Mons. Francesco Miccicché e le Eolie

 ( da Michele Giacomantonio, Sette anni da …gabbiano, inedito)

 Mons. Francesco Miccicché, era il nuovo vescovo ausiliare della Diocesi di Messina, Lipari, Santa Lucia del Mela, nominato nei primi mesi del 1989 ed insediatosi a Lipari nella funzione di Vescovo di Lipari.

Da  qualche annola Diocesidi Lipari era stata accorpata a quella di Messina e Lipari aveva smesso d’essere sede vescovile.

La nomina di un vescovo pure ausiliare ma con la destinazione ad occupare stanzialmente la sede vescovile di Lipari viene accolta da tutti gli eoliani con grande soddisfazione e forti manifestazioni di gradimento. Delegazioni di amministratori e di popolo si recano a salutare il presule designato a Monreale, la sua Diocesi di appartenenza, e  molti di più saranno le autorità, i fedeli ed i curiosi che andranno ad assistere alla sua consacrazione. Questa nomina appare come una parziale correzione del provvedimento di accorpamento della vecchia diocesi e quindi in qualche modo il riconoscimento di uno speciale privilegio per le Eolie nella nuova diocesi. In oltre il nuovo vescovo è giovane, è colto e, cosa che non guasta, è anche di bell’aspetto. Sono gli elementi che suggestionano le intelligenze ed infervorano gli animi. Così l’accoglienza a Lipari  e l’insediamento in Cattedrale vede le folle delle grandi occasioni.

E indubbiamente Mons. Miccicché ha la formazione, la cultura e l’intuito, cioè le caratteristiche essenziali per rappresentare una guida sicura per il popolo eoliano. Ha fatto propria fino in fondo la lezione del Concilio con una forte tensione cristocentrica che lo porta a ridimensionare il devozionalismo di cui è satura la religiosità di queste isole, crede nel ministero dei laici e quindi alla loro partecipazione piena alla missionarietà della Chiesa, sostiene che il cristianesimo non può limitarsi alla preghiera ma deve incarnarsi nella storia incidendo nel tessuto sociale e nella vita politica.

Una fede forte ed incisiva quella di Mons. Miccicchè  che viene subito a confrontarsi con una vita sociale apparentemente pigra ma investita da processi sotterranei anche intensi di trasformazione ed omologazione che rischiano di spazzare via ogni tradizione ed ogni valore. 

Il passaggio dalla povertà al benessere è stato in queste isole così repentino che la gente non appare ancora del tutto convinta di vivere una esperienza veramente nuova. Nel turismo non si riesce a vedere la possibilità per investimenti di grande respiro con lo sviluppo di nuove professionalità e nuovi mestieri meno duri e gravosi di quelli tradizionali, ma piuttosto l’occasione per accaparrare e moltiplicare risorse a salvaguardia dei periodi di crisi che potrebbero tornare così come si sono dileguati.

Inoltre si insinua  nel pensare comune l’idea che se il turismo porta ricchezza allora i suoi stili di vita non possono che essere superiori a quelli  conosciuti nelle ristrettezze. I valori dell’accoglienza, della parola data, dell’unità della famiglia cedono il posto ad un individualismo edonistico che primeggia su tutto e su tutti. Un individualismo che logora la famiglia come logora ogni centrale educativa. Persinola Chiesarischia di trasformarsi in un assemblaggio di riti popolari come le decine e decine di feste che si svolgono in ogni frazione con processioni, canti in piazza e giochi pirotecnici che rasserenano e tranquillizzano, con l’elargizione di qualche lira e l’accompagnamento di una processione, la coscienza dei singoli.

Quella in atto è di fatto una mutazione antropologica che non può non inaridire gli animi moltiplicando e approfondendo quei comportamenti e quegli atteggiamenti che sono tipici dell’insularità come di tutti gli ambiti chiusi e dalle dimensioni ristrette: la diffidenza e la litigiosità nei confronti dei vicini; una propensione a sparlare e denigrare chiunque ma soprattutto chi si mette in vista, chi dimostra di sapere e volere fare;  quindi una invidia che diventa facilmente cattiveria, il ricorso alla denuncia, una concezione tutta personale e strumentale dei diritti e delle leggi.

E questo di fronte ad una opinione pubblica sempre più volatile, senza più grandi parametri di riferimento, spesso alla mercé di chi si è organizzato un ruolo di opinion maker stazionando in un bar . Probabilmente è un aspetto comune a tante piccole comunità, ma qui nelle isole assume una rilevanza particolare sia per il numero di queste figure composte da funzionari pubblici senza una reale cura o da professionisti con parecchio tempo a disposizione o, ancora, pensionati alle prese con la monotonia del quotidiano, sia per la ridondanza che si riesce a produrre in un ambiente chiuso e troppo spesso provinciale.

