001 quando il Consiglio Comunale mi votò la sfiducia. Ed anche se una esperienza entusiasmante finì così miseramente, io non l’ho mai rinnegata e continuo ancora oggi a ritenerla fondamentale per le Eolie. Se Aida aveva sperato che facendo il Sindaco avrei avuto più tempo libero a disposizione dovette ricredersi presto. C’era però tutto sommato un miglioramento. Se durante il lavoro alle ACLI stavo fuori di casa in media 4-5 giorni la settimana qui la media si abbassava a due/tre giorni massimo. Infatti la gestione del Comune pretendeva una presenza sulle isole quasi continua.

Aumentarono anche le missioni all’estero giacché il Comune si caratterizzò subito per una forte iniziativa internazionale in ordine ai problemi dell’ambiente e della promozione turistica. E in questi viaggi Aida mi fu sempre al fianco anche se, puntigliosamente, abbiamo sempre voluto pagare con i nostri soldi la sua quota senza mai pesare sull’amministrazione, anche in Australia dove effettivamente svolse un notevole lavoro di organizzazione e relazione mettendo a frutto l’esperienza accumulata nel precedente viaggio. Il primo viaggio fu  a Lanzarote nelle Canarie dal 24 al 29 aprile del 1995 per la Conferenza mondiale per il turismo sostenibile; quindi dal 22 al 23 giugno dello stesso anno a Landshut vicino Monaco per  partecipare al decennale dell’amicizia italo-tedeca. Più intenso il 1997: dal 23 al 25 gennaio a Vienna per presentare Festadimaggio che quell’anno era dedicata all’800 eoliano e quindi  a Salvatore D’Austria; dal 29 gennaio all’ 11 febbraio in Australia facendo tappa a  Cairns, Melbhourne, Sidney e l’escursione di una giornata a Camberra ; dal 23 al 27 aprile a Minorca alla conferenza europea sullo sviluppo sostenibile promossa dall’Unesco; quindi dal 4 al 6 luglio a Parigi in visita all’ Unesco ed al nostro amico Dick D’Ayala. Nel 1998 vi è il viaggio negli Stati Uniti – Los Angeles e New York – dal 18 febbraio all’ 1 marzo 1998 per promuovere sempre la cultura eoliana; nel 1999 dal 4 al 10 maggio a Tenerife al Summit dell’Unesco sulle isole solarizzate;  nel 2000 dal  28 marzo al 3 aprile a Terremolinos (Spagna) conferenza Erisco con escursione – nei tempi liberi – a Malaga, Siviglia, Marbella e dal 5 al 9 ottobre a Rodi al Primo Forum della rete delle Camere di Commercio; infine nel 2001 dal 18 al 22 Aprile a Parigi per presentare la cultura eoliana al Louvre. Di ritorno da Parigi passiamo per Roma per rendere omaggio alla salma di Sinopoli che era morto a Vienna proprio in quei giorni.

Pacquetta 2010. Pianoconte. Ristorante tre delfini. Da sinistra: Aida, Blerinda, Rosalba, Nino, Rita, Sabrina, Paola, Michele, Matteo, Massimo. Si intravvedono Francesco, Valerio, Mimmo.

Via via, con gli anni Aida era divenuta una appassionata di fotografia. Veramente era appassionata di ciò che vedeva e voleva ritrarre per portarseli con se: una veduta, lo scorcio di un paesaggio, una stradina, una casa, un balcone, un intonaco di una parete, tutto l’attirava e se ne innamorava. Inoltre praticamente tutte le estati a settembre ci prendevamo una vacanza di una settimana che avevamo preso l’abitudine di trascorrere nelle isole: a Creta, a Santorini, a Maiorca per festeggiare i trent’anni di matrimonio, a Rodi  prima che ci andassimo per il forum delle Camere di Commercio, a Madeira. Quando avevamo ancora la macchina con i rullini, per viaggio poteva consumarne anche 30 o 40 di quelli con 32 scatti, poi con la macchina digitale le foto non si contavano più.

Quando il peso dell’Amministrazione si fece durissimo per l’accavallarsi delle contestazioni che la preoccupavano perché mi vedeva teso, continuava a dire che Mons. Micciché mi aveva preavvisato che i liparesi cambiano presto idea  e sono superficiali nelle valutazioni. Quando arrivò la sfiducia non fu sorpresa più di tanto. Mi abbracciò e mi disse.

–         Tu puoi fare a meno di Lipari forse, Lipari non può fare a meno di te. Ma questo non lo capiscono.

E quando poi qualche anno dopo ebbi l’infarto lei non ebbe dubbi in proposito. Era stato il grande stress di quegli anni: soprattutto gli ultimi tre. E mi disse allora, con la solita sua discrezione, che sperava che non mi facessi più trascinare in un’avventura come quella perché lei non voleva restare vedova anzitempo. Fu invece felice quando, libero dall’impegno della sindaca tura, decisi di dedicarmi ad organizzare la Caritas di Lipari ed anche questa volte volle essere al mio fianco partecipando al doposcuola per i ragazzi non normodotati.

