“Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede” (1 Cor 15)

Premessa
La Resurrezione di Cristo è l’evento unico ed al tempo stesso rivoluzionario non solo della storia dell’uomo ma dell’intera creazione. Nella storia dell’uomo non è mai accaduto che un morto resuscitasse – non per tornare a morire come è stato, per esempio, per Lazzaro – ma per vivere in eterno. Questo fatto unico ed eccezionale è anche rivoluzionario perché ha sconfitto la morte ed ha aperto la strada verso la resurrezione a tutti gli uomini sia quelli premiati con la vita eterna sia quelli puniti con la dannazione eterna; quindi ha cambiato profondamente la vita eterna trasformandola dal Paradiso in cui la Trinità viveva con la schiera degli angeli nel Regno di Dio che accoglie, trasfigurati e glorificati, anche i frutti positivi dell’umanità e questo sia per i valori, i sentimenti e le virtù sia per le strutture.

La Resurrezione di Cristo: fatto storico o atto di fede
Per tutto questo la Resurrezione è il fondamento centrale della fede cristiana per cui Paolo ha potuto dire nella prima lettera ai Corinti: “Se Cristo non fosse risorto la nostra predicazione sarebbe senza fondamento e vana la vostra fede”(15,14). Possiamo dire – afferma T. Schneider – che la fede nella resurrezione è il chiodo da cui pendono tutte le altre proposizioni del Credo, è il fermaglio interiore che tiene insieme tutto il resto”
Ma questo “fondamento” è un fatto storico o è al di là della storia e noi lo accettiamo per fede? E’ uno de problemi che hanno attraversato profondamente il dibattito teologico e diviso gli studiosi.
Secondo il teologo protestante svizzero Karl Barth «la trasformazione della morte in vita» e «il capovolgimento di valori contenuto nell’annuncio della glorificazione divina dell’umanamente disprezzato e reietto» possono solo essere oggetto di rivelazione e di riflessione credente, non di indagine e di verifica storica. Infatti si riferiscono a un evento che non si colloca tra gli altri eventi storici nel quadro delle realtà fattuali che costituiscono e chiudono il mondo empirico nel proprio cerchio di morte. La resurrezione del Crocefisso sboccia o irrompe nel mondo come apertura a un’ulteriorità o trascendenza che, mentre indica all’uomo i suoi limiti, anche gli presenta la possibilità di superarli mediante la fede.
E’ la linea fatta propria da diversi teologi di distinguere il Gesù della storia dal Cristo della fede. Per Barth come anche per R.Bultmann e per i teologi della loro scuola Cristo sarebbe risorto nella fede dei discepoli, ma non nella storia.
Per Bultmann, il “fatto storico”, cioè l’evento verificabile dal punto di vista storico, non è la resurrezione di Gesù in quanto tale, ma la fede pasquale dei primi discepoli: questo è il fatto veramente verificabile. Invece è impossibile costringere l’evento pasquale dentro i parametri storici, nonostante i riferimenti biblici che sembrano leggere la resurrezione in questi termini (Lc 24, 39-43; At 17, 31).
Ciò non significa che la resurrezione sia “immaginifica”: essa è vicenda che riguarda la fede, non la riflessione storica. Cristo, conclude Bultmann, “è risorto nel kerigma” .
Kerigma è termine greco che significa “annunzio”. Solitamente si riferisce alla fede annunziata dai primi apostoli. Secondo Bultmann e i teologi della sua scuola questo è il massimo che si può dire sulla resurrezione di Cristo come evento storico.