Anche la politica sottostà a questa crisi anzi ne è un volano moltiplicatore. In una comunità caratterizzata dalle solidarietà corte come quelle dei legami familiari o, più correttamente, familistici la politica non ha mai rappresentato un grande valore. Amministrare non ha mai significato concretizzazione di un progetto, il voto non è mai stato l’espressione di un forte convincimento personale. Si è amministrato mediando fra gli interessi forti e si è sempre chiesto il voto per amicizia o per interesse. Col tempo essendo cresciuti gli interessi e cominciando le Eolie a divenire appetibili, le mediazioni degli interessi si sono spostate altrove, a Messina, a Palermo, a Roma, dove operavano i padrini potenti. Il voto è sempre più diventato merce di scambio per ottenere un posto o un favore  che queste figure cercano di intercettare e di indirizzare. Sull’ala di quello che accadeva in Italia ed in Sicilia  il gruppo di potere politico, qui soprattutto democristiano, si è venuto via via frazionando e strutturandosi in una sorta di sistema feudale dove alcuni signori designano sul territorio vassalli, valvassini e valvassori. La gestione del potere per il potere annulla qualsiasi prospettiva e qualsiasi progetto e riduce tutto alla gestione del quotidiano. La lotta fra le correnti ed i gruppi immobilizza la situazione giacché ogni obiettivo diventa obiettivo di una parte che l’altra si premura subito di bloccare, annullare, protrarre all’infinito. Quando finalmente arriva un finanziamento lo scontro è sulla sua gestione, sulla ripartizione sul territorio, sugli incarichi professionali, in una lotta furibonda che mette in conto la stessa perdita del finanziamento.

Nel 1987la Regionesiciliana aveva destinato una somma considerevole per opere pubbliche nelle isole minori ed al Comune di Lipari erano spettati circa 35 miliardi di lire. Proprio questo finanziamento era risultato emblema della forza e della debolezza del potere democristiano capace di individuare risorse economiche rilevanti,  e poi incapace di utilizzarle.

E’ questa l’immagine delle Eolie che si presenta a Mons. Miccicchè appena giunge a Lipari. Più che i travagli della transizione egli scorge un piano inclinato dove tutto sembra scorrere inesorabilmente verso la dissipazione. Su chi fare conto? I preti sono ormai quasi tutti anziani, presi per lo più in una piatta routine liturgica, con scarso interesse non solo per la vita sociale ma per lo stesso impegno pastorale che non sia quello delle funzioni e delle processioni. Inoltre molti di loro hanno provveduto ad integrare la povera congrua con altre attività ed operano in particolare nel campo della  ricettività turistica in estate. La partecipazione dei laici – al di là della organizzazione delle feste padronali – è scarsa  e si esaurisce quasi completamente nella esperienza neocatecumenale delle comunità di preghiera. Da dove cominciare? Dal mondo politico che forse è il più compromesso ma che indubbiamente avrebbe strumenti per incidere?

Ed è proprio “agli Amministratori di Lipari , a quanti servono il Comune e lo Stato, a tutti gli uomini di buona volontà che vivono nelle Isole Eolie” che il nuovo Vescovo indirizza la sua prima lettera pastorale l’11 luglio 1989, festa di San Benedetto Abate, patrono di Europa. La lettera inizia con un riferimento ad Isaia: “Per amore di Sion non tacerò” e così il titolo della pastorale, ciclostilata e diffusa in centinaia di copie a cura delle ACLI locali, diventa “Per amore delle Eolie non tacerò”.

Quando la lettera viene letta nelle chiese, durante la messa domenicale, è subito polemica. Ha riferimenti forti oltre che alla Bibbia, alla costituzione conciliare Gaudium et Spes ed alle encicliche sociali pontificie. Ma non è per questo che crea scandalo e meraviglia. Sono piuttosto alcune frasi dette “sine glossa” che chiamano in causa gli amministratori locali ma anche alcuni politici democristiani originari delle Eolie che da Messina, Palermo o Roma tirano le fila della politica locale.

E’ indubbiamente ad essi che fa riferimento quando sollecita i liparoti a ritornare “ a ragionare con la propria testa, a compiere libere ed autonome scelte, a non fare il gioco di “potenti” pupari che certamente non vogliono il bene delle Eolie, ma si servono delle isole per i loro illeciti profitti”. E più avanti: “Non è pensabile che possano esistere elementi che mettano in ginocchio un paese con la loro infida politica di ostruzionismo, di presunta legalità, di perbenismo stucchevole. Il popolo benpensante rifiuta presenze di principotti che gestiscono la cosa comune con metodi feudali”.

Ma più che una lettera di denuncia e di invettive – come l’hanno subito definito i tre o quattro corrispondenti liparesi che scrivono sulle pagine locali dei quotidiani di Messina e riferiscono la sera alla TV isolana e  come l’anno accreditato  gli orchestratori del cicaleccio da marciapiede –   questa  di Mons. Miccicchè appare, a rileggerlo oggi, soprattutto un accorato appello.