La tragedia di Maria

La mia amministrazione era cominciata da meno di un mese quando arrivò la tragedia di sua sorella Maria. Maria era un po’ speciale. Aveva avuto problemi alla nascita e questo le aveva procurato problemi al sistema nervoso e doveva perciò fare uso di sedativi anche molto forti. Con qualche difficoltà aveva fatto le scuole elementari, sapeva leggere e scrivere ma da lei non si poteva pretendere più di tanto. A casa le volevamo tutti bene ma sarebbe ipocrita dire che non rappresentava un problema soprattutto in viaggio e per la strada. Attaccava bottone con tutti, a tutti chiedeva l’ora, a tutti porgeva la mano e non sempre la gente era comprensiva. Così quando si doveva uscire per delle compere si cercava di evitare di portarsela dietro soprattutto quando non c’era sua madre che in qualche modo riusciva a tenerla tranquilla.

New York, marzo 2009. A spasso malgrado il freddo e il ghiaccio.

 

Nell’autunno del 1993 era venuta a Roma, a casa nostra, con Rita per fare dei controlli medici. Un pomeriggio io e Aida usciamo per delle compere e Rita invece rimaneva in casa. Doveva rimanerci anche Maria ma lei decide di seguirci senza che nessuno se ne accorga: ne noi che eravamo avanti, né Rita che era rimata in casa. Così Maria esce di casa dopo di noi e si perde per le strade della periferia di Roma. Racconto questa storia perché ho sempre pensato che essa sia – non so bene come – la premessa della tragedia accaduta a fine giugno. Quando dopo qualche ora dopo, verso le 18, Aida e io torniamo a casa scopriamo che Maria non c’è e ricostruiamo quello che può essere accaduto. Ci diamo da fare a cercarla nel vicinato, nei caseggiati, nei scantinati, nelle villette e poi anche più lontano, a Centocelle, a Tor Pignattara, al Pigneto… Intanto si supera la sera e si va verso la notte. Io vado a sporgere denuncia dalla Polizia. Poi riprendo a girovagare in macchina e a piedi. E prego. Prego tanto quella notte. Chi avrebbe dato, Signore, una notizia del genere a sua madre? Ne sarebbe di sicuro morta. E che fine poteva aver fatto Maria nella periferia di Roma? Era meglio non pensarci.

– Signore salvala – dicevo.-  Non farla morire così. Non è giusto che muoia così…

Ho girato Roma fino alle 4 o le 5 del mattino poi sconsolato sono tornato a casa. Aida, Rita ed io, ci guardavamo in faccia e non parlavamo. Nessuno aveva voglia di andare a dormire. Ci eravamo stesi sul divano e sui letti aspettando una qualche notizia… Alle 6 del mattino squilla il telefono. Era la polizia.

– Conoscete una certa Maria Camporeale…

– E’ viva?

– E’ qui con noi  al capolinea dei pullman e dei filobus.

Assisi settembre 2009. Aida e Madre Floriana di fronte alla casa delle suore.

Quando arriva a casa la subissiamo di domande. Non è che sa dirci chiaramente che cosa è successo. Deve aver preso un pullman di linea….E poi tutta la notte in quel bivacco di barboni… Comunque Maria stava bene. Un miracolo. Si, una specie di miracolo …che ne ha differito la morte. Così ho sempre pensato. Anzi, questo mi è parso di intuire. Ma non sempre nella mia vita quello che mi è parso di intuire l’ho anche capito. Forse una fine a Roma quella notte sarebbe stata troppo atroce? Ma anche quella che  la colpì  a Lipari, otto mesi dopo, è stata una morte atroce.

Otto mesi dopo…Ho detto che eravamo in estate a luglio ed era la festa di S. Cristoforo. Io e Aida, approfittando che era domenica e non andavo in Municipio eravamo andati al mare. Così all’una e mezza ce ne tornavamo a casa spensierati. Mentre io parcheggiavo la macchina a villa Mazzini, Aida mi precedeva  con la borsa del bagno verso casa. Arrivati sotto casa sentiamo gridare. E’ la voce di mia suocera che grida aiuto. Che cosa sarà successo? Facciamo i gradini a quattro e quattro e lo spettacolo che ci si para dinanzi è terribile. Maria è per terra che sta soffocando, sua madre piange e si dispera ma non sa che cosa fare. Comprendiamo che un pezzo di carne le è andata di traverso e non riesce ad espellerla. Sta diventando cianotica. Corro a chiamare il medico di guardia che però quando arriva non sa fare più di noi. E’ una ragazza giovane, non è italiana, i tratti sono asiatici. Intanto nel disorientamento di tutti noi si compie la tragedia. Maria è sempre più cianotica ed il respiro sempre più flebile. Ad un certo punto la dottoressa non può che certificarne la morte. Ma è possibile morire in modo così banale? Certo la morte non è mai banale ma  può esserlo il modo come si verifica.

