Discutere di un libro: quello di Gregorio Monasta

 

 

 

Ho letto il libro di Gregorio Monasta, “Se’ tu già costì ritto Benedetto?”, con tre sentimenti  che si affacciavano, si inseguivano, si intrecciavano e si scontravano nella mia mente via via che procedevo di capitolo in capitolo.

Il primo sentimento era quello della familiarità e della simpatia perché molti dei personaggi che Monasta ha conosciuto, amato ed hanno su di lui influito nella sua giovinezza, sono stati anche quelli che considero i miei maestri. Da don Lorenzo Milani di “Esperienze pastorali”, “L’obbedienza non è più una virtù”, di “Lettera ad una professoressa”, a padre Davide Turoldo e padre Ernesto Balducci che ho avuto modo di conoscere e frequentare personalmente, a Paulo Freire e Franz Fanon che sono stati determinanti per la mia formazione politica e culturale, alla Teologia della liberazione che ho cominciato a conoscere attraverso le frequentazioni di p.Diaz Allegria, p.Giulio Girardi, Ramos Regidor, a Giorgio La Pira che ho considerato il modello di Sindaco a cui avrei voluto somigliare. Il secondo sentimento era quello del rispetto e dell’ammirazione per una esperienza di vita coraggiosa e radicale che forse mi sarebbe piaciuta vivere ma che non ho mai avuto la forza ed il coraggio di affrontare così legato ad una sicurezza borghese. Il terzo sentimento è stato però quello dello sconcerto e del disagio profondo fino al rifiuto per molti giudizi sulla religione, sulla Chiesa, sul Papa.

Dico subito che condivido l’impostazione di base che mi sembra costitutiva della visione di Monasta: la distinzione fra quella che lui chiama spiritualità e cioè il senso del sacro che nasce spontaneo negli uomini, e l’organizzazione , il sistema, la chiesa che si pone come intermediaria fra gli uomini e la loro spiritualità. Una distinzione che potrei riportare, mi sembra, a quella a me più congeniale fra fede e religione e anche fra profezia ed istituzione. E che sia naturale l’esistenza di una tensione e spesso un conflitto fra spiritualità e organizzazione, come fra fede e religione, come fra profezia ed istituzione è un dato storico che mi sembra difficilmente si possa negare. Spiritualità, fede, profezia sono una sorgente viva che da senso all’esistenza; organizzazione, religione, istituzione ne rappresentano una incarnazione, forse necessaria in una qualche misura, che molto spesso tende ad imbrigliarle e ricondurle ad una logica che spesso è quella della cultura dominante e del potere. Per questo gli “atei devoti” – da De Maistre al senatore professor Pera, giù giù sino a Giuliano Ferrara –  sposano le religioni e le chiese ed abborriscono spiritualità, fede e profezia.

Quando il messaggio di Gesù di Nazareth diventa religione cioè viene incapsulato in uno schema culturale prima che istituzionale? Con S.Paolo come suggerisce Monasta? Certo S. Paolo ha scritto e riflettuto sul messaggio di Gesù e lo ha filtrato attraverso il suo pensiero e la sua etica.  Ma facendo questo è stato “il primo traditore” dell’universalismo di Gesù? E traditori sarebbero stati anche Agostino e Tommaso perché lo hanno catturato nel pensiero occidentale – platonico e aristotelico – cioè in una filosofia e in una cultura?

Ecco è questo radicalismo che mi sconcerta e mi irrita in questo libro che giudico, come dirò, per molti versi pregevole. Mi sembra che si rischia qualche volta di cadere in quella supponenza di cui si accusano i responsabili delle organizzazioni e della Chiesa. Forse è difficile o addirittura impossibile trasmettere un messaggio come quello di Gesù senza in qualche modo contaminarlo e opacizzarlo con la nostra cultura per renderlo in qualche modo, non dico compatibile, ma almeno transitabile nella nostra esperienza. Non è questo tentativo che, a mio avviso, va condannato. Ne va condannata l’assolutizzazione, il pretendere che lo strumento con cui si veicola sia l’unico ed il solo in grado di farlo, rischiando di confondere il nucleo del messaggio con la forma che assume. Per questo il rapporto fra fede e religione se è necessario deve essere però anche dialettico e bisogna avere la forza, il coraggio e la sapienza di sapere sempre andare al nocciolo della fede al di là della cultura e della struttura in cui si è incarnato in un periodo o in una situazione.

E’ quanto, per esempio, ha cercato di fare il Concilio Vaticano II, opponendo all’”ecclesia nulla salus” la consapevolezza che Dio è più grande della sua Chiesa e che lo Spirito soffia dove vuole.