Il fondamento storico della fede nella Resurrezione
Ma può esistere una separazione così radicale fra storia e fede, fra scienza e teologia? “Credere – osserva Aldo Bodrato in un importante articolo apparso su”Il Foglio” di Torino di qualche anno fa – non significa accogliere a scatola chiusa una testimonianza rivelatrice, gettando via la chiave interpretativa della ragione per non essere turbati dai suoi dubbi e dalle sue domande…
Se è vero infatti che «la resurrezione di Gesù si sottrae alla storia immanente in questo mondo e non è più dominio dello storico», è vero anche che «la fede pasquale dei discepoli, conseguenza della loro specifica esperienza del Signore risorto, è un dato storicamente indagabile» e costituisce la base per un dibattito critico sui reali contorni pratici e teorici del credo dei primi discepoli e delle prime comunità cristiane.
Ma qui – aggiunge Bodrato – non si ferma l’interrogazione della fede. Di qui essa parte per chiarire, una volta individuate le radici storiche della propria tradizione religiosa, il valore degli insegnamenti da essa ricevuti, il significato che essi hanno avuto e hanno per il credente, le relazioni che li uniscono e ne fanno non un disordinato insieme di suggestioni, ma una coerente e costruttiva proposta di vita.
Lo storico è costretto a registrare il fallimento terreno della missione di Gesù, proprio perché è costretto a fermarsi alla sua morte ignominiosa, ma al tempo stesso deve riconoscere che questo indice storico di fallimento, in un primo tempo fatto proprio anche dai seguaci del Nazareno, presto si traduce per essi in segno di vittoria, sorretto dalla convinzione di fede, pubblicamente dichiarata e resa storicamente operativa, che Gesù, respinto dai capi di Israele e crocefisso dall’autorità romana, è stato accolto da Dio. Dio stesso ha rovesciato, per essi, il giudizio degli uomini sovrapponendo alla loro lettura mondana e conservatrice della storia la sua lettura escatologica.
José Antonio Pagola si interroga su questo cambiamento radicale, improvviso e condiviso dei discepoli.
“Non potremo mai precisare l’impatto che l’esecuzione di Gesù ha avuto su i suoi seguaci. Sappiamo soltanto che il discepoli fuggirono in Galilea; perché? Era crollata la loro adesione a Gesù? Morì la loro fede, quando Gesù morì sulla croce? O piuttosto fuggirono in Galilea pensando soltanto a salvarsi la vita? Non possiamo dir nulla con sicurezza; soltanto che la rapida esecuzione di Gesù li getta se non in una completa disperazione, di certo in una crisi radicale. Probabilmente, più che uomini senza fede ora sono discepoli desolati che fuggono dal pericolo, sconcertati davanti all’accaduto.
Dopo poco tempo, tuttavia, succede qualcosa che è difficile spiegare. Quegli uomini tornano nuovamente a Gerusalemme e si riuniscono in nome di Gesù, proclamando a tutti che il profeta giustiziato giorni prima dalle autorità del tempio e dai rappresentanti dell’Impero è vivo. Che cosa è avvenuto perché essi abbandonassero la sicurezza della Galilea e si presentassero di nuovo a Gerusalemme, un luogo realmente pericoloso dove presto saranno arrestati e perseguitati dai dirigenti religiosi? Chi li ha strappati alla loro codardia ed al loro sconcerto? Perché ora parlano con tanta audacia e convinzione? Perché tornano a riunirsi in nome di colui che avevano abbandonato vedendolo condannato a morte? Essi danno soltanto una risposta: “Gesù è vivo. Dio lo ha resuscitato”. La loro convinzione è unanime e indistruttibile; possiamo comprovarla perché compare in tutte le tradizioni e gli scritti che sono giunti fino a noi. Che cosa dicono?