Novembre 2009. Aida e Rita durante il pellegrinaggio in Puglia. L’ultimo viaggio di Aida prima che scopra la malattia.

La malattia e la morte di Gabriella e Saverio

Quella fu una morte terribile per Aida e per sua madre che  da allora subisce un continuo declino che la porterà a morire sette anni dopo. Altre due morti che Aida soffrirà in modo particolare furono quelle di Gabriella e di Saverio come aveva sofferto prima quella di Silvia e quella di Ivana. Tutti morti di cancro. Gabriella era stata male molti anni prima, poi pareva che il cancro fosse stato sconfitto. Si era ripresentato nella primavera del 2007 e l’estate era venuta a Lipari in attesa di essere ricoverata a settembre. L’estate a Lipari era stata per lei molto penosa. Faticava a camminare eppure non si era risparmiata niente. Era venuta a Pianoconte alla festa degli amici che abitano di fronte alla casa di Saverio sottoponendosi al tragitto a piedi dalla Chiesa alla casa; era venuta alla messa alla Serra la mattina del 15 agosto e poi – dopo la tradizionale granita – aveva chiesto ad Aida di accompagnarla a casa perché non ce la faceva più; veniva sulla spiaggia a prendere il sole e farsi il bagno. Come se presagisse che fosse la sua ultima estate, non voleva perdersi nulla. Aida era molto colpita dello stato di salute di Gabriella e non pensava che solo quattro anni dopo lei avrebbe fatta la stessa e forse una maggiore fatica a camminare.

Lipari, Marina corta, 22 agosto 1959. Da sinistra: Michele, Aida, Ivana, Rita Catalano, Silvia e Gabriella. Aida, Ivana, Silvia e Gabriella sono tutte morte di cancro.

C’è una fotografia del 22 agosto 1959 . Siamo a Marina corta. Nella foto oltre a me e un ragazzino che non riesco a riconoscere ci sono Aida, Ivana, Rita Catalano, Silvia e Gabriella. Fa impressione notare che tutte le ragazze di questa foto – salvo Rita Catalano di cui abbiamo perso le tracce – sono morte di cancro. Gabriella è morta improvvisamente a Pavia il 9 dicembre del 2007. Saverio è morto di venerdì alle 15.30 di pomeriggio ora inglese 16,30 ora italiana ( anche Aida è morta di venerdì alle 16,30) il 17 luglio nella sua casa di Londra. Eravamo andati a trovarlo alla fine di giugno e quando lo vedemmo così scavato ed emaciato capimmo subito che era molto grave anche se ci illudevamo che potesse riprendersi. Era stato operato alcuni anni prima al colon e sembrava che fosse tutto finito bene ma dopo tre anni il male si era riprodotto al fegato. L’aveva combattuto con coraggio per diverso tempo e sembrava che riuscisse ad averne ragione. Ma non aveva resistito all’ultimo assalto sebbene avesse tentato, come estremo tentativo, la radioterapia.

 

 

 

In occasione della sua morte Aida aveva scritto un commosso ricordo della sua infanzia parlando di lui come di “un bambino bello, biondo, allegro, solare che non litigava mai con nessuno, non alzava mai la voce, gli piaceva giocare e non ricordo di avergli sentito dire mai una bugia”. Il primo luglio a Londra nel giardino di casa sua avevamo festeggiato il compleanno di Sabrina e lui aveva voluto partecipare alla cena, anche se era visibilmente sfinito. Ora Saverio è sepolto a Lipari qualche cuccetta più in là di dove è sepolta Aida.

\Lipari. Ristorante Filippino 27 giugno 2011. Pranzo per il 45 mo anniversario di matrimonio (questa e la foto precedente)

Gabriella e Saverio. Ogni tanto Aida se li sognava durante la sua malattia, come sognava Ivana. Ma non aveva mai tratto da questi sogni presagi di morte anche perché lei aveva con i morti un rapporto positivo. Sognava anche mia madre, mia zia Nunziatina, sua madre, Maria… ma non le sognava mai da morte ma come se fossero vive.

Falcone 19 giugno 2011. I partecipanti alla prima comunione di Sabrina. Da sinistra, fila superiore: Francesca, Sebbie la mamma di Blerinda, Lillo il papà di Blerinda, Socol fratello di Blerinda, Nino zio di Blerinda, Nino Miano, Bessiana, Rosalba, Albana, Blerinda. Da sinistra, fila inferiore: Ledi, Iuri, Sabrina, Aida, Rita, Matteo, Michele.

Il mio infarto

Il mio infarto era arrivato il 5 settembre del 2008 mentre eravamo a Roma. A Roma fino al settembre del 2008 avevamo tenuto la casa e ci tornavamo sempre, almeno un mese all’anno, specie da quando non ero più sindaco. Quell’anno ci eravamo tornati per vendere la casa. Lo avevamo deciso perché era divenuto oneroso tenere due casa e poi questa di Roma pretendeva frequenti interventi anche molto costosi: una volta era il tetto, una volta la facciata, una volta il terrazzo. Qualche mese prima avevamo trovato un acquirente che aveva dato già un anticipo ed ora dovevamo fare tutti gli atti di vendita.