“Cari politici di qualunque colore e corrente voi siate, nel nome di Dio vi supplico di ‘smetterla di divorarvi a vicenda’ (Gal 5,15), guardate come si è ridotto il tessuto sociale; fate in modo di ricucirlo, adoperatevi per fare rivivere la speranza nel cuore di tanta gente, la fiducia nelle istituzioni, la volontà fattiva nell’interesse di tutti…Il terreno infido dei favoritismi, la corsa sfrenata al denaro, intrecciano una rete di rapporti squallidi tra le persone che diventano vittime del ricatto, compromessi in un illecito che a Lipari è diventato purtroppo legge”.

“Si è messo a fare politica”, è il primo commento di molti politici locali che ritenendo di essere gli unici depositari di questa disciplina e non tollerano che il loro operato venga discusso da chicchessia. “Ma questo a chi appartiene?”, è la domanda che segue immediatamente giacché non concepiscono che possano esistere uomini liberi che appartengano innanzitutto a se stessi ed alla propria coscienza. “Bella gratitudine…” è invece il commento di chi  – facendo sfoggio di una particolare sensibilità venale ancora oggi non estinta – lamenta la somma che il Comune ha speso per il tradizionale regalo di ben venuto.

Partono da qui riserve, illazioni, false notizie alimentate proprio dagli operatori del cicaleccio che tendono a ridimensionare l’immagine del Vescovo, la sua credibilità, la sua affidabilità. Riserve, illazioni e notizie che non hanno posto su nessun giornale e su nessuna televisione locale ma che si propagano ugualmente fra la gente a cominciare da quella più sprovveduta. E proprio perché sono informazioni e considerazioni che circolano in maniera sotterranea attraverso il passaparola e non hanno mai una manifestazione pubblica, risulta impossibile averne ragione, affrontarle, discuterle, contraddirle.

“Ha mancato di prudenza” è infine il giudizio di chi non nega né il diritto, né la sostanza ma ne  fa una questione di forma. E fra questi vi sono anche preti attenti al Concilio ed all’impegno nel sociale, ma traumatizzati dall’idea di una Chiesa che vede proprio il Vescovo all’attacco. Il Vescovo ha sempre svolto un ruolo di mediazione e di composizione…Un prete può avere una funzione di sfondamento ma purché ci sia dietro e sopra un Vescovo che media e riequilibra il discorso  Per questola Chiesa è millenaria..

La mediazione e la prudenza di una Chiesa che volendo essere di tutti ha finito spesso con l’abbandonare a se stessi gli ultimi.

Registro queste reazioni che mi irritano ma non mi meravigliano. Mi colpisce invece fino al turbamento il fatto che un Vescovo così, conciliare, aperto ai problemi sociali, combattivo, sia potuto maturare nella terra di Sicilia e quindi sia stato inviato alle Eolie. E mi turba ancora più il fatto che abbia voluto legare a San Benedetto la sua prima lettera pastorale. San Benedetto è il fondatore dell’ordine monastico dei benedettini e benedettini erano i monaci che nel 1083 accettarono la proposta di Ruggero il normanno di ricostruire, a Lipari, il tempio e l’abbazia di San Bartolomeo come punto di forza per il ripopolamento delle isole dopo il sacco saraceno dell’838. 

E siccome ho imparato da GiorgioLa Pirache nulla accade a caso nella storia degli uomini e dietro gli avvenimenti c’è sempre un disegno provvidenziale, raccolgo questo turbamento e lo serbo nel profondo del mio cuore.

E mi piace ricordare che la crescita del mio interesse per queste isole fino alla decisione di dedicarvi il resto della mia vita e quindi anche la mia candidatura a Sindaco è legata a Mons. Miccicché.

 

Una risposta a “Mons. Francesco Miccicché e le Eolie

  1. Achille Galluppo

    Ho avuto il privilegio di conoscere Mons. Miccicchè e condivido con Lei quando lo descrive: “…ha la formazione, la cultura e l’intuito, cioè le caratteristiche essenziali per rappresentare una guida sicura per il Popolo Eoliano…”
    Nelle visite pastorali che Mons. Miccicchè fece a Salina, tutti noi ci rendemmo conto di ciò che avrebbe potuto rappresentare un Vescovo di tal fattura nell’ambiente eoliano della fine degli anni ’80…o forse ci auspicavamo che così fosse. Purtroppo gli stessi sacerdoti della Sua Diocesi hanno contribuito ad affossarLo preferendo “l’uovo oggi che la gallina domani”, incapaci di capire che così facendo consegnavano le Eolie a quella massa di “signorotti berlusconiani” che oggi imperversano indisturbati nelle nostre Isole. Forse avrebbe dovuto fidarsi/appoggiarsi al Suo “gregge” che ancora nell’animo era pulito e lo aveva accolto nelle proprie case, e diffidare di quanti, intorno a Lui, lo osannavano con rami d’ulivo ma già pensavano alla “croce”.

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