In diversi modi e con differenti linguaggi, tutti confessano la stessa cosa: “La morte non ha avuto potere su Gesù; il crocefisso è vivo. Dio lo ha resuscitato”. I seguaci di Gesù sono consapevoli di star parlando di qualcosa che è al di sopra di tutti gli esseri umani. Nessuno conosce per esperienza che cosa avvenga esattamente nella morte, e tento meno che cosa possa avvenire a un morto se dopo la morte viene resuscitato da Dio. Eppure, ben presto riescono a condensare in semplici forme l’aspetto essenziale della loro fede; si tratta di formule brevi e molto stabili, che circolano già verso gli anni fra il 35 e il 40, fra i cristiani della prima generazione. Le usavano certamente per trasmettere la loro fede ai nuovi credenti, per proclamare la loro gioia durante le celebrazioni e, forse, per riconfermarsi nella loro adesione a Cristo nei momenti di persecuzione. Ecco ciò che confessano: ”Dio ha resuscitato Gesù dai morti”.
Non è rimasto passivo davanti alla sua esecuzione; è intervenuto per strapparlo dal potere della morte. L’idea di resurrezione viene espressa con due termini: “destare” e “alzare”. Ciò che queste due metafore suggeriscono è impressionante e grandioso; Dio è sceso fino allo stesso sheol…”ha destato” Gesù, il crocifisso, lo ha messo in piedi e lo “ha alzato” alla vita”.
Chi sostiene, sottolinea Theodor Schneider , che sia stato messo in atto un tentativo psicologizzante di immedesimazione tale da portare gli apostoli ad affermare, concordemente, dinnanzi al fallimento di Cristo, “Non è finito, perché noi continuiamo”, dovrebbe anche mostrare – e precisamente col metodo ‘storico-critico’ – “da dove questi uomini semplici della prima ora attinsero lo slancio e la forza per combinare in breve tempo più di quanto non avesse combinato Gesù stesso”.
E’ questo cambiamento profondo, repentino, unanime che avviene nei discepoli sicuramente testimoniato e verificato, a mio avviso, è il vero fondamento storico della Resurrezione di Gesù più che la tomba vuota, come pure una parte dei teologi sostiene.
Fondamento storico ed al tempo stesso fondamento oggettivo permanente della professione di fede in Cristo. “Origine storica e fondamento reale sono qui una cosa sola” , ci ricorda Pannenberg.
Che la Resurrezione di Gesù sia un fatto straordinario che apre una fase nuova della storia è così presente ai discepoli della primitiva comunità cristiana che essi cominciano a riunirsi nel “giorno del Signore” (Giustino, Apologiae,I,67) e cioè la domenica, il terzo giorno dalla morte in croce inaugurando una nuova consuetudine. La celebrazione eucaristica non viene celebrata il giovedì che sarebbe il giorno in cui Gesù la istituì nell’ultima cena, né il venerdì giorno della morte di Gesù, né il sabato giorno del riposo festivo ebraico, ma la domenica il giorno in cui il Signore è risorto .

La resurrezione dal Vecchio al Nuovo Testamento
Anche al tempo di Gesù non era facile credere nella resurrezione. Essa era ritenuta per lo più impensabile dalla cultura greca. Quando Paolo discute con i pensatori sulla collina dell’Areopago di Atene (Atti 17, 22-31) questi lo ascoltano finché parla di Dio ma quando prende a parlare del Cristo morto e resuscitato gli volgono lo spalle e chiudono il dialogo.
Anche nell’ebraismo il credere nella resurrezione dei corpi fatica a farsi strada. Di essa non se ne parla nei libri più antichi della Bibbia. Si crede all’immortalità dell’essere umano ma come ombra che popola lo sheol, il mondo sotterraneo, desolato e polveroso degli inferi. L’immortalità a cui ambisce un buon israelita è la perpetua memoria del proprio nome attraverso i discendenti o la persistenza della propria fama.
Anche se nell’Antico Testamento si insegna che il problema supremo e liberante di Jahvé si estende ovunque anche nel regno dei morti (sheol) ( 1Sam 2,6; Am 9,1-2; Sal 16,9; Sap 16,13 ss…), che Jahvé è il “Dio dei viventi” (1Sam 17,26.36, Sal 18,47), la sorgente che dona la vita (Dan 14,25), che la morte e la corruzione non appartengono al disegno originario di Dio ma al peccato dell’uomo (Gen 3,17-19; Sap 1,13-14 e 2,23-24), la dottrina della resurrezione personale del proprio corpo prende spazio nei libri più tardi ed in particolare in quelli del genere apocalittico Isaia, Ezechiele, Daniele ma anche nel libro dei Re e nel libro di Giobbe.