Come al solito, fossimo a Roma o a Lipari, al mattino presto io andavo a correre al parco a Roma o al campo a Lipari. E così era stato pure quella mattina del 5 settembre. A dire il vero era dal giorno precedente che non mi sentivo troppo bene. Avevo mangiato un bel po’ di noci ancora non ben stagionate la sera del 3 e il 4 mattina invece di correre avevo dovuto fare un po’ di giri a passo svelto per digerirle visto che si erano bloccate sullo stomaco. Ma tutto sembrava superato. Invece il giorno dopo, quando arrivo al parco, sento che  ho di nuovo peso sullo stomaco. Penso di rifare come il giorno precedente e mi metto a camminare a passo svelto. Ma a un certo punto tutto mi gira intorno e cado per terra come corpo morto. Quando mi riprendo, dopo pochi secondi ho la faccia tutta insanguinata ed il braccio dolorante. Capisco subito, grazie ad una precedente esperienza, che si è rotto l’omero e mi sono fatto un taglio all’arco sopracciliare. Mi si fanno intorno altri sportivi che correvano nel parco e chiamano subito l’autoambulanza. Do l’indirizzo e il numero di casa e li prego di avvertire Aida. L’autoambulanza mi porta dall’Ospedale delle Figlie di S. Camillo, a qualche centinaio di metri dal parco e da casa nostra. Entro alle 8 ed alle 10 e mezzo mi si fa l’angioplastica. Aida accorre subito, è preoccupata. Ma la tranquillizzano, l’operazione è andata bene e se non fosse per la frattura  potrei anche uscire dopo un giorno o due.

Comunque l’infarto non ci impedisce di fare il traslocco né di vendere la casa. Per tornare a Lipari in macchina viene mio fratello Mimmo ed è proprio sulla strada del ritorno che la macchina slitta, fa due testa-coda e fortuna che in quel momento non sopraggiunge nessuno. Siamo illesi, solo Aida ha preso un brutto colpo alla schiena ed ha un po’ di dolore ma non sembra niente di preoccupante. Ora che abbiamo venduto la casa abbiamo un bel gruzzolo in banca e bisogna decidere se comprare un’altra casa a Lipari o ristrutturare la casa di zio Bartolo che ci è venuta in eredità. Comunque vorremmo anche prenderci la vita un po’ più comoda e così programmiamo un viaggio. Aida vuole andare negli Stati Uniti perché la visita del  1998 era stata troppo superficiale. Io non ho obiezioni. Oltretutto avevo da poco finito la stesura della vita di madre Florenzia Profilio e vedere i posti dove lei era stata in America sarebbe stato utile per la rilettura del lavoro. Così programmiamo il viaggio per il marzo del 2009.

Il 2009 sarà un anno intenso. A marzo partiamo per gli Stati Uniti  dove visitiamo New York  e poi facciamo una escursione in Canadà a Toronto ed alle cascate; a fine giugno andiamo da Saverio a Londra con Sabrina; a fine settembre andiamo al Lago di Monte Colombo con le suore a presentare il libro di Florenzia che è uscito nel mese di luglio e quindi ad Assisi alla festa di S. Francesco; ai primi di novembre andiamo in pellegrinaggio in pulman a San Giovanni Rotondo, a Cascia e al Gargano . Ed è in questi due ultimi appuntamenti che Aida, che a New York ed a Londra non ha mostrato problemi nel camminare, comincia ad avvertire difficoltà a fare le scale e le strade in salita.

La sua battaglia contro il cancro.

Prima di partire per il pellegrinaggio in Puglia, il 30 ottobre, decidiamo di fare  una radiografia e la lastra dimostra che qualcosa al polmone c’è ma non ce ne preoccupiamo troppo. Comunque decidiamo per gli accertamenti. Appena tornati dal viaggio andiamo a Messina dal primario di peneumologia al Papardo e questi consiglia una tac. Prenotiamo e ci dicono che le date disponibili sono il 26 dicembre ed il 16 febbraio. Il 26 dicembre vorrebbe dire partire il giorno di Natale quando ci sono a Lipari tutti e così optiamo per il 16 febbraio. E la Tac rivela che nel polmone sinistro c’è un “tessuto patologico” di 4 cm x 3 “che ingloba, comprimendole, le prime diramazioni bronchiali e l’arteria polmonare di sinistra”. Intanto da una settimana o due Aida ha subito un abbassamento della voce. E questo della voce è veramente un fenomeno strano. L’abbassamento della voce che qualche volta arriva fino alla completa afonia dura da febbraio 2010 ad ottobre. Ad ottobre improvvisamente la voce ritorna forte e chiara come prima. Torna ad abbassarsi a febbraio 2011 e negli ultimi mesi alternerà giornate di completa afonia a giornate in cui riesce a parlare se non normalmente, quasi.