La critica, certo, è necessaria ed utile proprio per rilevare limiti e distorsioni nell’implementazione del messaggio. Per questo è prezioso il libro di Monasta. Prezioso per quanto dice a proposito del rapporto scienza- religione, sul celibato dei preti, sul ruolo e la concezione della donna nella Chiesa, sui privilegi, sulle missioni in Africa, sulle vere cause della tragedia africana; ecc. ecc.

Spesso però dentro questa critica che non può non essere dura si introduce quella supponenza di cui si diceva e si rischia di gettare via il bambino con l’acqua sporca. Faccio un esempio. La purificazione delle religioni passa attraverso la loro laicizzazione, come si sostiene nel libro a proposito delle loro implicazioni con la violenza, oppure sta nella capacità di andare al nocciolo genuino della fede, di ricondurre il messaggio alla profezia liberandolo dalle incrostazioni che lo hanno limitato o anche distorto e stravolto? E che cosa vuol dire laicizzazione? L’affermarsi della logica e della razionalità, come sostiene Monasta? Cioè alla affermazione che “solo tutto ciò che è razionale è reale” e che non esiste niente al di là della razionalità? Quindi non esiste il mistero, non esiste lo spirito, non esiste un aldilà. E come farebbe ad esistere un “amore che fa miracoli” come anche Monasta riconosce? Infatti se non ci fosse il mistero, se non ci fosse lo spirito, se la frontiera dell’umanità fosse la laicizzazione cioè la riduzione di tutto a logica e razionalità mi risulterebbe difficile spiegare – senza dover ricorrere a sindromi maniacali  e cose simili – che possano esistere quei miracoli che pure il libro indica ed esalta come la scuola per bambini ciechi di Shashamane, suor Lem Lem di Adis Abeba, l’ospedale di Attat…. un san Francesco.

Ecco, mentre leggevo il libro e mi imbattevo nella accusa ricorrente di un cristianesimo tradito anche da quelli che sono stati i suoi santi, mi andavo chiedendo che cosa Monasta ne pensasse di Francesco. Perché per me l’esperienza del santo di Assisi è stata centrale per almeno due ordini di ragioni: a) perché Francesco ha voluto dare vita ad un movimento che tornasse all’essenza del messaggio di Gesù; b) perché ha voluto vivere questa esperienza dentro la Chiesa senza uscire dai confini dell’ortodossia pur avendo consapevolezza di cosa fosse allora la Chiesa gerarchia ed istituzione e quanto lontano fosse dal messaggio di Gesù.

Ed è stato con piacere che ho constatato che il giudizio che su Francesco dava Monasta non era molto distante dal mio. Certo lui usava tinte e colori più forti, sceglieva riferimenti biografici e storici più graffianti da quelli a cui io avrei dato credito, ma il ritratto che ne risultava non era inconciliabile con quello che avrei potuto delineare io. C’è un Francesco da riscoprire sotto una agiografia stravolgente e luoghi comuni devoti e dolciastri. Ma è un Francesco fedele alla sua vocazione fino alla morte. Fedele a Cristo e a Madonna Povertà. Un Francesco splendente, come dice Monasta, di umanità e di spiritualità che rimane fedele ad una Chiesa, ieri come oggi, che pecca di ipocrisia, sensibile alla ricchezza, connivente con i potenti e persino ingannatrice degli umili. E vi rimane fedele perché crede che essa può essere riformata e deve essere sempre riformata grazie agli uomini come Francesco che sanno appoggiarsi allo Spirito.

Ecco è proprio questo passaggio ultimo, questa fiducia nella riformabilità, che a me sembra manchi nel libro come all’esperienza di Monasta.

E manca perché, mi sembra, che l’autore non abbia fatto fino in fondo i conti con ciò in cui crede veramente. Ad un certo punto del libro infatti dice che è un laico e non un credente anche se l’incontro con don Lorenzo Milani l’aveva fatto accostare alla fede cristiana.

“Per la prima volta nella mia vita, e per qualche anno, mi sentii profondamente attirato dal cristianesimo e me ne sentii anche parte”. Ma fu, dice, una esperienza passeggera: “capii anni dopo che non potevo restare nella Chiesa solo perché ero in sintonia con lui: la Chiesa, se ancora ne avesse avuto potere, lo avrebbe bruciato nel rogo”. Così finì, afferma Monasta, la sua esperienza cristiana e le sue scelte sono state da allora sempre basate su convincimenti politici e di etica laica.

Questo afferma l’autore. Eppure la mia impressione, una volta finito di leggere il libro è che esso è una testimonianza critica, fortemente critica, persino astiosa che parte però  più dall’interno che dall’esterno. Mi sembra parta dall’essere ancora in qualche modo, anche inconsapevole, inserito nell’esperienza cristiana. Ed anche l’atteggiamento duro, aggressivo nei confronti di Benedetto XVI, fin dal titolo del libro, in cui lo paragona a Bonifacio VIII potrebbe spiegarsi con un sentimento di amore tradito. Di amore per il cristianesimo, intendo.

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