E’ come se avvicinandosi la “pienezza dei tempi”(Galati 4,4; Ebrei 9,26) vada crescendo nella Scrittura l’idea della resurrezione attraverso il ministero dei profeti. Prima di tutto Isaia, il primo Isaia – e siamo all’VIII secolo a.C. – che annuncia il Messia e parla del Servo che dovrà soffrire ma verrà poi “esaltato e molto innalzato”(52,13) ed avrà “in premio le moltitudini” (53,12). Quindi il secondo (o Deutero-Isaia) – e siamo al VI secolo – che proclama “Il Signore Dio eliminerà la morte per sempre e asciugherà le lacrime su ogni volto”(25,8). E più avanti parlerà di morti che non vivranno più e di altri morti, i “tuoi morti” che vivranno di nuovo: ”Svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere. Si, la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre”(Isaia 26,14-19) .
Del VII secolo è il profeta Ezechiele con la possente e grandiosa visione delle ossa aride che risorgono (37). Quindi una chiara affermazione della resurrezione dei morti si trova nel libro di Daniele scritto nel 165 a.C.: “Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna “(Dan 12,1 -2).Quanto al libro dei Re, esso fu redatto fra il VII e il V secolo a.C. e quella definitiva del libro di Giobbe, capolavoro dei libri sapienziali, può essere collocata verso il 575 a.C.
Al tempo di Gesù probabilmente il popolo nel suo insieme non doveva essere contrario alla dottrina della resurrezione anche se i Sadducei la negavano decisamente ed i farisei la insegnavano in termini realistici tali che Gesù respinge (Mt 22.30).
Ma nella predicazione degli apostoli la resurrezione di Gesù assume un carattere inedito e peculiare e se nel Vecchio Testamento, la resurrezione, era stata marginale ora, nel Nuovo, diventa centrale. Questo insegnamento lo possiamo sintetizzare in tre punti di cui solo il primo può essere comune alla fede ebraica:
1. La resurrezione finale avrà luogo grazie al potere di Dio, che è un Dio dei viventi, il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe dice Gesù (Mt 22,32) riallacciandosi all’Esodo (3,6).”Non avete mai letto nella Bibbia ciò che Dio ha detto per voi? C’è scritto: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe. Perciò è il Dio dei vivi non dei morti” . E Paolo nella prima lettera ai Corinzi ribadisce che la resurrezione é oltremodo importante per capire Dio. ”Paolo sarebbe un falso testimone di Dio, e Dio non sarebbe colui che Paolo predica, il Dio della grazia, della misericordia, dell’amore senza riserve e della vita, se la resurrezione di Gesù fosse una chimera” ;
2. La resurrezione avrà luogo non solo grazie al potere vivificante di Dio in genere, ma in virtù della resurrezione di Gesù Cristo dalla morte, con la forza dello Spirito Santo. “Se lo Spirito di colui che ha resuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti, darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo spirito che abita in voi” (Romani 8,11). E Giovanni ricorda le parole di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo resusciterò nell’ultimo giorno”(Gv 6,54),
3. La resurrezione sarà universale come attestano Giovanni e Paolo. Giovanni: “Verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una resurrezione di vita e quanti fecero il male per una resurrezione di condanna” (Gv 5,28-29). Paolo: “Noi crediamo che Gesù è morto e risuscitato, così anche quelli che sono morti. Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui”(1 Tess 4,14).

Il kerigma della Chiesa apostolica
Conviene soffermarsi un momento sull’insegnamento degli apostoli a proposito della Resurrezione di Gesù e sull’evolversi del modo in cui viene trasmesso.