Intanto il 2 marzo  2010 viene ricoverata al Papardo per fare la broncoscopia ed analizzare questo tessuto patologico.Il referto del patologo parla di lieve displasia che potrebbe anche significare una infiammazione. I marker tumorali sono tutti negativi escluso il CEA . Il primario di pneumologia consiglia ulteriori accertamenti. Io avrei voluto ricoverare Aida al Saint Joseph di Parigi dove era stato curato il padre di Nino Miano, il marito di Rosalba, con successo. Ma Aida non vuol sentire parlare di andare all’estero in paesi di cui non conosce la lingua. Dopo aver fatto un po’ di consultazioni optiamo per il San Raffaele di Milano e Marcello ci mette in contatto con la primaria di Radioterapia. Intanto Aida , per prudenza, consigliata dal primario di pneumatologia fa una scintigrafia ossea a Villa Salus e il 22 marzo partiamo per Milano. In questa prima fase decidiamo di andare ad abitare da Mimmo a Pavia ed il 23 mattino è Mimmo stesso che ci accompagna a Milano per la prima visita. Il 26 Aida dovrebbe effettuare la broncoscopia ma, contrariamente da quanto era avvenuto a Messina, non riesce a sopportare l’intromissione della cannula e quindi il tentativo fallisce. Dovrà ripetere l’intervento da sedata e quindi dovrà essere ricoverata. Bisognerà aspettare che si liberi un posto in ospedale e siccome potrebbe passare anche un mese torniamo a Lipari in attesa di essere chiamati. Possiamo così festeggiare Pasqua e pasquetta con tutta la famiglia. Per Pasquetta andremo a Pianoconte ai Tre Delfini. La pasquetta del 2011 saremmo stati a Milano e la festeggiamo in un ristorante in un paesino della cintura Milanese con Massimo.

Allo scadere dei quindici giorni arriva la telefonata. Aida dovrà presentarsi all’accettazione del S. Raffaele il 15 aprile alle 8.30.Il 14 partiamo da Lipari e la sera siamo a Milano. Questa volta decidiamo di andare alla residenza alberghiera Rafael che si trova nell’area dell’ospedale e fa parte dell’organizzazione del S. Raffaele. Finalmente la broncoscopia va a buon fine e il giorno stesso Aida lascia l’ospedale ed andiamo a Pavia. Il 26 abbiamo l’appuntamento con l’oncologa. Veniamo a sapere che Aida ha un adenocarcinoma, non è operabile perché il tumore è in prossimità del miocardio e quindi si procederà con la chemioterapia e la radioterapia.

–         State tranquilli, dice l’oncologa, perché i risultati saranno gli stessi dell’operazione . Fra dieci anni ci rivedremo ancora per gli esami di controllo.

Ci tranquillizziamo e cominciamo a fare gli esami che ci programmano come la Pet, la spirometria, l’ecodopler, gli esami del sangue, ecc. L’11 maggio c’è l’appuntamento per la tac di centratura per le sedute radioterapiche. Il 13 maggio fa una nuova tac al torace e all’addome e il 14 all’encefalo.

Il 18 dovremmo cominciare la terapia e quindi il 17 sera ci trasferiamo a Milano all’hotel Rafael. Ma il 18 mattina l’oncologa ci dice che la PET ha rivelato anche una puntina al pancreas e quindi l’area da irrorare con la radioterapia fra polmone e pancreas sarebbe molto ampia e bisogna cambiare terapia. Non più chemio e radio intrecciate ma solo sei cicli di chemio. Devo dire che lì per lì fui quasi contento che avessero rimandato la radioterapia ad un secondo momento. Temevo infatti che Aida non avrebbe sopportati chemio e radio abbinati. Avevo ancora negli occhi l’immagine di Saverio. Oggi temo che sia stato un errore. Nella primavera di un anno dopo Aida faceva la tomoterapia al pancreas e al polmone. Perché non si poteva fare anche l’anno precedente? Avremmo guadagnato un anno e forse il tumore non avrebbe fatto a tempo a colpire il fegato.

Si rimanda la terapia di una settimana, al 25 maggio, e così rientriamo a Pavia. I sei cicli di chemio sono distanziati fra loro di 21 giorni e quindi iniziano il 25 maggio e terminano il 7 settembre. Solo per il primo ciclo facciamo capo a Pavia ma vedendo la fatica che Aida fa a salire le scale di S. Pietro in ciel d’oro, decidiamo che le altre volte avremmo fatto capo all’Hotel Rafael. Fra un ciclo e l’altro ritorniamo a Lipari perché sperimentiamo che dopo due giorni Aida, anche se molto debole, è comunque in grado di affrontare il viaggio aereo con l’assistenza (accompagnamento in carrozzina dall’accettazione sull’aereo alla partenza e dall’aereo all’uscita all’arrivo, sia a Milano che a Catania) e l’aiuto di Attilio che verrà a prendere Aida in macchina a Catania portandola a Milazzo e la riaccompagnerà da Milazzo a Catania quando dovrà ripartire.

