Il Castello di Lipari com’era 4000 anni fa

 (da Michele Giacomantonio, Navigando nella storia delle Eolie, Pungitopo, 2010 )

 

Oltre alla tolos di San Calogero ed ai reperti archeologici del Castello e di Capo Graziano, a testimoniare la grande vitalità di questa fase della nostra storia – in cui gli Eoli di Occidente sembrano acquisire quasi il monopolio del commercio del mondo miceneo tra il XVIII e il XVI secolo a. C. -, rimane anche un dipinto trovato negli scavi di Akrotiri, antico centro dell’isola di Santorini, ed oggi conservato nel Museo Archeologico di Atene. Secondo l’archeologo greco Cristos Dumas, autore di quegli scavi, quel dipinto raffigurerebbe un viaggio fra Santorini e Lipari avvenuto prima del1600 a.C.,quando Akrotiri fu distrutta da un fortissimo terremoto che sconvolse l’antica Thera, le Cicladi e la civiltà minoica dando probabilmente origine al mito di Atlante.

Scrive Luigi Bernabò Brea a questo proposito:TP[1]PT “In questo famosissimo dipinto sono raffigurate due terre, separate fra loro da un ampio tratto di mare, sul quale saltano delfini e attraversato da numerose navi. Nella terra di destra, in base ai caratteri morfologi del terreno, egli aveva riconosciuto d tempo la stessa città di Akrotiri e il suo litorale. L’altra sarebbe precisamente Lipari. La coincidenza di tutti gli elementi è in realtà singolare. Si direbbe che il pittore abbia davvero visto i luoghi o riproduca uno schizzo fatto da una persona che ben li conosceva“.

Si riconosce al centro la rocca del Castello con le sue scoscese balze e in certo qual modo anche il dorso della Civita che la prolunga a minore altezza sul lato destro. Si riconoscono, in veduta aerea, i due torrenti del Vallone Ponte a sinistra e di Santa Lucia a destra e, al di là della rocca, la pianeggiante contrada di Diana da essi delimitata. E’ evidente a sinistra il porticciolo di Marina Corta, protetto da massi su cui, in secoli vicino a noi, è stata costruita la chiesetta delle anime Purganti. E al di là di Marina Corta iniziano le balze con cui si affaccia sul mare il dosso di Soprala Terra. Versodestra invece il promontorio di Monte Rosa appare bensì indicato ma ridotto fortemente di scala.

Ciò risponde, osserva Bernabò Brea, “ alle convenzioni artistiche che regolano questa arte, nella quale i singoli elementi non sono nelle proporzioni relative reali, ma in proporzioni diverse in rapporto alla loro importanza reale. Vorremmo dire che nelle maggiori proporzioni sono i delfini. Seguono poi gli uomini e gli animali che sono in proporzioni molto maggiori delle navi e soprattutto delle case. E queste prevalgono sul territorio che le circonda, che è all’ultimo gradino della serie. Nessuna meraviglia quindi se anche il promontorio del Monte Rosa si riduce ad una espressione simbolica“.

“Tenuto conto di ciò possiamo dire – conclude il padre del Museo archeologico eoliano – che la coincidenza di tutti gli elementi appare troppo perfetta, fino ai più minuti dettagli, per poter essere casuale. Avremmo dunque una veduta di Lipari presa dal mare degli inizi del XVI secolo a. C., dell’età cioè delle fasi evolute della cultura di Capo Graziano, dell’età alla quale appartiene una massa di frammenti di ceramiche egee rinvenuti a Lipari e nelle altre isole. Siamo precisamente nella stessa età a cui sembra potersi attribuire il tholos termale di San Calogero” .

 


TP[1]PT           L.Bernabò-Brea, M. Cavalier, F. Villard, “Meligunis Lipara” vol, IX , pag.19-20, Regione Siciliana, Assessorato ai Beni culturali e Ambientali e della P.I.;1998).(L.Bernabò-Brea, M. Cavalier, F. Villard, “Meligunis Lipara” vol, IX , pag.19-20, Regione Siciliana, Assessorato ai Beni culturali e Ambientali e della P.I.;1998.

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