Per far questo bisogna fare riferimento alla chiesa primitiva ed alle formule in cui era stato condensato questo credo. Queste formule è possibile rintracciarle nelle lettere di Paolo che sono gli scritti più antichi collocabili fra il 50 e 60 d.C.. E proprio nel testo più antico, la prima Lettera ai Tessalonicesi, si trova questa formula: “ Voi vi siete allontanati dai falsi dei per servire il Dio vivo e vero, e per aspettare che il Figlio di Dio venga dal cielo. Questo figlio è Gesù; Dio lo ha risuscitato dalla morte. Egli è colui che ci libera dalla condanna di Dio ormai vicina”(1, 9-10). E’ interessante notare come fin da questo testo alla resurrezione di Gesù è collegata la resurrezione dei morti:” Noi crediamo che Gesù è morto e poi è resuscitato. Allo stesso modo, crediamo che Dio riporterà alla vita, insieme con Gesù, quelli che sono morti credendo in lui”(1 Tess 4,14).
Nella Lettera ai Romani, scritta probabilmente sette anni dopo, si ribadiscono gli stessi concetti: “Se lo Spirito di Dio che ha resuscitato Gesù dai morti abita in voi, lo stesso Dio che ha resuscitato Cristo dai morti darà la vita anche a voi, sebbene dobbiate ancora morire, mediante il suo Spirito che abita in voi”(Rom 8,11).
La prima Lettera ai Corinti si colloca in un periodo intermedio fra il 54 ed ilo 55 e lì si trova il testo più ampio ed elaborato di Paolo dedicato alla Resurrezione. Un vero e proprio manifesto caratterizzato da tre punti fondamentali: il kerigma, il collegamento fra la resurrezione di Cristo e la resurrezione dei morti, la corporeità di chi risorge.
Questa dottrina parte dall’affermazione che “Cristo è morto per i nostri peccati, fu seppellito e risuscitò il terzo giorno, secondo le Scritture”(15, 3-4) . Una resurrezione comprovata dalle apparizioni.
Inoltre la resurrezione di Cristo, come abbiamo già visto, è inserita nel destino di tutta l’umanità perché, non si tratta di un evento singolare, ma comporta la speranza nella resurrezione dei morti perché Cristo è “primizia di quelli che sono morti. Infatti poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la resurrezione dei morti”(15, 20-21).
Infine, l’aspetto dei risorti. Noi risorgeremo con un corpo trasfigurato rispetto a quello terreno ma allo stesso tempo tale da conservarne l’identità. ”Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile; è seminato ignobile e risuscita glorioso; è seminato debole e risuscita potente; è seminato corpo naturale e risuscita spirituale”(15, 42-44).
In Paolo nella prima Lettera ai Corinzi e nel simbolo apostolico è detto che Gesù è risorto “il terzo giorno”. Visto che è morto di venerdì, vigilia del grande giorno di Pasqua, che cadeva di sabato, probabilmente il 7 aprile dell’anno 28 , sarebbe risorto il primo giorno della settimana che poi è diventata la domenica, il giorno del Signore, seguente al sabato. E il primo giorno della settimana è quello in cui le donne trovarono il sepolcro vuoto e incontrarono il risorto. Ma perché il Padre l’avrebbe tenuto morto tutto questo tempo Gesù? Ed era morto quando, come dice il Credo, “discese agli inferi”? La domenica fu il giorno in cui apparve ai discepoli. Ma non poteva essere risorto prima, subito dopo che lanciò il grido dalla croce? Ma se così fosse che significa quel “terzo giorno”?
In realtà nel linguaggio biblico “il terzo giorno” significa “il giorno decisivo”. Dio salva e libera sempre il terzo giorno . In Osea si legge: “Venite, torniamo a Yahvé: egli ci ha lacerato, ma egli ci curerà; egli ci ha ferito, ma egli fascerà le nostre ferite. Entro due giorni ci renderà la vita, il terzo giorno ci farà alzare e noi vivremo alla sua presenza” (6, 1-2).