Di ciclo in ciclo però il recupero sarà via via molto più lento ed al sesto ciclo ci vorranno dieci giorni. Ma quando a fine settembre abbiamo l’esito della tac di controllo che dice che la puntina al pancreas è sparita e il tumore al polmone è ridotto della metà, siamo felici.

–  Ora il tumore è fermo e dobbiamo sperare che lo rimanga il più a lungo possibile – dice l’oncologa – quando riprenderà a crescere studieremo una nuova terapia. Intanto dove tornare a Milano ogni 40 giorni per la tac di controllo.

Quando poi ad ottobre ad Aida tornerà la voce l’ottimismo è alle stelle. Quello del 2010, l’ultimo Natale di Aida, sarà un Natale sereno, di speranza. Ma la tac del 24 gennaio mostra una progressione del tumore al polmone e al pancreas e quindi si decideva di procedere con la tomoterapia che è una radioterapia mirata, sperimentata in Italia per la prima volta dal S. Raffaele cinque anni fa ed ora praticata anche in altri ospedali. Purtroppo il S.Raffaele non è convenzionato con la Sicilia per questa terapia per cui il suo costo sarà completamente a nostro carico. Ma non è questo il problema. Il problema è che Aida guarisca.

Aida farà 40 applicazioni di tomo terapia 15 al pancreas e 25 al polmone dal 9 marzo al 3 maggio. Finisce un po’ provata perché nel frattempo le era esplosa una flebite con pericolo di trombosi.  Ma avevamo molte speranze che la cura fatta fosse quella definitiva. Ed è con questa speranza che torniamo a Lipari ed è questa la speranza che traspare dal suo volto nelle fotografie che farà a Falcone per la prima comunione di Sabrina il 19 giugno ( fra cui quella che ho voluto sulla tomba e sulle immaginette) ed a Lipari al ristorante il 26 dello stesso mese quando ride serena.

Ma la Tac del 28 giugno  mostrava che se la terapia aveva funzionato sul pancreas e sul polmone il tumore invece era partito al fegato. Una doccia fredda. Si decide che avrebbe continuato le terapie con una pillola al giorno di Tarceva da 150 mg. Una pillola al giorno e controllo ogni 30 giorni con pochi effetti collaterali: una sorta di eritema alla faccia e al collo. Tutto sommato un peso accettabile, se funzionava. Ma purtroppo con Aida non funzionò. Cominciò la terapia il 14 luglio ma dopo 10 giorni l’eritema appariva particolarmente forte e, andando avanti il bruciore ed il prurito le si diffondeva un po’ in tutto il corpo. Inoltre le esplodeva come una sorta di congiuntivite e non poteva stare alla luce. L’1 agosto, autorizzata da Milano, sospendeva la cura e la riprendeva il 9 agosto, dopo una visita di controllo, con un dosaggio ridotto (100mg).

Questa volta niente eritema ma una grande astenia, febbre, inappetenza, diarrea ed il 10 settembre doveva interrompere ancora una volta la cura. Il 13 settembre al controllo di Milano Aida si presentava con una febbre a 39 gradi e mezzo e veniva  ricoverata al Dimert del S. Raffaele per accertamenti. Vi sarebbe rimasta sino al 29 settembre.  Veniva accertato che la febbre dipendeva dallo stesso tumore ed inoltre che la trombosi era ancora in atto. Inoltre la TAC dimostrava che il tumore sul fegato era progredito. Alla visita oncologica effettuata il 30 veniva deciso che non avrebbe più fatto la terapia col Tarceva e che comunque avrebbe potuto usufruire di altre cure chemioterapiche ormai praticate dovunque per cui non era necessario che si sottoponesse allo stress del viaggio fino a Milano. Le stesse cure poteva averle in un ospedale più vicino.

Così con questo responso tornavamo a Lipari. Le condizioni di Aida erano molto peggiorate anche perché aveva sempre più problemi alle gambe che le rendevano difficoltoso camminare. D’accordo con Ezio decidevamo che avrebbe continuato le cure a Villa Salus . Quando dissi ad Aida che avevo parlato con Ezio e avevamo pensato di farla riposare una settimana e poi sarebbe andata a Messina per riprendere la terapia. Mi guardò e aggiunse con tristezza:

–         Sono stanca, non ce la faccio più.

–         Lo so amore mio. Ma che facciamo buttiamo la spugna?

Scosse la testa sconsolata e non aggiunse altro. Così andammo a Villa Salus  il 13 ottobre. Le fecero una trasfusione di sangue e un primo ciclo della nuova terapia. Vi tornammo dopo 10 giorni per il richiamo della terapia ma i valori erano così sballati che dovettero rinunciare alla chemio. E i valori non riuscirono a tornare normali nemmeno ad un terzo tentativo per cui il primario di oncologia ci disse che le cure di sostegno le avrebbe potute fare anche a casa con  l’assistenza domiciliare. Questa volta l’oncologo non parlò di fronte a lei ma mi chiamò fuori.

–         Che cosa ti ha detto? Che i valori non sono tornati normali, mi chiese subito quando rientrai.

Gli ultimi giorni

Che cosa potevo dirle? Dovetti dirle si e lei capì che tutto era finito ed era ormai questione di giorni o forse di settimane ma che non c’era più niente da fare. Non disse niente. Un velo di tristezza le scese sul volto e non si cancellò più nei giorni che seguirono. E quelli che seguirono furono giorni che se rivissuti oggi con freddezza e lucidità scopro che era palese che di giorno in giorno si doveva avvertire  un suo peggioramento. Ma io non volevo vederlo. Io fino all’ultimo ho creduto ad un miracolo. Fino all’ultimo non ho voluto credere che se ne stesse andando.

Il sabato sera erano venuti a Lipari Attilio, Blerinda e i bambini. Sia la sera a cena che a pranzo la domenica, Aida aveva voluto essere a tavola ma non voleva che i bambini la vedessero arrivare trascinata sulla  sedia, come ormai facevamo, Rita ed io, da diversi giorni visto che faceva fatica a stare in piedi. Così prima mettemmo a tavola lei e poi arrivarono i bambini. E rimase a tavola per tutta la cena e per tutto il pranzo anche se si vedeva benissimo che le costava fatica e sofferenza. Quando poi il pomeriggio di domenica se ne andarono e la salutarono lei si era coricata. Discesero giù ma dopo dieci minuti Matteo risalì di corsa le scale ed entrò nella sua stanza. Voleva salutare ancora una volta Aida, come presentisse che non l’avrebbe rivista più.

Il martedì sera prima di addormentarsi mi confessò che era stanca, stanca e voleva morire. Era la prima volta che lo diceva e fu anche l’ultima.

–         Amore mio, tu ti sei arresa? Io non mi sono arreso, io spero sempre in un miracolo, le risposi.

–         Devi farti coraggio, fu la sua risposta e mi carezzò il volto.

–         Come faccio a farmi coraggio, se il mio coraggio sei tu…

Già da dieci giorni aveva le gambe gonfie e malgrado facesse due punture di Lasix al giorno non le sgonfiavano. Il problema era che ora non era più ritenzione idrica ma il tumore aveva intaccato i linfonodi ed a questo era dovuto il gonfiore. Negli ultimi due giorni i cancro doveva averla presa all’esofago e faceva sempre più fatica a mangiare e poi anche a bere. Il mercoledì sera riuscì a mandare giù mezza bottiglietta di un prodotto energetico per malati. La notte fu una notte terribile. Non riuscì a chiudere occhio. Continuava a ripetere “Mio Dio, mio Dio”. Faceva fatica anche a respirare. Le chiesi se avesse dolore.

–         Dolore no – mi disse – solo questo affanno e una grande stanchezza.

Le feci due iniezioni di cortisone per aiutarla a respirare ma facevano effetto solo per una mezz’ora e poi lo strazio riprendeva. La mattina avevamo organizzato di portarla in ospedale per farle mettere un catetere venoso perché non riusciva a fare più nemmeno le flebo perché prendere una vena nel braccio era divenuto difficilissimo. Aveva le braccia tutte tumefatte. Era, come avevo detto a don Gaetano, “il mio piccolo cristo martoriato”.

Chiamammo l’autoambulanza e la scesero per le scale con il telo. Io ancora credevo che sarebbe stata via quel paio di ore per fare l’intervento. Invece andava via da casa definitivamente. All’ospedale quando uscì dalla sala operatoria che le avevano messo il catetere era stravolta. Non so nemmeno se mi riconoscesse. Poi fra gli effetti dell’anestesia e quelli della morfina che cominciarono a somministrarle non riconobbe più nessuno. E passarono altre ventiquattrore fino a che il respiro si fece prima un po’ pesante, poi  flebile, sempre più flebile, quindi cessò del tutto.

In quel momento ero solo nella sua stanza. In quei due giorni con Rita ci eravamo dati i turni e Rita era rimasta tutta la notte precedente. Chiamai Rita al telefono e le dissi che forse Aida stava morendo, poi chiamai la dottoressa. Il mattino avevo telefonato a don Gaetano che le aveva dato l’estrema unzione ed avevo avvertito per telefono Mimmo e Marcello. Facevo tutte queste cose come un automa e non mi sembrava vero che capitassero a me e riguardassero Aida.

Ancora oggi, e sono passati dieci giorni mentre scrivo, ogni tanto mi sorprendo della sua morte e mi trovo a pensare  debba tornare da un momento all’altro.

Una donna forte, una donna di fede.