Il racconto dei Vangeli
I Vangeli parlano della Resurrezione di Gesù ma sono redatti dopo circa 30-40 anni dall’avvenimento, il Vangelo più antico è infatti quello di Marco che è scritto intorno al 70. Cioè sono trascorsi almeno vent’anni dalle prime lettere di Paolo.
Eppure, malgrado sia trascorso tanto tempo, il passaggio dalle formule e dai ragionamenti al racconto degli eventi fa trasparire, ancora in qualche modo lo stato d’animo che di fronte all’evento fu proprio della comunità dei discepoli: e cioè si scorge una specie di timoroso ritegno e i discepoli appaiono pervasi da una consapevolezza del carattere misterioso di quegli incontri con Gesù, della scoperta del sepolcro vuoto, del racconto della inspiegabile condizione delle bende nel sepolcro, tutti fatti che dovettero risultare a quelle donne e quegli uomini terrorizzati per le possibili rappresaglie, al tempo stesso consolanti e terribili.
Possiamo dire che uno degli intenti più manifesto dei Vangeli è quello di sottolineare la fisicità della resurrezione di Gesù e questo è fatto soprattutto attraverso la narrazione del seppellimento e del ritrovamento della tomba vuota. Al ritrovamento del sepolcro vuoto Giovanni aggiunge un particolare che proviene dalla sua testimonianza oculare. Quando entra nel sepolcro vede e crede. Che cosa vede? Vede il lenzuolo funebre e le bende “vuote” per terra. Ma vuote non come se fossero state srotolate ma “sgonfiate”, come se il corpo di Gesù fosse sgusciato da esse lasciandole al loro posto (Gv 20, 6-8).
Risulta con evidenza dai racconti evangelici che “la fede nella resurrezione poggia innanzitutto sull’esperienza del Vivente fatta nel corso delle apparizioni e non sulla tomba vuota. Il racconto del ritrovamento del sepolcro vuoto completa ed avalla il riconoscimento precedente e preminente: Egli vive! Noi l’abbiamo visto!”
Gli evangelisti dicono chiaramente che la loro fede nella resurrezione non è un fenomeno psicologico collettivo, né frutto di apparizioni incorporee. Essi hanno visto Gesù e gli hanno parlato, hanno cenato con lui, lo hanno toccato. Qualcuno è vero non l’ha riconosciuto subito come Maria Maddalena e i pellegrini di Emmaus. Ancora Gesù chiede a Tommaso di toccarlo, ma Giovanni scrive che la stessa sera della resurrezione entrò nella casa dove stavano i discepoli passando per le porte chiuse. Ma queste divergenze, al di là della fedeltà dei ricordi in ordine ai particolari, potrebbe essere collegato anche a quel corpo glorificato che è al tempo stesso identico e diverso a quello che ha subìto il martirio.

La dottrina delle resurrezione dei corpi
A differenza della cultura greca che crede nell’immortalità dell’anima la chiesa apostolica ed i padri della Chiesa hanno predicato, da subito, la resurrezione dei corpi. Secondo i filosofi pagani ed in particolare quelli greci e quindi la cultura platonica e neoplatonica il corpo veniva ritenuto fonte di limitazione, un accessorio accidentale del quale l’anima doveva liberarsi. Il fondamento della dottrina cristiana sulla resurrezione dei corpi è invece la resurrezione di Gesù e quindi sottolineano la “novità” di un corpo trasfigurato e glorificato.