 Aida era una donna forte. Lo è stato sempre nelle vicende della vita e lo ha dimostrato soprattutto in questo calvario di due anni vissuto fra Milano, Messina e Lipari. Sapeva quanto io fossi apprensivo e come già soffrivo per conto mio e quindi non voleva aggiungere alle mie anche le sue sofferenze. Io non so con precisione quando ha capito che ormai i tempi erano divenuti corti. Forse a Milano  quando l’oncologa ci disse che le stesse cure potevano farsi a Messina, forse qualche tempo prima quando arrivò il responso della tac dopo la tomoterapia e si vide che se il tumore  era partito sul fegato. Certamente, come ho detto, durante l’ultima permanenza a Villa Salus. Eppure negli ultimi dieci giorni, se aveva un problema, era quello di preparare me alla sua dipartita.

Perché lei sapeva quanto io fossi fragile e come era stato per me uno sforzo indicibile mostrarmi sereno dinnanzi a lei. Eppure le premesse non erano state buone perché nel maggio del 2010 quando si cambiò terapia perché si scoperse che era stato toccato anche il pancreas e la dottoressa ce lo disse, io svenni.

Poi questo non è capitato più nemmeno quando ci comunicarono dopo la tomoterapia che il tumore aveva preso il fegato. Ma allora dovetti fare un grande sforzo per non lasciare trasparire la mia disperazione e lei lo capì.

Non si può vivere insieme 53 anni e avere spazi di riservatezza. Io per lei ero un libro aperto ed un libro aperto era lei per me. Io sapevo che soffriva anche quando lo negava.  L’ultima domenica a don Gaetano che era venuto per farle la comunione e le chiedeva come stesse lei rispose:

–         Dico a tutti che sto bene, ma non sto bene

Era una donna forte ed era anche una donna di fede. Quando dopo la chiusura della mia esperienza di sindaco le proposi di riprendere ad andare a messa tutti i gironi, la sera, fu ben felice di accettare. E così facemmo a Lipari come a Roma, come quando eravamo in giro per il mondo. Andando a messa tutti i giorni si seguivano anche le diverse novene che venivano proposte ma non avevamo una devozione particolare per qualche santo, salvo forse quella per S. Francesco.

Io da ragazzo avevo un fede cristocentrica e di questo ne avevo spesso discusso con lei, poi avevo “scoperto” la Madonna. E Gesù e la Madonna erano anche le sue devozioni. Sapeva che da quando eravamo andati a Pavia nel  2010  e frequentavamo la chiesa del Carmine e quella di S. Pietro in ciel d’oro, io avevo preso l’abitudine di andare al mattino ad accendere una candela alla Madonna e questo impegno l’avevo continuato a Lipari ed a Milano. Ogni tanto lei chiedeva “Hai acceso oggi la candela alla Madonna?” E alla mia risposta affermativa aggiungeva “ Così io accendo un cero a Gesù crocifisso”. La domenica andava sempre a pregare all’altare del Crocifisso , a S. Pietro. Penso che questa particolare devozione per il crocifisso le sia maturata nel corso della sua malattia.

Probabilmente pregava anche per la sua guarigione ma non me ne parlò mai esplicitamente. Io invece un giorno a Milano le dissi che pregavo perché avvenisse un miracolo e credevo che questo sarebbe avvenuto.

–         Avverrà – cercai di spiegarle – perché ci sono alcune coincidenze che possono essere come dei segnali. Il fatto di come abbiamo deciso di impegnarci alle Eolie, di come ho “scoperto” Florenzia, di alcune stranezze nella tua malattia che sembrano fatte proprio per preparare un grande miracolo, del fatto che un miracolo è necessario per andare alla beatificazione di Florenzia, ecc. ecc.

Lei aveva sorriso ed aveva aggiunto solo “speriamo”. E invece il miracolo non è arrivato. “Le mie vie, dice il Signore, non sono le vostre vie…”.

Un giorno, forse a febbraio, trovò nella tasca del mio pantalone un foglietto dove erano scritti alcuni versi:  Gioisce il mio cuore /Ritorna in me la vita / Dolcezza senza fine / Se stai vicino a me.

–         Sono bellissimi – mi disse – li hai scritti tu?

–         Magari. No, è il ritornello di una canzone che le suore cantano alla messa del mattino. Sono rivolti a Gesù ma penso che possano essere rivolti anche a una persona.

–         Sono bellissimi.

Così quando mi sono trovato a pensare a cosa scrivere sulla tomba prima avevo deciso che avrei messo solo il nome, il cognome suo, quello mia e le date di nascita e di morte. Poi mi sono venuti in mente quei versi ed ho capito che ne sarebbe stata felice. Così quei versi saranno sulla sua tomba con quella foto in cui sorride e sembra che saluti. E così ho voluto che fossero anche le immaginette del ricordo. Perché tutti la ricordino com’era: una donna che sapeva sorridere perché amava le persone e la vita. Questa era Aida.

Falcone 19 giugno 2011

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