Sembrerebbe una affermazione che si scontra, in maniera insuperabile, con la mentalità tipica delle scienze naturali che tanto permea la cultura moderna. Ma non è così. La dottrina della resurrezione non afferma che gli uomini, dopo essere definitivamente morti, tornino nella realtà della vita spazio-temporale, ma che essi entrano in un modo di esistenza diversa, nuova, definitiva, al di là della realtà terrena a noi accessibile. Di fronte ad una posizione di questo tipo una scienza naturale consapevole e responsabile non può dire nulla né a favore, né contro perché esula dalla sua competenza. Invece l’antropologia più recente che non identifica la morte corporea con la ‘morte’ umana ‘totale’ e più in generale la corporeità con l’umanità, avrebbe di che interrogarsi .
Ma cerchiamo di approfondire i fondamenti teologici di questa dottrina della resurrezione dei corpi.
“La nostra patria – dirà Paolo nella Lettera ai Filippesi – è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a se tutte le cose”( 3,20.21).
Secondo S.Agostino (Enchiridion, 84) l’espressione “credo la vita eterna” fu aggiunta a quella ”credo la resurrezione della carne” nel Credo degli Apostoli, per far si che quest’ultima non fosse interpretata in termini di resurrezione temporale e di ordine puramente terreno, come quella di Lazzaro, ma come una resurrezione davvero eterna.
Ma proprio facendo riferimento al Cristo risorto la Chiesa ha sempre predicato l’identità fra corpo risorto e corpo terreno. Lo stesso termine ri-sorto fa riferimento ad una realtà caduta che ritorna ad essere. Già Paolo in 1 Corinzi 15,36-38 per spiegare l’identità nella diversità fa ricorso alla metafora del seme. “Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano ad esempio o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo”.
E più avanti: “Ecco io vi annuncio un mistero: non tutti , certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. E’ necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si rivesta di immortalità”(1 Cor 15, 51-53).
E vero che Gesù nel Vangelo di Marco (12,25), in polemica con i sadducei, parla dei risuscitati “come angeli dei cieli” che non prendono moglie né marito ma questo non vuol dire che sono dimentichi del loro corpo e dei sentimenti buoni che hanno coltivato sulla terra, vuol solo dire che non sono sottomessi a vincoli formali e legali che non trovano riscontro vero e vivo nel loro cuore.
Infatti, in polemica con gli gnostici, i Padri della Chiesa con la formula “risurrezione di questo corpo” hanno voluto sottolineare la continuità “etica” fra la vita presente e quella futura, e quindi il valore e la proiezione eterni delle azioni umane positive compiute nella storia sebbene queste fossero svolte in un contesto finito e limitato nel tempo .

Le Resurrezione riguarda tutto il cosmo materiale
Ed è sicuramente su questa scia che il Concilio Vaticano II ha sostenuto che il ritorno del Cristo risorto nella gloria riguarderà non solo gli uomini ma anche la trasformazione ed il rinnovamento del cosmo materiale ( Lumen gentium, 48; Gaudium et spes, 39).
D’altronde il Nuovo Testamento parla sì di una discontinuità fra il cosmo presente ed il futuro universo glorificato (Rm 8,19-21; Ap 21,1-2) ma non della sua distruzione definitiva. Paolo anzi parla dell’attesa della creazione di essere “lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”(Rm 8,21) e l’Apocalisse dell’attesa di “un nuovo cielo e una nuova terra (Ap 21,1). Anche Pietro che afferma che “i cieli spariranno con un grande fracasso, gli astri dei cieli saranno distrutti dal calore e la terra, con tutto ciò che contiene cesserà di esistere” (2Pt 3, 10) conclude ricordando che “Dio, come dice la Bibbia, ci ha promesso cieli nuovi ed una nuova terra, dove tutto sarà secondo la sua volontà”.
Il giudizio potrebbe difficilmente essere visto come qualcosa di pienamente giusto se la resurrezione fosse compresa come una sorta di violenta intrusione nella realtà creata già esistente dimenticando che lo stesso Dio che giudica è l’unico Creatore e Signore dell’universo e di tutto ciò che vi si contiene.

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